Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 163
DONNE LIBERE
Quando il fascino femminile può spaventare gli uomini
Luigi Pirandello – DONNA MIMMA (1925)
Di cosa parla: Donna Mimma fa la “mammana” nel paesino della Sicilia in cui è nata da sempre. Ma, da qualche tempo, tutte hanno cominciato a metterla da parte: colpa dell’arrivo dal Piemonte di una giovane ostetrica diplomata, che ottiene di lì a poco l’interdizione dall’esercizio della professione. Donna Mimma si ritrova così costretta a trasferirsi a Palermo per frequentare l’università. Nonostante le difficoltà incontrate con le giovani compagne di corso e il professore che tiene il corso, otterrà il titolo. Ma, una volta tornata in paese, dovrà fare i conti con una realtà ben diversa da quella lasciata…
Commento: Donna Mimma, la prima delle tredici novelle della raccolta, è anche quella che dà il titolo al nono volume (dei ventiquattro progettati e dei quindici completati prima della morte) delle Novelle per un anno: al genere Pirandello si dedicò lungo tutto l’arco della sua vita, lasciando chiara testimonianza dell’evoluzione della sua poetica. Materia, questa, per studiosi: a noi resta da chiederci cosa il lettore comune può ancora trovare nelle novelle di Pirandello. Intanto, una lingua che non scolorisce con il passare del tempo, ma conserva un’esattezza rara e un’efficacia, specialmente nei dialoghi, invidiabile. E poi, più forse che nei romanzi e nelle opere teatrali, le novelle aiutano a uscire dagli schemi scolastici entro i quali lo scrittore siciliano viene incasellato, aiutato in questo – sia chiaro – dalla ricca messe di saggi e dichiarazioni dello stesso autore. Sarà, ad esempio, il caso di osservare, scorrendo i testi, la precisione dei dettagli (a partire dal fazzoletto celeste e dal manto nero frangiato di Donna Mimma), la potenza delle immagini (si pensi a un testo come Un cavallo nella luna), l’acuta rappresentazione delle psicologie umane (L’abito nuovo, Visitare gli infermi), le assurdità del quotidiano, ora grottesche (Resti umani), ora tragiche (Il gatto, un cardellino e le stelle, La vendetta del cane), gli squarci filosofici sui grandi temi dell’esistenza, come il passare del tempo (Il capretto nero), la felicità (Paura d’esser felice), la morte (Pensionati della memoria). La grandezza assoluta di Pirandello risalta, al pari di quella del contemporaneo Kafka, anche egli autore di mirabili racconti, come quella di uno scrittore visionario nel senso più alto, profondo e inquietante: nulla di veramente consolatorio attraversa questi testi, ma anche nulla di volutamente cerebrale. Tutto ha una dimensione talmente umana da apparire di per sé insopportabile, come si capisce della vicenda della madre disperata che, in Quando si comprende, fa un viaggio in treno insieme al marito per andare a salutare l’unico figlio che sta per partire per il fronte: una novella che, nella sua asciuttezza, lucida e commovente come la domanda finale che la donna rivolge a uno dei compagni di scompartimento, vale più di mille saggi sull’insensata crudeltà della guerra. Che è come dire della vita.
GIUDIZIO: ***½

Georges Simenon – BETTY (1960)
Di cosa parla: Una giovane e bella donna viene trovata quasi ubriaca in un bar parigino. Si chiama Betty e nessuno conosce il motivo per cui sia lì. Viene salvata da Mario, proprietario a sua volta di un bar, e Laure, che decidono di trasportarla in una stanza d’albergo e di fornirle assistenza finché non si sarà rimessa. Con il trascorrere delle ore, Betty torna in sé e, vinta a poco a poco la diffidenza iniziale nei confronti degli sconosciuti che l’hanno aiutata, finisce per rivelare i dettagli della sua vita. Qualcosa di scandaloso sembra nascondersi nel suo passato, ma che nesso c’è con l’ambiente alto-borghese a cui la donna appartiene?
Commento: Il finale è tutto. O forse no? Di certo, a leggere questo romanzo di Simenon, si ha l’impressione che il finale conti, eccome. L’autore sembra concentrare nella chiusa, spiazzante e persino un po’ disturbante, la risposta – una risposta più ambigua di quanto non paia – all’interrogativo che attraversa l’intero libro: chi è davvero Betty? Domanda che, a sua volta, ne porta con sé altre, a mo’ di corollario: di cosa o di chi è vittima la protagonista? Di un’educazione sbagliata, di una serie di scelte sfortunate, del milieu sociale in cui è cresciuta? Insomma, è vittima degli altri o di sé stessa? E ancora: per lei la redenzione è ancora possibile e da che cosa può passare? Se il finale – si diceva – dà una risposta alle domande che si affollano via via con il procedere della storia, bisogna però riconoscere che nelle pagine precedenti c’è qualche indugio di troppo: il romanzo sconta, insomma, una certa lentezza e, per quanto l’autore miri, come sempre, all’essenziale, qualcosa non convince fino in fondo. Non che il libro sia scritto male – Simenon non ne sarebbe stato capace, anche volendo – ma è come se, puntando tutto sulla protagonista (e sotto questo punto di vista l’analisi della psicologia femminile è acutissima, e per uno scrittore tacciato più volte di maschilismo è tutto dire!), la trama non contasse nulla. E in effetti, i fatti, in senso stretto, sono pochissimi e condensati in poche pagine (per lo più verso la fine), mentre il resto del romanzo scorre come una sorta di seduta psicanalitica sul “mistero Betty”. Sarà che Simenon ci ha abituati troppo bene, ma in questa circostanza la sensazione di un che di irrisolto resta.
GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Che cosa ha spinto la marchesa di O…, vedova e madre di due bambini, a comunicare, con un annuncio su un giornale, di essersi ritrovata, senza sapere come, incinta e di essere disposta a sposare chi si fosse presentato a lei come il padre del nascituro? Per capirlo, occorre tornare indietro di qualche mese, quando, in occasione dell’assedio di M…, una città dell’Italia settentrionale, la marchesa è stata salvata dallo stupro di un gruppo di soldati nemici dall’arrivo del conte di F…, ufficiale del comando russo che, a guerra finita, è scomparso senza lasciare traccia di sé. Qualche settimana dopo, la marchesa ha iniziato ad avvertire alcuni malesseri che si sono rivelati presto come segni di una gravidanza tanto evidente quanto del tutto incomprensibile agli occhi della donna che continua a ribadire di non aver avuto più rapporti con uomini dalla morte del marito. La marchesa di O…, la novella più celebre di Heinrich von Kleist, scrittore e soprattutto drammaturgo tedesco dalla vita particolarmente tormentata (fu afflitto da crisi depressive che lo condussero al suicidio), è un esempio da manuale di come sia possibile trattare temi scandalosi (più secondo l’etica borghese dell’epoca che non in base all’attuale) con un’ammirevole eleganza formale. È, questo, al tempo stesso il pregio e il limite del racconto: e non tanto perché il fatto al centro della storia appare oggi depotenziato sul piano della morale pubblica, ma soprattutto perché l’estremo nitore della prosa di Kleist, se da un lato è senz’altro piacevole, dall’altro sconfina in un certo estetismo che, ai nostri occhi, appare, questo sì, un po’ superato. Sarà anche che il dilemma tragico tra natura e cultura, tra pulsioni istintuali e regole del vivere civile, di cui fa le spese la marchesa (vittima delle une e delle altre ma capace altresì di non frasi schiacciare, ma di rivendicare la propria libertà di giudizio), non ci tocca più, convinti come siamo di poter disciplinare tutto entro gli schemi rigorosi e funzionali di un’etica totalmente razionale, sorretta dal senso di colpa collettivo e dalla retorica condanna sociale dei comportamenti devianti. Nonostante l’attenzione data al punto di vista femminile, Kleist, se scrivesse oggi, rischierebbe di passare per un maschilista senza se e senza ma.
Carolina Wölfler, l’amatissima moglie Lina, è figura centrale non solo nella vita ma anche nell’opera di Umberto Saba: una sezione del suo canzoniere si intitola, significativamente, Trieste e una donna. Rapporto segnato da un affetto costante, ma anche da contrasti (i due si separarono temporaneamente) e infine dalla malattia di entrambi (moriranno a meno di un anno di distanza l’uno dall’altra). Musa, proiezione di un modello assoluto di perfezione e, al contempo, misura dolorosa della propria esistenza, Lina è anche e forse soprattutto una donna che, a leggere i componimenti di Saba, ha incarnato un modello di forza e di libertà assolute, come è chiaro dai versi di Donna, la poesia che, fin dal titolo, esprime la totale idealizzazione cui Lina è andata soggetta nei versi a lei dedicati:
Quand’eri
giovinetta pungevi
come una mora di macchia. Anche il piede
t’era un’arma, o selvaggia.
Eri difficile a prendere.
Ancora
giovane, ancora
sei bella. I segni
degli anni, quelli del dolore, legano l’anime nostre, una ne fanno. E dietro i capelli nerissimi che avvolgo alle mie dita, più non temo il piccolo bianco puntuto orecchio demoniaco.

Testi citati
Heinrich von Kleist – LA MARCHESA DI O… (1808)
Umberto Saba – DONNA, in “Parole” (1933-1934)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana