UNDERGROUND – Murakami Haruki

# 399 – Murakami Haruki – UNDERGROUND (Einaudi, 2017, ediz. orig. 1997-1998, pagg. 502)

Il 20 marzo del 1995 alcuni adepti dell’inquietante setta Aum Shinrikyō diffusero sui treni della metropolitana di Tokyo un potente gas nervino, il sarin, che fece tredici morti e più di seimila intossicati, alcuni in modo molto grave. Due anni dopo, Murakami, già scrittore di grande successo, decide di contattare alcuni dei superstiti per raccontare le loro storie e riportare in un libro la verità nuda e cruda dei fatti, senza abbellimenti e senza troppa sovrastruttura di pensiero. Non solo: lo scrittore incontra anche degli affiliati della famigerata setta e chiede loro di esporre le ragioni di quel folle attentato, li ascolta e ne riporta le parole, nel tentativo (forse vano) di capire i motivi di una decisione così terribile e assurda, e di afferrare una deriva di pazzia che colpì al cuore la coscienza collettiva del Giappone.

Murakami fu aspramente criticato, in patria, per questo libro “à la Carrère” che si permise di scrivere e pubblicare, e fu criticato perché i saggisti e gli analisti di professione si scagliarono contro il tentativo di un romanziere di capire più e meglio di loro le ragioni sottese a un gesto incredibilmente folle e assurdo: la diffusione di gas sarin sui treni della metro di Tokyo da parte degli adepti di una setta religiosa dalle finalità oscure e sfuggenti, eppure molto radicata nel Giappone degli anni ‘90, fondata e guidata da un personaggio ai limiti dell’incredibile, Shōkō Asahara, agopunturista, spacciatore di droga e sedicente studioso di religioni esoteriche, giustiziato proprio per l’attentato alla metropolitana di Tokyo nel 2018, dopo vari gradi di giudizio.

La setta Aum Shinrikyō (che significa “verità suprema”) era, nel 1995, un vero e proprio Stato nello Stato, in Giappone, avendo conquistato migliaia di adepti e disponendo di risorse finanziarie piuttosto ingenti, con le quali tra l’altro sarebbe stato acquistato il sarin, che non è che si compri al supermercato nello scaffale dei detersivi, per intenderci. Basata su una sorta di sincretismo tra buddhismo, induismo, credenze popolari giapponesi ed esoterismo cristiano, la setta Aum Shinrikyō e il suo fondatore sono l’enigma al centro del libro di Murakami, sono l’incomprensibile che lo scrittore ha cercato, in tutti i modi, di avvicinare al lettore, non per giustificare (e ci mancherebbe) ma per comprendere, perlomeno, i motivi di un attacco alla società civile che lasciò allibita molta gente anche dalle nostre parti (nel 1995 avevo diciott’anni e ricordo benissimo i telegiornali con le incomprensibili, assurde immagini dei feriti e dei morti nella metropolitana di Tokyo, cui facevano seguito i commenti giocoforza inefficaci di analisti che nulla capivano della reale situazione, visto che neppure i giapponesi riuscivano ad afferrarla del tutto).

Murakami è stato evidentemente spinto a scrivere da profonde motivazioni personali, dalla voglia di afferrare almeno un brandello di verità in ciò che era accaduto, e che tanto dolore aveva inflitto al Paese non solo per i morti – si potrebbe pensare che tredici vittime non siano poi così tante per un attacco simile, che avrebbe benissimo potuto mieterne centinaia o migliaia – ma anche per i sopravvissuti, che hanno dovuto fare i conti con vite menomate, segnate e tragiche.

Di capitolo in capitolo, dando voce alle vittime e ai loro parenti o ai colleghi di lavoro o anche solo a semplici testimoni, Murakami costruisce un puzzle dell’orrore che ha il pregio indiscutibile di una certa obiettività, al punto da riuscire a svelare alcune connessioni sorprendenti e alcune realtà, soprattutto per noi occidentali, impressionanti (si pensi ai tanti feriti che, pur di non fare tardi al lavoro, non si fecero medicare e non si presentarono al pronto soccorso). D’altronde, Haruki non è un saggista né si picca di esserlo, e infatti il suo libro vive delle voci dei protagonisti di quella funesta giornata del marzo 1995, senza spingersi troppo oltre, ma sforzandosi (e non è cosa da poco) di afferrare l’enigma dietro ai fatti, l’intenzione dietro alla decisione, la lucidità dietro alla follia. E spingendosi, così, underground, sotto la superficie di quel Giappone fatto di mille luci scintillanti che si è soliti vedere nei film e nelle pubblicità, ma percorso da tensioni e fratture indicibili. In questo senso, forse, le interviste più impressionanti sono quelle che l’Autore ha potuto realizzare agli adepti della setta che, in carcere, hanno ripensato alle loro stesse azioni e hanno cercato di attribuire loro un significato.

Senza giustificare e senza emettere condanne, ma con un profondo senso di attonita pietas, Murakami offre un libro importante e complesso, a suo modo appassionante per come svela meccanismi di pensiero e per come sa cogliere anche i più piccoli dettagli, consapevole che proprio in essi potrebbe celarsi il mistero ultimo di un fatto epocale superato di lì a pochi anni da ben altri attentati (l’11 settembre su tutti), ma purtuttavia inciso in modo indelebile nella storia e nella società del Giappone, Paese da sempre capace tanto di parlarci e conquistarci (con la sua tecnologia, con la sua ammirevole operosità) quanto di respingerci e sbalordirci, con la sua mentalità confuciana e le sue zone d’ombra illeggibili a noi occidentali, poveri figli di Freud.                   

(Recensione scritta ascoltando i King Crimson, “Epitaph”)

PREGI:
asciutto ed efficace nell’impianto e nella forma (una sequela di interviste in cui gli interventi dell’Autore sono ridotti al minimo indispensabile), è un libro che non lascia indifferenti, importante tanto per i giapponesi quanto per gli occidentali

DIFETTI:
Murakami è un narratore, e non un saggista, ma questo – contrariamente a quanto sostenuto dalla sua critica – non è un difetto, bensì un valore aggiunto di questo strano libro che svolge un’inchiesta personalissima e originale. Forse l’unico vero difetto è la lunghezza, un po’ eccessiva

CITAZIONE:
“Questa è la mia ipotesi: non è che per caso il ‘fenomeno’ del culto Aum in realtà non era affatto qualcosa di estraneo a noi? Non è che ci minacciava, come un coltello alla gola, proprio perché, prendendo una forma che non avevamo nemmeno immaginato, ci presentava un’immagine distorta di noi stessi? […] Quando proviamo nei confronti di qualcosa una repulsione e un disgusto fisiologici, spesso è perché questo qualcosa è la proiezione negativa dell’immagine di noi stessi.” (pag. 316)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO