NON È SUCCESSO NIENTE – Antonio Skármeta

# 163 – Antonio Skármeta – NON È SUCCESSO NIENTE (Garzanti, 1996, ediz. orig. 1980, pagg. 64)

Anni ’70: il quattordicenne cileno Lucio vive a Milano dopo che, con la famiglia, ha dovuto lasciare il Paese in seguito al golpe del generale Pinochet. Piuttosto ben inserito sotto il profilo linguistico (parla un italiano quasi perfetto), Lucio attraversa le inquietudini e le turbolenze dell’adolescenza in un contesto particolare – quello dei fuorusciti cileni, rifugiati politici in Italia – che da una parte gli impedisce di dedicarsi spensieratamente a tutte le normali passioni adolescenziali (dal calcio alle ragazze, dalle sigarette fumate di nascosto alle disavventure con gli amici) ma che, dall’altra parte, lo spinge proprio a godere a fondo di una “normalità” e di una gioia di vivere che i suoi compagni di classe italiani, che non hanno vissuto un golpe militare, non sempre possono capire. E così, tra le prediche del padre politicamente impegnato, le spavalderie per far colpo sulle ragazze e le scazzottate coi bulli di quartiere in una Milano in cui “il sole è l’unica cosa che costa poco”, Lucio addenta la vita con una voglia disarmante (e contagiosa) di amore e di passione (anche calcistica, per il Milan).               

Romanzo breve dell’Autore del ben più celebre “Il postino di Neruda”, da cui Michael Radford trasse il noto film con Philippe Noiret e Massimo Troisi, “Non è successo niente” è una lettura gradevolissima, che si “consuma” in un paio d’ore e lascia un bel ricordo, oltre a un persistente sorriso sulle labbra.

Sì, perché le avventure di Lucio raccontate da lui medesimo, in prima persona, sono caratterizzate da uno stile semplice ed efficace, non privo di tocchi lirici ben stemperati da un lessico “grezzo” che la traduzione ha saputo ben restituire, capace di raccontare con immediatezza e veridicità la vita di una famiglia cilena scappata dal regime di Pinochet ma per nulla rassegnata ad arrendersi ad esso, anzi, in prima linea quando si tratta di manifestare contro la dittatura o di raccogliere fondi per le attività degli oppositori. Al centro del minuscolo romanzo, scritto nel 1980 da uno Skármeta allora quarantenne, ci sono dunque tutte le diverse “passioni” che attraversano Lucio, quasi fosse un relè che le interconnette e le smista: quella politica, veicolata soprattutto dalla figura del padre, insegnante di sinistra; quella calcistica, per il Milan di Rivera; e soprattutto quella per le ragazze, meglio se più grandicelle, come “la Patrizia” – che fa già la cassiera alle Messaggerie Musicali, ma non per questo è indifferente al fascino dello spavaldo Lucio – o “la Francesca”, soprannominata “Ricciolina”, compagna di classe simpatica e sbarazzina.

Curiosamente, lo spirito di Milano – perlomeno della Milano popolare e operosa – si sente più in questo breve romanzetto di Skármeta che in tanti ambiziosi libri di Autori italiani; “Non è successo niente” offre al lettore atmosfere un po’ alla Testori, per intenderci, ma con un tocco ironico di fondo e una capacità di non prendersi troppo sul serio che non sempre si ravvisano nell’opera dell’Autore de “Il dio di Roserio” e “Il ponte della Ghisolfa”. Non a caso, per raccontare l’esilio e il non sempre facile ambientamento in un’altra realtà, Skármeta sceglie il punto di vista di un adolescente, quasi a ribadire che non è sua intenzione fare sociologia né, tantomeno, politica, bensì soltanto raccontare, fissando sulla carta con uno stile vivo e vivace la Milano degli anni Settanta, una città già elitaria e costosa, ma anche attraversata da un vitalismo che, a dispetto delle sempre crescenti possibilità economiche dei suoi abitanti, sarebbe andato successivamente calando, per lasciare il posto a qualcosa di diverso: il vero e proprio edonismo degli anni ’80, il cinismo manageriale dei ’90, per approdare al XXI secolo circonfusa da un’aura di smaccato disincanto, e di fasulla disponibilità.

Certo non si ravvisa tutto questo in uno striminzito romanzo di 64 pagine! Il fatto stesso, però, che la lettura abbia messo in moto nel sottoscritto simili riflessioni dovrebbe farvi capire quanto sia stata, dopotutto, prolifica e fruttifera, e come a volte bastino 64 pagine per fare un libro più che dignitoso – e soprattutto “vero”, a fronte di tante stupidaggini completamente vuote di significato che si stampano oggidì.           

(Recensione scritta ascoltando Amy MacDonald, “This is the Life”)

PREGI:
fresco e vitale, è un libriccino che non si può non leggere, soprattutto se si vive a Milano o si conosce la città. I personaggi – a parte il protagonista Lucio – sono fatalmente appena abbozzati, eppure si imprimono nella memoria: il padre un po’ manesco di Lucio, Patrizia, Francesca, il fratellino Daniel, il ruvido Franco, che vuol regolare a suon di botte un contrasto col “cileno”… 64 pagine dense ma non faticose! 

DIFETTI:
L’arco narrativo scivola via in un baleno e certo non dà la sensazione di una grande compiutezza! Il libro è più che altro un “colpo d’occhio”, un’istantanea, e dà l’idea di essere stato scritto di getto e quasi per scherzo. Di certo non un libro che cambia il mondo…   

CITAZIONE:
“Perché le cose che amiamo non rimangono con noi per sempre? Io a volte non credo in Dio, perché vedo che la gente fa molta fatica ad essere felice, e se Dio che poteva fare il mondo come voleva non lo ha fatto felice, vuol dire che o Dio non è tanto potente come dice la religione, oppure che Dio non esiste.” (pagg. 44-45)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO