LECTIO BREVIS / 148

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 148
INGIUSTIZIA È FATTA
La legge dell’uomo, la legge di Dio: storture, assurdità e contraddizioni del giudizio

Georges Simenon – CORTE D’ASSISE (1941)

Di cosa parla: Il venticinquenne Louis Bert, per tutti Petit Louis, da tempo ha deciso di vivere di espedienti. Ma la scelta di offrire il suo modesto contributo ai Marsigliesi, un gruppo di gangster, nella rapina all’ufficio postale di Le Lavandou, gli costa cara. Con Constance, la matura signora che incontra il giorno stesso della rapina e che, affascinata da lui, si spaccia per contessa e decide di farne il suo amante, Petit Louis non riesce a tenere la bocca chiusa e finisce per lasciarsi scappare allusioni al colpo. Nelle settimane che seguiranno, al giovane farà comodo la vita da mantenuto, almeno finché “quelli” non decideranno di fargliela pagare incastrandolo nel delitto di Constance. E con Petit Louis la macchina della giustizia si mostrerà spietata…

Commento: “Era una partita truccata, su! Lui lo sospettava da tempo! Adesso ne aveva la prova ed era nauseato.” Le parole con cui, a tre quarti del romanzo, l’autore descrive le sensazioni del protagonista sono il miglior commento di questa storia, che Simenon costruisce, con la consueta sapienza, come una sorta di giallo alla rovescia. Si parte da una rapina che però resta sullo sfondo: l’attenzione è tutta sulla figura del protagonista e della sua lenta ma progressiva discesa negli abissi. Chiaro modello di disadattato sociale, con un’infanzia a dir poco difficile, Petit Louis è la figura dell’escluso, dell’incompreso, che non riesce ad allacciare relazioni autentiche, specialmente con le donne che, dalla madre alla prostituta Louise, sembrano solo capaci di rinfacciargli la sua inettitudine o di sfruttarlo. L’unica che prova a instaurare con lui un rapporto diverso, fatto anche di generosa gratuità, è Constance, ma è chiaro fin da subito che si tratta di un rapporto squilibrato, che si regge sulle millanterie di Petit Louis e che, viziato dalla differenza di età, non può sottrarsi allo stesso processo di degradazione morale che segna tutta la vita del giovane, allorché costui deciderà di introdurre nel ménage con la finta contessa anche Louise. È così che, quando Louis si trova implicato nel delitto di Constance, Simenon, che fino a quel momento ha costruito la storia su un ritmo incalzante, gioca a togliere: nel suo faccia a faccia con la giustizia e i suoi diversi rappresentanti, il protagonista sperimenta, di nuovo, l’impossibilità di essere compreso e la volontà della società tutta di emarginarlo, di rifiutarlo come corpo estraneo. E se è vero che la suspense scema pagina dopo pagina, come sopraffatta anch’essa dagli ingranaggi infernali e ciechi della legge, è perché per Petit Louis non ci può essere un destino differente da quello che lo ha accompagnato fin dalla nascita, come sancirà la battuta finale che, a mo’ di beffa, si sentirà rivolgere, a processo terminato, da una delle due guardie. Il romanzo fu scritto da Simenon in Italia, sull’Isola dei Pescatori, nel 1937 ma venne pubblicato solo quattro anni dopo: l’editore lo riteneva assolutamente immorale. Ragion di più per considerarla ottima letteratura.

GIUDIZIO: ***½

Leonardo Sciascia – LA STREGA E IL CAPITANO (1986)

Di cosa parla: Il 4 marzo 1617, a Milano, viene eseguita la condanna a morte di Caterina Medici, torturata con tenaglie arroventate, quindi strangolata e infine bruciata sul rogo. In Piazza Vetra, luogo dell’esecuzione, fu costruito per l’occasione un palco per consentire agli spettatori di godersi appieno lo spettacolo. La sentenza era stata emessa appena pochi giorni prima, dopo aver sottoposto l’imputata a estenuanti interrogatori e alla tortura. L’accusa era di stregoneria e prendeva le mosse dai forti dolori di stomaco patiti dal senatore del Ducato di Milano Luigi Melzi presso il quale Caterina prestava servizio come fantesca da qualche anno. Dolori che, a detta degli esperti consultati, non potevano che essere frutto dei malefici praticati dalla donna…

Commento: La vena illuministica di Sciascia è diretta erede di quella di Manzoni, l’autore che più di tutti fu il punto di riferimento per lo scrittore siciliano. Lo spunto di questo libro (romanzo breve o ricostruzione saggistica?) è offerto, secondo quanto lo stesso Sciascia spiega nelle pagine iniziali, dalla lettura di un passo de I promessi sposi (cap. XXXI) che menziona, di sfuggita, proprio il caso di Caterina Medici e Luigi Melzi, nel riportare le superstizioni circolanti nel Seicento in merito alla diffusione della peste. Ma più che al romanzo di Renzo e Lucia il racconto di Sciascia rinvia alla Storia della colonna infame: diversi i casi di Caterina e dei due untori al centro della disamina di Manzoni, ma uguali non solo il contesto storico e l’ambientazione (proprio quella Milano che fu poi la patria italiana dell’Illuminismo, con le opere di Beccaria e Verri, entrambi direttamente o indirettamente imparentati col Manzoni), ma soprattutto la ricostruzione delle modalità con cui si svolgevano allora i processi ai danni di chi subiva un’ingiusta (ossia irrazionale, superstiziosa) accusa. Sciascia naturalmente non solo dichiara il proprio debito nei confronti di Manzoni, ma dimostra, semmai, che, tra le tante ragioni per cui lo scrittore milanese ha ancora motivo di occupare un posto di assoluto rilievo nella nostra storia letteraria, una – e non di secondaria importanza – è che pochi hanno saputo cogliere con tanta precisione l’essenza dello spirito italico nella manipolazione retorica cui è stato sottoposto nel corso dei secoli il concetto di giustizia. Tema centrale, d’altronde, anche nell’opera di Sciascia, il che dovrebbe, a sua volta, spiegare a sufficienza perché anche lo scrittore siciliano, indagatore raffinatissimo (e non solo sul piano linguistico) di alcuni dei grandi misteri italiani, dalla mafia al caso Moro per limitarsi ai primi che vengono alla mente, abbia diritto a un posto di assoluto rilievo nella nostra storia letteraria.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

È noto, da tempi antichi, che summum ius summa iniuria. Che l’applicazione della legge non è sempre giusta. Ma se c’è una contraddizione che la modernità ha portato alla luce e ha fatto sua è l’assurdità insita nella legge stessa, l’irrazionalità implicita in ogni giudizio umano (e persino divino), pure in quello apparentemente più saggio o, peggio, in quello che gode di un ampio e indiscusso consenso. Non sarà del tutto casuale che proprio a uno scrittore ebraico, Franz Kafka, quasi raccogliendo su di sé il destino del popolo eletto e come anticipando sinistramente la sorte tragica cui esso andrà incontro nel corso del Novecento, si debba la più inquietante e distorta immagine della giustizia in uno dei romanzi chiave del secolo scorso, Il processo. All’interno del nono capitolo, quando la terribile vicenda di Josef K. – che, come sappiamo fin dall’incipit, “qualcuno doveva aver calunniato […] poiché senza che avesse fatto alcunché di male una mattina venne arrestato” – volge all’epilogo, Kafka inserisce una parabola che aveva già pubblicato per ben due volte in precedenza, e nota con il titolo Dinanzi alla legge:

Dinanzi alla legge c’è un guardiaportone. Un giorno un campagnolo va da questo guardiaportone e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiaportone gli dice che non può lasciarlo passare […] Il campagnolo non s’aspettava simili difficoltà; la legge, pensa, dovrebbe essere accessibile a tutti e in qualsiasi momento, ma ora osservando più attentamente il guardiano nella sua pelliccia, con quel suo gran naso a punta, la lunga e sottile barba nera alla tartara, decide che è preferibile aspettare finché non abbia ottenuto il permesso d’entrare.

L’uomo ritenterà per anni, ma verrà sempre respinto; alla fine, rivolgerà al guardiano la domanda decisiva: se, come lui crede, tutti si sentono portati verso la legge, come mai in tanti anni solo lui ha chiesto di entrare? La risposta, che suggella il racconto, è lapidaria: “Nessun altro poteva entrare da qui, questo ingresso era destinato soltanto a te. Adesso me ne vado e lo chiudo”. La legge – lascia intendere Kafka – non solo non è uguale per tutti, ma risponde alle logiche dell’assurdo che governano la realtà. Nessuna spiegazione riceve l’uomo, così come nessuna motivazione verrà fornita a Josef K. dopo il suo arresto.

Se la legge umana è dunque inaccessibile nelle sue ultime e più profonde ragioni, essa nulla può nemmeno contro il fanatismo. Come dimostra un altro grande scrittore ebraico, Philip Roth, in un suo fenomenale racconto, Eli, il fanatico, la storia di un avvocato che dovrebbe difendere una comunità ebraica dall’arrivo di un gruppo di fanatici, in particolare da un uomo che si veste di nero e spaventa i bambini. I suoi tentativi si riveleranno del tutto vani, un po’ per indolenza un po’ per l’impossibilità di conciliare la legge umana e la legge divina, al punto che Eli finirà per diventare lui stesso un fanatico e, dopo aver convinto il fanatico a cambiare abbigliamento (gli regalerà i suoi vestiti), andrà a trovare la moglie che ha partorito il suo primo figlio con lo stesso abito nero che l’altro gli ha lasciato. Eli è così un uomo che, nella sua inadeguatezza evidente nel far fronte alle pressioni degli amici del quartiere che contano su di lui per risolvere il loro problema, finisce per trovare nel fanatismo – simboleggiato dall’abito – una sorta di corazza, l’unica in grado di isolarlo, paradossalmente, dal giudizio altrui. Che cos’è, dunque, la legge? È quella del diritto, fatta di mediazioni (impossibili), oppure quella del Libro, che non ammette nell’interpretazione più ortodossa nessun compromesso? Il dialogo, all’inizio del racconto, tra Eli e il fanatico è indicativo dell’impossibilità di conciliazioni, aprendo la strada all’assurdo capovolgimento di cui abbiamo riferito:

– Noi facciamo la legge, signor Tzuref. È la nostra comunità. Questi sono i miei vicini. Io sono il loro avvocato. Mi pagano per questo. Senza legge ci sarebbe il caos.
– Quella che lei chiama legge, io la chiamo vergogna. Il cuore, signor Peck, il cuore è la legge! Dio! – annunciò.

Testi citati
Franz Kafka – DINANZI ALLA LEGGE, in “Un medico di campagna” – traduzione di Luigi Coppé (1919)
Philip Roth – ELI, IL FANATICO, in “Goodbye, Columbus” – traduzione di Vincenzo Mantovani (1959)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO