L’ISOLA DI CEMENTO – James G. Ballard

# 359 – James G. Ballard – L’ISOLA DI CEMENTO (Feltrinelli, 2007, ediz. orig. 1974, pagg. 155)

L’architetto trentacinquenne Robert Maitland, sposato e con un figlio, nel primo pomeriggio del 22 aprile 1973 ha un terribile incidente stradale mentre sta percorrendo un tratto della tangenziale di Londra. Perso il controllo della sua auto, Maitland precipita col veicolo in un’isola di traffico al di là del guard rail, uno di quei fazzoletti di terreno incolto letteralmente “tagliati fuori” dal tessuto urbano dalle carreggiate delle autostrade che vi corrono attorno, dai terrapieni di cemento e dai parapetti metallici. Ferito e privo di un mezzo di trasporto, Maitland si ritrova nella condizione di moderno naufrago: non può lasciare la sua isola, perché non è in grado di scalarne i terrapieni, e non può segnalare la sua presenza agli automobilisti che gli sfrecciano attorno, a pochi metri di distanza ma concentrati sui loro impegni e sulle loro destinazioni. Novello Robinson Crusoe, Maitland fa la conoscenza di alcuni individui che, emarginati e solitari, bazzicano quel luogo di puro oblio urbano che è lo spartitraffico autostradale. Ma con nessuno di essi instaurerà un rapporto proficuo, anzi, perlopiù saranno relazioni basate su diffidenza e prevaricazione. Riuscirà l’architetto a lasciare l’isola e a tornare alla sua vita borghese, oppure approfitterà dell’occasione che il naufragio gli offre per scoprire un altro modo di vivere, una realtà nascosta dietro la realtà e fatta di relitti e di rimozione?

Uscito nel 1974, quindi dopo “Crash” (1973) e prima de “Il condominio” (1975), questo romanzo di Ballard è, a tutti gli effetti, un’isola tra due capolavori, uno spartitraffico incuneato nel mezzo della fase più straordinaria e creativa della carriera di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

Riprendendo in parte i temi già emersi nel germinale “Crash” (la fascinazione per gli incidenti stradali), ma deprivandoli dell’elemento più inquietante, quello sessuale, Ballard con “L’isola di cemento” propone una specie di postfazione al più celebre romanzo precedente, e introduce, al contempo, alcuni degli elementi che caratterizzeranno “Il condominio” (lo scivolamento della normalità quotidiana in qualcosa di malsano, in una realtà “slittata” fatta di violenza e prevaricazione). L’architetto affermato Robert Maitland, infatti, con la sua vita ordinata e vagamente ipocrita (ha moglie e figlio, ma anche un’amante, ama le auto veloci e scivola sulla vita come su un piano inclinato liscio e privo di ostacoli) è una prefigurazione del dottor Robert Laing, il protagonista de “Il condominio”: entrambi sono i rappresentanti perfetti della vita civile in una grande città occidentale come Londra, gli alfieri di uno stile di vita deprivato di istinti e di naturalità, asservito ai comfort e alla logica dello scambio, abituato alla sicurezza – economica e personale – e incapace, ormai, di pensare un altro mondo, di recuperare una dimensione primigenia fatta di lotta per sopravvivere e autoaffermazione.

Tutto si può comprare nel mondo di Robert Maitland, la vita è un’autostrada da seguire indefinitamente, fino a quando qualcosa di inatteso giunge a interromperne il sicuro fluire: l’incidente, che Ballard decide genialmente di raccontare subito, nelle prime righe del romanzo, senza mettere tempo in mezzo, senza dare al lettore – come al protagonista – la possibilità di capire realmente cosa stia accadendo.

E così, anche noi lettori finiamo inopinatamente, assieme all’architetto, sull’isola di cemento, su questo spartitraffico pieno d’erba alta quanto una persona e di relitti espulsi dal tessuto della città e dalla coscienza dei suoi abitanti. Al solito, Ballard padroneggia la materia narrativa alla perfezione, e ci offre un romanzo dalla misura perfetta, inquietante e asciutto, che non gira mai a vuoto nonostante, di fatto, non accada nulla al suo interno, a parte l’incidente iniziale.

Il resto del libro, in effetti, incentrato com’è sull’impossibilità del protagonista di lasciare l’isola su cui è naufragato con la sua ormai inutile macchina, non contiene grandi eventi, ma è giocato sull’inesorabile ascesa di una tensione tanto sottile quanto palpabile. Con pochissimi personaggi e linee di dialogo scarne e rarefatte, l’Autore conduce con mano sicura un romanzo in cui l’aspetto tematico resta in equilibrio con quello squisitamente narrativo, impresa che non sarebbe riuscita a scrittori più votati all’ideologia e alla dittatura del contenuto. Ballard, al contrario, gioca con la sua stessa, brillante idea, e costruisce un racconto teso e serrato, efficace, straniante e originale, una variazione sul tema del naufragio che induce, ancora una volta, a riflettere sui limiti imposti da un mondo – quello occidentale – che sembra volerli abolire, e che invece si rinchiude in gabbie sempre più anguste di pensiero e di ossessione.  

(Recensione scritta ascoltando gli Urban Nightmare, “Lifetime of Nothing”)

PREGI:
al solito, Ballard è in anticipo sui tempi, e lo dimostra anche con un romanzo “minore”, compreso fra due titoli assai più celebrati e risonanti. “L’isola di cemento” riflette sull’irrompere dell’imprevedibile e sul sostrato di emarginazione e rimozione che le realtà urbane celano sotto la superficie e, come sempre, non sceglie le soluzioni più semplici e scontate, ma porta ad estreme conseguenze il suo assunto di base, nonostante le dimensioni ridotte

DIFETTI:
enigmatico e fondamentalmente irrisolto, è un libro “di passaggio” tra due titoli oggettivamente più incisivi, anche se resta una lettura più che consigliabile

CITAZIONE:
“Abbracciò con lo sguardo il triangolo verde che da cinque giorni era la sua casa, con le buche e le cunette, i dossi e i piccoli rilievi che conosceva ormai come sé stesso. Nell’attraversarlo, gli sembrava di seguire le proprie circonvoluzioni cerebrali. […] Pensò alla strana frase che aveva mormorato nel delirio: l’isola sono io.” (pag. 114)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
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QUASI PESSIMO
BRUTTO
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO