I BAMBINI DI HIMMLER – Caroline De Mulder

# 378 – Caroline De Mulder – I BAMBINI DI HIMMLER (Einaudi, 2025, pagg. 238)

In una grande villa bavarese vivono alcune decine di madri coi loro bambini, di padri ignoti oppure impegnati al fronte: siamo nel 1944 e la Seconda Guerra Mondiale impazza ovunque. La struttura, patrocinata nientemeno che dal potentissimo SS-Reichsführer Heinrich Himmler, è solo una delle tante che sorgono in tutta la Germania, afferenti al progetto Lebensborn, che ha per obiettivo la selezione e la salvaguardia del puro sangue ariano o, comunque, delle sue migliori caratteristiche, in piena linea col più noto delirio nazionalsocialista. La storia di una ragazzina francese, Renée, incinta di un soldato tedesco, di una infermiera con qualche scrupolo di coscienza e di un prigioniero distaccato dal terribile campo di Dachau per costruire ulteriori padiglioni atti ad accogliere le puerpere si intrecciano lungo l’ultimo, terribile anno di una guerra feroce e ormai senza esclusione di colpi, che non risparmia neppure donne e bambini.
Ma cos’è il progetto Lebensborn? E che ne è dei bambini che non nascono con caratteristiche perfette? L’infermiera, schwester Helga, inizia a porsi qualche domanda di troppo, la francesina Renée dispera di rivedere il soldato che l’ha ingravidata e poi è corso al fronte, mentre Marek, il prigioniero polacco, ridotto a uno scheletro, teme di non arrivare vivo alla fine del conflitto, che pure sembra imminente. Come si intrecceranno i destini di questi tre personaggi?         

A prima vista, “I bambini di Himmler” sembra un buon libro: la trama è interessante, lo sfondo storico è tra i più allucinanti e sconvolgenti che si possano immaginare, lo stile appare fin da subito asciutto ed essenziale, con venature liricheggianti che – se tenute a bada – non possono che rappresentare un arricchimento. Anche l’utilizzo dei personaggi storici, soprattutto del famigerato Himmler, non è malvagio: l’Autrice non ne abusa, riservando al temutissimo SS-Reichsführer giusto un paio di comparsate di discreta efficacia.

Purtroppo, però, è tutta apparenza, un po’ come la facciata di serenità di Heim Hochland e delle altre “case” del progetto Lebensborn: non appena si approfondisce un po’ la lettura, il libro inizia a girare su sé stesso e i personaggi rivelano una profondità che non va oltre quella del foglio di carta su cui sono descritti con parole spesso fiammeggianti ma vuote di significato, inutili, ripetitive e autocompiaciute. Non si familiarizza veramente con nessuno, né coi prigionieri né con gli aguzzini (che peraltro quasi non si vedono), né con le povere puerpere (perlopiù scialbe e prive di sfaccettature) né con le infermiere che devono occuparsi di loro (l’espediente di riportare le pagine di diario della dubbiosa schwester Helga mostra presto la corda).

Ma soprattutto, quello che il libro non riesce a fare coincide proprio con l’obiettivo principale che l’Autrice – a giudicare dal titolo – si era prefissa: raccontare la follia del progetto Lebensborn, del tentativo di “coltivare” una progenie perfetta con la quale continuare a combattere, in futuro, le guerre a cui la Germania sarebbe stata inevitabilmente chiamata.

Un po’ perché l’intento era fin troppo scoperto, e un po’ perché la scelta dell’ambientazione unica finisce per stancare, “I bambini di Himmler” è un libro che manca drammaticamente il bersaglio, e non bastano, a salvarlo, alcune scene abbastanza riuscite e un paio di personaggi – in primis il direttore sanitario della clinica, il dottor Ebner – ben descritti e soprattutto capaci di spiccare per le loro azioni, e non solo per le vuote girandole di altisonanti parole che l’Autrice dedica loro con generosità (ma con poco discernimento).

Purtroppo Caroline De Mulder sembra non sapere che non basta continuare a ripetere aggettivi e definizioni che aspirano all’originalità per rendere veramente originali e indimenticabili dei personaggi; occorre, anche e soprattutto, saperli far agire con coerenza e con efficacia, in un tessuto narrativo all’interno del quale non stonino e non appaiano forzati.

Pieno di cliché sia nella descrizione della piccola francese ripudiata dai suoi perché ha ceduto al fascino di un tedesco quanto in quella dello scheletrico prigioniero polacco, sorta di rappresentante unico di tutti i prigionieri dei campi di concentramento nazisti, il libro si riscatta parzialmente con qualche scena riuscita (il rogo dei documenti e, nel finale, il colpo di scena sul personaggio di Renée) e con l’ostentata sobrietà con la quale descrive anche i “cattivi”, che per fortuna non sono come i Nazisti delle barzellette, tutti stivaloni e passo dell’oca.

Però è troppo poco per giustificare gli osanna di tanta stampa, che sembra andare in visibilio più per i temi che per lo stile, più per il genere di chi li scrive che per la riuscita effettiva dei romanzi.

(Recensione scritta ascoltando Lilla Clara & Hania Rani, “White Sky”)

PREGI:
la struttura molto semplice, con capitoli alternati dedicati volta a volta a uno dei tre protagonisti (Renée, schwester Helga e il prigioniero Marek) e lo stile disadorno, più osservativo che giudicante

DIFETTI:
i personaggi non riescono ad avere spessore, nonostante i disperati sforzi dell’Autrice, che tecnicamente non se la cava male, anche se punta troppo sulle descrizioni abissali e insistite. Inoltre, se volete veramente sapere qualcosa sul progetto Lebensborn, meglio un buon saggio (la bibliografia è sconfinata)   

CITAZIONE:
“Siamo noi a scegliere il male o è il male a scegliere noi? Io ero buona, ma dalla parte sbagliata? Non siamo sempre convinti di essere dalla parte della luce?” (pag. 228)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO