Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 188
MORTI SOSPETTE
Strani suicidi e incidenti dubbi: come la letteratura (gialla e non) racconta le tragedie degli altri
Cyril Hare – UNO STRANO SUICIDIO (1939)
Di cosa parla: Il Pendlebury Old Hall Hotel è un piccolo albergo senza pretese. Qui ha soggiornato l’ispettore Mallett di Scotland Yard per le sue vacanze che ormai volgono al termine. Proprio l’ultima sera, fa la conoscenza di Leonard Dickinson, un abituale frequentatore dell’hotel. È un tipo piuttosto lamentoso, tanto da accennare al fatto che potrebbe presto scomparire. Mallett non dà troppo peso alle parole dell’uomo, ma il mattino dopo Dickinson viene trovato morto nella sua stanza, per un’ingestione di barbiturici. Il verdetto dell’inchiesta non lascia adito a dubbi: si tratta di suicidio. Ma la moglie e i figli del defunto non sono intenzionati ad accettarlo, anche perché c’è in gioco una questione di polizze assicurative da incassare. E così, iniziano a indagare per conto proprio per fare emergere una verità alternativa…
Commento: Cyril Hare, pseudonimo dello scrittore inglese Alfred Alexander Gordon Clark, era un avvocato. Ma si diede alla scrittura per incrementare le entrate derivanti dalla professione forense. I suoi gialli, pregevoli e lineari, hanno, com’è facilmente prevedibile, un’attenzione particolare per le questioni giuridiche. In questo caso, il problema ha le fattezze di una polizza assicurativa sulla vita, per incassare la quale gli eredi sono costretti a sconfessare il verdetto dell’inchiesta ufficiale: in caso di suicidio, infatti, la polizza sarebbe invalidata. E così l’autore riesce a sfruttare uno dei topoi della letteratura poliziesca: il dilemma suicidio-omicidio di fronte a una morte sospetta, sulla quale gli investigatori non hanno certezze. Il romanzo ha un bell’andamento, fluido e chiaro. Basata com’è sulle indagini svolte direttamente dai componenti della famiglia Dickinson (l’ispettore Mallett, personaggio ricorrente nei libri di Hare, compare all’inizio e alla fine, per sbrogliare la matassa), la storia gioca sull’assunzione, da parte del lettore, di un punto di vista ben preciso. Ma, come dimostra il finale, un giallo funziona se è in grado di ribaltare la prospettiva e le aspettative: e anche se il lettore più avvertito non può non subodorare qualcosa, è anche vero che la piacevole agilità della scrittura può bastare a offrire qualche ora di divertimento.
GIUDIZIO: **½

Georges Simenon – GLI ALTRI (1962)
Di cosa parla: La morte dello zio Antoine, alla vigilia di Ognissanti, e il seguente tentativo di suicidio di Colette, la giovane moglie, fa rumore nella famiglia Huet. Il fatto è che, a sentire il parere di uno dei nipoti, medico di professione, non pare si sia trattato di morte naturale: lo zio, ultimo rappresentante della sua generazione, si sarebbe avvelenato. In attesa della celebrazione del funerale e della lettura del testamento, gli Huet, divisi all’interno da decennali rancori, dovranno fare i conti con i loro livori e le loro incomprensioni, anche perché, a quanto si dice, Édouard, la pecora nera della famiglia, è tornato in città e nessuno sa come affrontarlo…
Commento: “Per molti anni eravamo vissuti ciascuno nel proprio quartiere, ciascuno con i suoi mezzi, le sue abitudini, i suoi problemi, le sue soddisfazioni personali, e avevamo avuto gli uni con gli altri solo contatti occasionali. Ma ecco che adesso tutti gli Huet […] si ritrovavano faccia a faccia, si riscoprivano e forse avrebbero dovuto scontrarsi”. L’ennesimo ritratto della provincia francese, scritto questa volta nella forma, per Simenon inconsueta, del diario, passa attraverso le dinamiche di una famiglia che, come tutte le famiglie che si rispettino, è infelice a modo proprio. Partendo dalla morte, su cui aleggia il sospetto del suicidio, dello zio Antoine, il narratore, Blaise, un uomo mediocre ma capace di osservare con acume gli “altri”, ricostruisce il quadro psicologicamente instabile dei rapporti tra i vari membri della famiglia Huet, rapporti all’insegna ora soltanto della reciproca indifferenza, ora – ed è il caso di Édouard – di fondate ostilità, che risalgono persino agli anni della guerra e dell’occupazione tedesca. Con il passare delle pagine, si fa strada, da un lato, il tentativo di ricucire le relazioni, di cui proprio Blaise si farà interprete, dall’altro, però, si arriverà a scoprire che, in fondo, superata la contingente necessità di riunirsi, la famiglia finirà per tornare a dividersi, perché nel riprendere la propria vita, nello stare ciascuno “più che mai separato dagli altri” si annida l’unica forma possibile di convivenza. E così, se, come dice Blaise nell’ultima pagina di diario, scritta a mesi di distanza dagli eventi narrati in precedenza, egli stesso rimane “sorpreso dell’importanza che attribuivo allora a certe cose”, quando credeva di vivere “ore memorabili”, aspettandosi “Dio solo sa quali cambiamenti […] nella mia vita e in quella degli altri”, ecco che Simenon appone alla storia una morale amara, per quanto stemperata da una certa ironia: i familiari, come si capisce fin dal titolo, sono degli estranei perché la vita continua e nemmeno la morte è davvero in grado di distoglierci dalla nostra esistenza che, come se niente fosse stato, può e deve proseguire nel grigiore indispensabile (ma che talvolta sa essere persino eroico) della sua routine.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Quale morte più sospetta, più misteriosa di quella per suicidio della propria moglie? È proprio questa la vicenda al centro de La mite di Fëdor Dostoevskij, nel quale un uomo, proprietario di un banco di pegni, a sei ore di distanza appunto dal suicidio della moglie, prova a interrogarsi sull’accaduto, ricostruendo l’origine della loro relazione, a partire dal primo incontro, avvenuto proprio presso il banco. Colpito dalla mitezza di lei, una ragazzina di appena sedici anni che vive con due zie che la maltrattavano, lui le propone presto di sposarla. Il matrimonio, celebrato poco dopo, è segnato, all’inizio, dalla difficoltà di comunicazione tra i due dovuta all’eccessiva severità con cui lui tratta la giovane moglie, finché lei viene avvicinata da un ex commilitone del marito, il quale avanza delle profferte che la ragazza respinge con innocente fermezza. «… Ecco, fin che è qua, tutto ancora va bene: ogni momento mi avvicino a lei e la guardo; ma quando domani la porteranno via, come farò a rimanere da solo?».
La mite è soltanto un racconto – così si giustifica Dostoevskij nella premessa al lettore; un racconto lungo, in verità, ma basta l’incipit a inquadrare il dramma che verrà sviluppato nelle poche, anche se non pochissime, pagine successive. È il dramma dell’io narrante, certo, ma anche (soprattutto) quello della giovane moglie che si è appena suicidata. Il monologo interiore, che prova, in qualche modo, a fare luce su quanto accaduto serve tanto per informare il lettore, ignaro di tutto, delle vicende dei due coniugi, quanto – e forse ancor di più – per chiarire allo stesso protagonista come si sia potuti arrivare a tanto.
La domanda angosciosa con cui si apre il racconto suona fin da subito senza risposta, tanto che verrà ripresa, quasi identica, alla fine. È una vera e propria confessione a cuore aperto, che diventa una ricerca della verità, amarissima, impietosa. Lo stesso Dostoevskij parla della “forma confusa” con cui il protagonista si esprime: lo fa per spiegare la struttura stessa del testo, inverosimile in sé, ma da intendere come se fosse la trascrizione dei pensieri di un uomo travolto da una tragedia inaspettata della quale non sa darsi ragione. Ne esce, potentissimo, anche il ritratto della giovane moglie, sorta di modello ideale della vittima, che, in quanto tale, assomma in sé purezza e sacrificio, innocenza e martirio (ogni riferimento cristologico è naturalmente legittimo). Insomma, è soltanto un racconto: un racconto mirabile, commovente, straziante, perfetto in ogni parola, in ogni virgola, probabilmente tra le cose più alte e disperate mai scritte da Dostoevskij.
Il regno delle morti sospette, però, come detto, è il romanzo giallo. Gli esempi abbondano: ne scegliamo uno che ci pare indicativo di come il tema, fatto oggetto di infinite variazioni, ne abbia prodotte di particolarmente virtuosistiche. Il romanzo è Il rovescio della medaglia e inizia quando Ellery Queen riceve per posta, in forma anonima, alcuni articoli di giornale riguardanti una serie di morti che si stanno verificando da qualche tempo a Wrightsville. Lo scrittore non può non cominciare a chiedersi se ci sia un nesso tra quegli eventi; sarà però la visita inattesa di Rima Anderson, la giovane figlia di Tom, noto come l’ubriacone del luogo, morto dopo la caduta da una rupe, a convincerlo definitivamente a lasciare New York per tornare nella città del New England, dove la catena di morti non sembra volersi interrompere. È il quarto e ultimo romanzo del ciclo di Wrightsville, aperto nel 1942 con il capolavoro Il paese del maleficio, ed è un libro che può legittimamente concorrere al titolo di “giallo con il maggior numero di morti” (anche se non tutti per omicidio). Interessante la caratterizzazione dei personaggi più che del luogo (forse volutamente lasciato in secondo piano in quanto ormai già noto al lettore affezionato), il romanzo appartiene anche al ricco filone del “giallo con filastrocca”, che Ellery Queen, intesi come i cugini Dannay-Lee, avevano già sperimentato pochi anni prima, in modo più esplicito, in C’era una volta una vecchia.

Testi citati
Fëdor Dostoevskij – LA MITE (1876)
Ellery Queen – IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA (1950)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana