VOGLIO LA TESTA DI RYAN GIGGS – Rodge Glass

# 218 – Rodge Glass – VOGLIO LA TESTA DI RYAN GIGGS (66THAND2ND, 2014, pagg. 327)

L’ex-calciatore Mikey Wilson, protagonista di uno sfortunatissimo esordio, nel 1992, con il Manchester United (dopo 133 secondi dall’ingresso in campo, appena diciottenne, si ruppe una gamba e fu espulso in seguito a un folle tackle su un difensore avversario), vive nel mito della sua squadra del cuore e del suo calciatore più rappresentativo, quel Ryan Giggs che, nella fatale partita in cui esordì, gli passò (sbagliando la misura del passaggio) proprio il pallone per avventarsi sul quale Mikey si infortunò. Oggi Mikey è un trentaduenne alcolizzato che non riesce a tenersi un lavoro per più di qualche mese, e che per di più ha avuto un figlio (chiamato, ovviamente, Ryan!) con Gemma, avventura di una notte conosciuta in un pub. Stretto tra un padre scappato non si sa dove per sfuggire ai debiti, che gli telefona in occasione di ogni partita dello United per commentare il risultato, e un fratello che invece ha messo la testa a posto e dirige l’azienda di famiglia, e non vuol più saperne di calcio e sbornie, al povero Mikey non resta che mollare l’ennesimo lavoro e volare – sputtanandosi tutti i soldi – a Mosca per la finale di Champions League del 2008, Manchester United-Chelsea, risolta dopo una drammatica lotteria di rigori proprio da Ryan Giggs… atteso però da una sgradevole sorpresa fuori dallo stadio!

Il primo ovvio riferimento che viene in mente leggendo “Voglio la testa di Ryan Giggs” è il celebre “Febbre a 90°” di Nick Hornby, vera e propria bibbia del tifoso DOC, da cui è stato tratto anche un simpatico film. Per i personaggi di Hornby, l’esistenza ruota attorno all’Arsenal, celebre squadra londinese. Per quelli di Glass, e in particolare per l’ossessionato protagonista Mikey Wilson, è il Manchester United il baricentro di una vita che, sul lato sportivo, è durata appena 133 secondi: da promessa del calcio inglese, infatti, Mikey si ritrova ad essere un fantasma ignorato da tutti, puro dettaglio statistico, giocatore famoso solo per averne rotto un altro con un fallaccio e per essersi giocato la carriera in neanche due minuti sul prato dell’Old Trafford in una partita che lo United aveva già vinto, dato che mancavano pochissimi minuti al triplice fischio.

Il peso della delusione, la fuga del padre, suo primo (esagerato) tifoso, che lascia il Paese perché inguaiato in un giro di scommesse e lo chiama regolarmente da un non meglio precisato buenretiro, il conflitto insanabile con un fratello troppo più assennato di lui, che a meno di trent’anni è già capo d’azienda, e, da ultimo, il rapporto con Gemma, ragazza “facile” che per pura sfortuna Mikey mette incinta, sono le forze che agiscono, dilaniandolo e devastandogli la vita, su questo ragazzo di borgata che è arrivato a sfiorare appena la fortuna di essere un calciatore professionista (sul suo talento non si discute: Sir Alex Ferguson in persona lo aveva voluto allo United!).

Raccontato attraverso alcune partite della stagione 2007-2008, che si concluse con un’epica finale di Champions League giocata a Mosca ma tutta inglese, tra Manchester United e Chelsea, “Voglio la testa di Ryan Giggs” è sia un (disincantato) inno al tifo calcistico, di cui Glass è bravo a descrivere il lato maniacale, che una storia di smarrimento e perdizione, una sorta di romanzo di formazione all’incontrario, in cui il momento culminante – l’esordio con la maglia dei Red Devils – arriva subito ed è, purtroppo, un tragico fallimento, e tutto quello che segue è lo smontarsi pezzo per pezzo di un sogno durato una vita, anzi, lo smontarsi di una vita stessa (Mikey si mette a bere, a mangiare da schifo, ingrassa, subisce altri infortuni e disavventure…) e di un corpo che, nato per lo sport più amato nel mondo, si ritrova a calcare campetti fangosi di periferia nella speranza di farsi notare da qualche osservatore, e di rientrare in quella squadra dei sogni per la quale ha sempre tifato. Squadra che, ovviamente, lo ignora: il calcio è fatto di soldi, a dirigerlo ci sono “gli uomini in grigio”, i manager e gli sponsor, e così, mentre Ryan Giggs diventa il miglior calciatore di sempre dello United, il ragazzo che pur di ricevere un suo passaggio, tanti anni prima, si è giocato la carriera diventa un signor nessuno, un patetico moscone da bar che nasconde dietro al tifo ossessivo per i Diavoli Rossi (e per Giggs in particolare) una voglia matta di distruggere tutto – lo United, l’Old Trafford, la Champions League, Giggs, il calcio stesso – in virtù di una rivincita che, purtroppo, non sempre la vita concede.

Nel calcio, sembra dirci Rodge Glass, c’è sempre un’altra partita; nella vita, la partita può anche finire all’improvviso e noi non ce ne accorgiamo, e andiamo avanti come se potessimo ancora vincere quando in realtà non stiamo più neanche giocando. Attraversato da una sottile vena comica, ma in realtà votato al dramma (sociale e individuale), “Voglio la testa di Ryan Giggs” è debitore, in certe atmosfere, dei libri di Irvine Welsh (di cui però Glass non ha lo stile durissimo né il nichilismo di fondo), e si trascina forse un po’ troppo a lungo, con la sua struttura che intreccia Io narrante (di Mikey) a parti in terza persona, passato (anni ’90) e presente (stagione 2007-2008). Non tutto funziona a meraviglia, e ogni tanto la scrittura è un po’ pedissequa nel ribadire il fallimento del povero Mikey, ma nel complesso è un libro che si legge con piacere a patto, ovviamente, che il calcio non sia per il lettore un “pianeta alieno”.           

(Recensione scritta ascoltando l’inno ufficiale della UEFA Champions League)

PREGI:
con una scrittura onesta e una struttura semplice ma convincente, l’Autore si mette al riparo da manie di grandezza e ambizioni troppo elevate. Apprezzabile anche il ricorso a pochi personaggi: il libro non è una “galleria di volti”, ma resta fondamentalmente agganciato alla famiglia Wilson utilizzando saggiamente i comprimari

DIFETTI:
forse un po’ troppo tirata per le lunghe, questa discesa agli inferi che culmina, dopo la finale di Champions, con una scena tra il drammatico e il grottesco non è esente da momenti ripetitivi e passaggi a vuoto (un po’ come una partita di pallone, del resto!)   

CITAZIONE:
“Il calcio è cambiato perché è cambiato il mondo, giusto? Bambini poverissimi, rapiti dalle favelas e dalle spiagge del Brasile, dalla Costa d’Avorio, dal Ghana, dal Camerun, da Timbuctù, da Disneyland, che vengono portati in Europa e prima che se ne rendano conto si ritrovano intrappolati nel nord dell’Inghilterra a cercare di convincere sé stessi e tutti gli altri che ‘è siempre stato il mio sogno jogare per Wigan Athletic.’” (pag. 158)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO