Appunti e spunti minimi su libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 56
L’EPICA AMERICANA TRA MITI ALLA ROVESCIA E EROI ANONIMI
UN CLASSICO: “Furore” di John Steinbeck
UN GIALLO: “La statua che urla” di Fredric Brown
DALLO SCAFFALE: “Il grande romanzo americano” di Philip Roth
LECTIO BREVISSIMA: da “Il canto di me stesso” di Walt Whitman
UN CLASSICO
“D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (Italo Calvino)
John Steinbeck – FURORE (ediz. orig. 1939)
Di cosa parla: Anni Trenta. Come molte altre famiglie, i Joad sono costretti ad abbandonare il loro appezzamento di terra e la loro casa in Oklahoma, a causa delle confische che le banche stanno mettendo in atto inviando le “trattrici” a spianare campi e distruggere case. La famiglia, composta dai vecchi nonni, da mamma, papà e i loro cinque figli, tra cui Tom, appena uscito di prigione dopo avere scontato la pena per omicidio, e Rosaharn, incinta, parte dunque per la California, incantata dalla prospettiva, fatta loro balenare dalla propaganda, di trovare lavoro e una nuova stabilità. Ma la terra promessa si rivelerà fonte di nuove cocenti delusioni…
Commento: Il capolavoro di John Steinbeck (il titolo originale, The Grapes of Wrath, suona come “I frutti dell’ira”) fu alla sua uscita un grande successo, come testimonia il film che ne trasse subito, nel 1940, John Ford, e un grande scandalo per la forte carica di denuncia sociale; di fatto, il romanzo diventò anche una sorta di manifesto del New Deal di Roosevelt. Al di là dell’indiscutibile valore etico più che politico che si coglie nel tratteggiare le dinamiche che, in ogni epoca e in ogni luogo, portano all’oppressione degli ultimi e alla discriminazione nei confronti di chi è percepito come diverso, il merito principale del libro resta nella magnifica asciuttezza della lingua, che, sfuggendo al rischio della retorica, dà il meglio di sé nei dialoghi e nella sottigliezza con cui riesce a evocare il rapporto ambiguo tra uomo e natura, secondo quello che è uno dei motivi tipici della letteratura americana, dove ogni viaggio è un’epopea del paesaggio prima ancora che dei personaggi. Indimenticabile la scena finale, commovente senza una sbavatura.
GIUDIZIO: ****
UN GIALLO
“Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura” (S.S. Van Dine)
Fredric Brown – LA STATUA CHE URLA (ediz. orig. 1949)
Di cosa parla: Iolanda Lang è una comune ballerina di varietà, ma, agli occhi di Bill Sweeney, anonimo cronista del “Blade” di Chicago, è soprattutto la bellissima ragazza in cui si è imbattuto casualmente una sera: Iolanda gli si è mostrata completamente nuda, dopo essere appena scampata a un tentativo di aggressione da parte dallo Squartatore, un maniaco che, da qualche tempo, semina il terrore nella città. Sono infatti già tre le giovani donne uccise e Bill, indagando, scopre che all’origine di tutto c’è una statuetta raffigurante una ragazza nuda che urla…
Commento: La linea l’ha dettata Dashiel Hammett con il suo Sam Spade. Brown se ne mostra un buon epigono, meno radicale nelle storie ma discretamente fedele alle convenzioni del genere nel delineare le sue figure di investigatori: il cronista che, in questo romanzo, si incarica delle indagini appartiene, è vero, alla categoria dei detective dilettanti, ma ha i tratti tipici del disadattato sociale con il vizio, comune all’autore, del bere. Eroe per caso in un’inchiesta più grande di lui, finisce per imbattersi in una storia che si rivela particolarmente sordida: e se l’idea del pazzo criminale che uccide in serie donne può non apparire originalissima (ma rischiamo di essere condizionati da film e serie tv che hanno ripreso allo sfinimento il cliché) e la spiegazione finale lascia qualche dubbio sul piano della verisimiglianza, il romanzo fila e mostra una decisa maturazione di Brown, rispetto alle opere precedenti, nella padronanza dei mezzi espressivi, che guadagnano in asciuttezza e efficacia. Liberamente ispirato al libro è il primo film diretto da Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo.
GIUDIZIO: **½
DALLO SCAFFALE
“La Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima” (Jorge Luis Borges)
Philip Roth – IL GRANDE ROMANZO AMERICANO (ediz. orig. 1973)
Di cosa parla: Il novantenne giornalista e scrittore Word Smith è ormai l’unico a serbare memoria dell’esistenza della Patriot League di baseball, cancellata nel 1946 perché strumento di un complotto comunista e forse non solo. È a rischio così il ricordo di giocatori tanto leggendari quanto eccentrici come quelli della scalcagnata squadra dei Ruppert Mundy, che nel 1943 decise di concedere il proprio stadio al Dipartimento della guerra come luogo di riunione dei soldati destinati a imbarcarsi e cominciò a giocare tutte le partite in trasferta, girando tutta l’America…
Commento: Qual è la vera mitologia americana? Se qualcuno dovesse cercarne tracce nella letteratura, da Melville a Hawthorne, da James a Hemingway, passando per Scott Fitzgerald e Faulkner, stia alla larga da questo libro, che, con frenetico, esilarante, scettico umorismo, fa a pezzi i grandi romanzieri d’oltreoceano per suggerire che semmai è nello sport nazionale, il baseball, che si può rinvenire la vera mitologia a stelle e strisce. Specie se quello sport si intreccia a tal punto con la storia del Paese da diventare a sua volta fonte di racconti che, proprio perché remoti e quasi perduti, sono pronti per assurgere appunto dalla storia al mito. Gli eroi scalcagnati della Patriot League potrebbero richiamare certi personaggi di Osvaldo Soriano, se la nostalgia made in USA di un autore come Roth non fosse velata di un disincanto e di un cinismo sconosciuti a quella sudamericana. Sarà anche perché il baseball (certe sfumature nel libro, per i non addetti, vanno comunque perse) è meno crudele del calcio?
GIUDIZIO: ***
LECTIO BREVISSIMA
Walt Whitman – da “CANTO DI ME STESSO” (in “Foglie d’erba” – 1855; traduzione di Ariodante Marianni)
Con forte musica io vengo, con le mie trombe e i miei tamburi,
E non eseguo marce solo per i vincitori, eseguo marce per gli sconfitti e gli uccisi.
Vi hanno insegnato che è bene vincere le battaglie?
Io dico anche che è anche bene soccombere, perché le battaglie si perdono col medesimo spirito con
il quale si vincono.
Io martello e stamburo per i morti,
Per loro soffio attraverso il bocchino le mie marce più allegre e squillanti.
Evviva coloro che sono caduti,
E quelli i cui vascelli affondarono in mare!
E quelli che essi stessi affondarono in mare!
E tutti i generali che persero gli scontri, e tutti gli eroi sopraffatti!
E gli infiniti eroi sconosciuti, uguali in tutto agli eroi più gloriosi!


Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana