LECTIO BREVIS / 196

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 196
RITRATTI DI ARTISTI
Da giovani o no, e con incursioni tra collezionisti e falsari

James Joyce – RITRATTO DELL’ARTISTA DA GIOVANE (1916)

Di cosa parla: Stephen Dedalus frequenta una scuola gestita dai gesuiti in Irlanda. La sua viva immaginazione si manifesta già quando, a seguito di una notte trascorsa nell’infermeria della scuola, sogna la propria morte. Sensibile e curioso, Stephen si ribella un giorno all’ingiustizia subita in classe ad opera di un prete insegnante, andando a parlare con il rettore del collegio. Di lì a pochi anni, a causa delle mutate condizioni economiche della famiglia, che si trasferisce a Dublino, anche Stephen è costretto a cambiare scuola: nel nuovo istituto, ormai ragazzo, farà i conti con i sensi di colpa che gli verranno istillati in merito al peccato (egli, nel frattempo, ha avuto un’esperienza con una prostituta) e deciderà di pentirsi per vivere in piena armonia con i principi cattolici. Ma, in preda a un’inesausta inquietudine, ben presto si accorgerà che il suo anelito alla libertà è più forte di qualunque irreggimentazione e può trovare piena espressione solo nell’arte…

Commento: Non è il romanzo più noto (l’Ulisse uscirà nel 1922), né quello più ostico (il Finnegans Wake è del 1939). È semplicemente il primo romanzo di Joyce (se si esclude Stephen Hero, pubblicato postumo e di cui Dedalus peraltro è fondamentalmente una riscrittura). È un romanzo di formazione, a suo modo, ovvero al modo di Joyce. A grandi linee, si può dire che, dei cinque capitoli che lo compongono, i primi due sono i più lineari, ossia i più rispondenti a una linea narrativa relativamente chiara, insomma i più leggibili. Qui il lettore medio ha modo di apprezzare uno sviluppo sufficientemente coerente (la scena culmine è senz’altro l’episodio della punizione ingiusta che Stephen subisce a opera di Padre Dolan e il suo successivo colloquio con il rettore). Il terzo capitolo è quasi interamente occupato dalle lezioni (prediche?) sul peccato, sull’inferno e gli altri novissimi che influenzeranno profondamente il protagonista. Il lettore medio che magari abbia una discreta base di teologia cattolica (basta il catechismo di una volta) resta a galla, anche se a volte è tentato di chiedersi perché tirarla così in lungo.

Nel quarto capitolo, dedicato alla “conversione” di Stephen, che decide di attenersi scrupolosamente a uno stile di vita cattolicissimo (con punte di mortificazione e autoflagellazione non da poco), e soprattutto nel quinto, dove i dialoghi filosofici della nuova “conversione” del protagonista (che abbandona la fede per maturare nuovi progetti: partire e soprattutto affermarsi come artista), il lettore medio vacilla e – confessiamo le nostre debolezze – più di una volta cade. Personaggi poco definiti, elucubrazioni vere e proprie (filosofiche, ma anche linguistiche), citazioni latine, slanci lirici (la vera vocazione di Stephen è la poesia, inizialmente) e tutti i buchi narrativi del caso sconfortano chi era fermo ai romanzi di formazione tradizionali. Lungi da noi misconoscere la statura da gigante di Joyce, anzi proprio queste novità sono la più evidente dimostrazione della grandezza dello scrittore irlandese. Certo, però, la pazienza e magari un glossario, una guida alla lettura, un Baedeker per lettori medi aiuterebbero a superare il disorientamento di fondo. La prima traduzione italiana fu di Cesare Pavese, cui si deve il titolo alternativo Dedalus (il cognome del protagonista è chiaramente simbolico, alludendo al padre mitologico di Icaro, l’artefice per eccellenza). 

GIUDIZIO: **½

Ellery Queen – L’AFFARE KHALKIS (1932)

Di cosa parla: La morte improvvisa del noto collezionista d’arte George Khalkis crea scompiglio: non perché ci siano dubbi sulle cause, senz’altro naturali, ma per il fatto che il testamento, che, a quanto pare, era stato modificato di recente, pare scomparso subito dopo il suo funerale. Poiché le ricerche non danno frutto, l’ispettore Richard Queen, convinto dal figlio Ellery, si risolve a controllare l’unico posto rimasto: la bara. All’apertura della cassa, i presenti fanno i conti con una sconvolgente sorpresa: all’interno si trova, infatti, un secondo cadavere, oltre a quello di Khalkis. L’uomo, che verrà identificato come un falsario e truffatore da tempo ricercato dalla polizia, è stato strangolato. Chi ha introdotto il suo corpo nella bara di Khalkis e perché? E ancora che legame c’è tra i due uomini? E dov’è finito il testamento di cui non c’è traccia nemmeno nella cassa?

Commento: Il quarto romanzo dei cugini Dannay-Lee (ma, a quanto si dice nel libro, l’indagine sarebbe la prima in assoluto condotta da Ellery Queen) è un meccanismo logico impeccabile. E se, nel corso delle indagini, viene enfatizzato il contrasto tra i sistemi di investigazione tipici della polizia newyorkese (basati, a quanto si legge, sul buon senso e una certa dose di pragmatismo) e la tecnica tutta cerebrale di risoluzione dei misteri cara a Ellery Queen (che, lo ricordiamo, di mestiere è uno scrittore di gialli), non c’è dubbio che il trionfo di quest’ultimo vale come affermazione di principio dei metodi alla base del poliziesco classico. La vicenda al centro del romanzo è complessa, ma meno assurda o volutamente paradossale di quelle di molti libri a venire (si pensi solo a Il delitto alla rovescia, pubblicato appena due anni dopo), e se gli interrogativi si moltiplicano, è altrettanto vero che, alla fine, tutto ruota attorno a un paio di questioni che, per quanto difficili da districare per il lettore, non si possono certo definire campate per aria. Il piacere della lettura è dunque pressoché esclusivamente intellettuale (i personaggi sono pedine quasi anonime o, quanto meno, poco interessanti nella loro individualità), il che può, comprensibilmente, annoiare o indispettire. D’altra parte, la solidità della storia è in sé apprezzabile e Ellery Queen (il più wittgensteiniano dei detective?) fa qui i primi esperimenti di quella che diventerà una specialità tutta sua: il depistaggio del lettore. Come in certi giochi di società, più si procede più si rischia di perdere di vista lo scopo stesso del gioco. Eppure, la perizia di chi lo ha ideato per il nostro divertimento resta ammirevole.    

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.

Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.

Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

È senz’altro tra i sonetti più celebri di Michelangelo Buonarroti, che – giusto per ricordarlo ai distratti – fu autore anche di circa trecento componimenti poetici, che egli considerava “cosa sciocca”, ma che costituiscono una interessante e curiosa testimonianza della molteplicità di interessi e di attività a cui egli si dedicò nella sua lunga e generosa vita d’artista. Le storie della letteratura segnalano in genere come le Rime di Michelangelo siano segnate, più che da un’imitazione petrarchesca, allora dominante, da un’ispirazione dantesca e, nello specifico del nostro sonetto, come sia dedicato a Vittoria Colonna, nobildonna che a Roma animò una sorta di circolo culturale e che fu a sua volta autrice di poesie (queste, sempre a dire delle letterature liceali, di gusto petrarchesco). Il rapporto di amicizia tra i due, qui trasfigurato nei termini dell’amore neoplatonico, iniziò quando Michelangelo non poteva certo definirsi un “giovane artista”: egli aveva superato i sessant’anni (lei ne aveva quasi cinquanta). E così, il sonetto vale innanzitutto come dichiarazione di poetica in senso ampio: l’idea di fondo è che l’artista, lo scultore nello specifico, altro non faccia che rimuovere la materia in eccesso (il “superchio” del marmo) per fare emergere ciò che già era contenuto al suo interno. Impresa, però, impossibile da realizzare nel cuore della donna, nel quale “morte” e “pietate” convivono in modo tale da rendere vano il tentativo di eliminare il male per raggiungere il bene che vi è nascosto. Anche l’artista, insomma, a sentire Michelangelo, sperimenta il fallimento e il suo “basso ingegno” non può ricavarne “altro che morte”.

Se anche l’artista si vede limitato nelle sue ambizioni umane (non sfugga, però, la convenzionalità della poesia cinquecentesca), è sempre l’arte a sconfiggere la morte (Foscolo docet). E l’artista, allora, può essere celebrato anche a distanza di secoli come fa, tra i tanti, Wisława Szymborska celebrando uno dei dipinti più celebri del pittore olandese del Seicento Jan Vermeer, La lattaia:

Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.    

Testi citati
Michelangelo Buonarroti – NON HA L’OTTIMO ARTISTA ALCUN CONCETTO (1538-1544)
Wisława Szymborska – VERMEER, in “Qui” – traduzione di Pietro Marchesani (2009)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO