LECTIO BREVIS / 189

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 189
IL LAVORO NOBILITA?
Assistenti, verificatori, impiegati e scrittori: è davvero possibile sfuggire all’alienazione?

Robert Walser – L’ASSISTENTE (1908)

Di cosa parla: Il giovane Joseph Marti viene assunto come assistente dall’ingegner Carl Tobler, un inventore tanto ingegnoso quanto pieno di debiti. Marti, che si trasferisce a vivere nella villa del suo datore di lavoro, dovrà fare i conti non solo con l’umorale carattere di Tobler, ma anche con la sua famiglia, composta dalla moglie Frieda e dai quattro figli, Dora, Silvi, Edi e Walter, e con la governante Pauline. Farà la conoscenza anche dell’assistente precedente, Wirsich, cacciato perché dedito all’alcolismo, ma soprattutto assisterà, impotente, all’inesorabile declino delle già precarie fortune dell’azienda di Tobler, nonché dello stesso ingegnere…

Commento: Perché leggere, oggi, Robert Walser? Intanto perché, insieme a Friedrich Dürrenmatt, è il più grande scrittore svizzero. Ma, certo, può non bastare. Walser, infatti, nonostante la fortuna critica di cui ha goduto, anche in Italia, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, ossia dopo la sua morte o poco prima, resta uno scrittore di nicchia, un autore marginale. Troppo raffinato, troppo sfuggente a ogni tentativo di catalogazione, troppo difficile da inquadrare dentro una griglia non dico di genere ma neanche di temi, di sensibilità. Troppo originale, in una parola. E, anche (soprattutto?), troppo inattuale. Inattuale come il protagonista di questo suo meraviglioso romanzo, che così parla di sé: “Io sono forse un po’ stravagante, ma sono anche preciso. Avverto anche una minima perdita, in certe cose sono scrupolosamente coscienzioso e soltanto qualche volta devo impormi di dimenticare. […] Allora sono tutto compreso del pensiero di questa cosa apparentemente minima e futile, mentre il presente bello e vivo mi riesce inesplicabile”.  

Joseph Marti è uno dei tanti inetti di cui è popolata la letteratura tra Ottocento e Novecento; come il suo omonimo Josef K., protagonista de Il processo di Kafka (la cui composizione però data a qualche anno più tardi), è un uomo che guarda gli eventi che gli accadono senza prendervi parte, tutto rinchiuso nella sua dimensione autoriflessiva, incapace davvero di assumere un’iniziativa di qualsivoglia genere (non si lamenta nemmeno per lo stipendio che non gli viene pagato). Marti assiste, nel doppio significato in cui il verbo può essere impiegato in italiano: assiste Tobler nel suo lavoro, dimostrando anche qui tutta la sua impotenza di fronte al fallimento che si consuma sotto i suoi occhi, e assiste alla realtà che lo circonda – a partire dagli splendidi paesaggi intorno alla villa di Tobler, dal nome quanto mai evocativo di “Stella Vespertina” – senza un vero moto di passione o di coinvolgimento emotivo. L’ambiguità di Joseph specialmente nei confronti del suo capo è ben riassunta nel rimprovero che gli rivolge, a un certo punto, la signora Tobler: “Lei […] è una strana combinazione di viltà e audacia. […] Proprio nel momento in cui la posizione esteriore di Tobler nel mondo è compromessa non si può che stupirsi della tenera stima che lei ne ha. Non sono ancora riuscita a capire il suo carattere. È forse magnanimo? o è abietto?”. In realtà, Marti si lascia vivere perché è questo il suo carattere. E cosa c’è di più scostante, di più inattuale, di più elitario di un romanzo che, in fondo, racconta solo la discesa (ma laterale e non traumatica: il dramma vero è quello di Tobler, non quello di Jospeh!) di un uomo che guarda il mondo sprofondare nella consapevolezza di non volere e potere fare nulla? Metafora dell’Europa di inizio Novecento, certo, ma pure – temiamo – di quella di oggi, il romanzo è anche, in filigrana, spia della condizione del suo autore, che passerà gli ultimi venticinque anni della sua vita in strutture psichiatriche, dimenticato e anzi rimosso malgrado la sua salute mentale fosse tutt’altro che compromessa. È ancora il caso di chiedersi perché leggere Robert Walser, oggi? Perché è un grande scrittore, che è poi l’unica buona ragione per cui leggere un autore anziché un altro.

GIUDIZIO: ***½

Joseph Roth – IL PESO FALSO (1937)

Di cosa parla: L’arrivo a Zlotogrod, località sperduta alla periferia dell’Impero asburgico, dell’ebreo Anselm Eibenschütz è motivo di preoccupazione per la comunità. L’uomo, che, per volere della moglie, ha lasciato la carriera militare, è il nuovo verificatore di pesi e misure, giunto a sostituire il precedente, ormai defunto. A differenza di quest’ultimo, Eibenschütz è incorruttibile ed è determinato a far rispettare le leggi ai negozianti, i quali finiscono per nutrire nei suoi confronti una crescente avversione. Particolarmente avverso gli è Jadlovker, gestore dell’Osteria della Frontiera di Szvaby, che il verificatore inizia a frequentare con assiduità dopo la scoperta del tradimento della moglie, che aspetta un bambino da un altro uomo. Presso l’osteria di Jadlovker, Anslem comincia a manifestare interesse per Euphemia, una zingara che è l’amante dell’uomo…

Commento: «La maggior parte degli uomini muoiono senza aver appreso di se stessi nemmeno un granello di verità. Forse l’apprendono nel mondo di là. A taluni invece già su questa terra è dato di sapere che cosa sono. Di solito lo vengono a sapere all’improvviso e ne rimangono atterriti. A questa sorta di uomini apparteneva il verificatore Eibenschütz». È possibile combattere contro il proprio carattere? A leggere questo romanzo (breve come una fiaba – l’incipit è il più classico dei “C’era una volta” – o come un apologo), la risposta è inequivocabile: il protagonista è un uomo che, per sottrarsi all’impossibilità di decidere (la moglie lo ha obbligato ad abbandonare l’esercito) e persino di agire, se non quando le cose sono irrimediabili (la moglie ha un figlio dal suo scrivano), affida alla sua onestà di servitore integerrimo il compito di trovargli un posto nella società e nella vita. La rigida adesione a questa sorta di regola che Eibenschütz si impone sarà all’origine della sua rovina.

È facile leggere nella parabola umana del verificatore di pesi la vicenda dello stesso Impero asburgico da un lato, e la diffidenza nei confronti degli Ebrei dall’altro. Ma, forse, il protagonista è innanzitutto il prototipo dell’antieroe che solo nella discesa, nell’abbrutimento, nell’assimilazione ai vizi altrui trova un riscatto alla propria solitudine. È un riscatto amarissimo, però, perché Eibenschütz non può opporsi del tutto alla propria natura e, anche quando, ormai travolto dall’insana passione per Euphemia e dedito all’alcol, cerca di conformarsi all’ambiente circostante e ai suoi vizi, il suo è un tentativo destinato al fallimento. Quello del verificatore è una sorta di paradigma del fallimento dell’uomo moderno, schiacciato – avrebbe detto Musil – dall’impossibilità di coniugare anima ed esattezza. La pretesa di dominare il mondo si scontra, per Eibenschütz, con il caos della vita; la condanna del verificatore è ancora una volta tutta nella sua professione, che è una professione estremamente tecnica e, come tale, esclude ogni valutazione che sia estranea alla sua stessa precisione. Il risultato è che la realtà stessa dei rapporti tra gli individui subisce un processo di disumanizzazione che, alla fine, si ritorce indistintamente contro tutti e quindi, in primis, contro di lui. Nel momento in cui Eibenschütz si accorge della sua natura, ne rimane atterrito, ma ormai è troppo tardi per porvi rimedio. E la fiaba, come tutte le fiabe, non può più nascondere il suo cuore nero.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Da Bartleby in poi il lavoro non è stato più lo stesso. Lo scrivano di Melville che si rifiuta di svolgere le sue mansioni rappresenta probabilmente il primo caso letterario di resistenza all’alienazione indotta da professioni ripetitive, meccaniche e spersonalizzanti: sarà poi il Novecento (per restare in Italia, e limitarsi al lavoro in banca, basti citare Svevo e Pontiggia) a dare espressione piena alla divaricazione tra uomo e lavoro. Ci sono di mezzo la crisi di identità, lo spaesamento, l’incapacità dell’uomo di fare pienamente i conti con una modernità travolgente che, complice lo strapotere della tecnica, lo mette all’angolo. E così, non sorprende come il lavoro possa diventare anche immagine di una difficoltà più ampia: quella di vivere un’epoca che, confrontata a un passato in cui tutto appariva più facile, appare segnata da durezze tutte nuove. Fatta la tara a quel che di retorico affiora sempre in questa visione idealizzata delle cose, resta comunque – e lo dicono, ad esempio, i seguenti versi di Umberto Saba – la consapevolezza (anche letteraria) che la sofferenza, l’angoscia, la tribolazione siano connotati imprescindibili della contemporaneità:

Un tempo
la mia vita era facile. La terra
mi dava fiori frutta in abbondanza.

Or dissodo un terreno secco e duro.
La vanga
urta in pietre, in sterpaglia. Scavar devo
profondo, come chi cerca un tesoro.

Il lavoro, con l’affermarsi della società di massa, pur non perdendo i caratteri tipici della meccanicità ottundente, diventa però anche occasione, se non di riscatto, quanto meno di normalizzazione, apertura di una prospettiva di crescita personale. Tratti esemplificati alla perfezione dal poemetto La ragazza Carla di Elio Pagliarani, opera tanto innovativa sul piano linguistico quanto interessante per il tentativo di scandire, anche attraverso il lavoro, la formazione di una giovane ragazza della periferia milanese: orfana di padre, Carla Dondi, che vive con la madre, la sorella e il cognato in un piccolo appartamento, a diciassette anni trova il suo primo impiego come steno-dattilografa in una ditta di import-export nel centro di Milano. Così Pagliarani racconta in versi bellissimi il momento di passaggio che, per la ragazza Carla, è anche l’ingresso nel mondo adulto:

NOTA DELLA REDAZIONE: La poesia di Elio Pagliarani è presentata in formato JPEG per salvaguardarne l’originale impostazione grafica

Testi citati
Umberto Saba – LAVORO, in “Ultime cose” (1944)
Elio Pagliarani – da “LA RAGAZZA CARLA” (1962)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO