I RAGAZZI VENUTI DAL BRASILE – Ira Levin

# 394 – Ira Levin – I RAGAZZI VENUTI DAL BRASILE (Club degli Editori, 1977, pagg. 315)

San Paolo, Brasile, 1974: una cena tra uomini d’affari in un ristorante giapponese si rivela un abboccamento tra vecchi nazisti impenitenti e nostalgici del Terzo Reich. A capotavola siede nientemeno che il dottor Josef Mengele, l’Angelo della Morte, che distribuisce documenti, soldi e diamanti, e assegna a tutti i presenti una missione: ciascuno dovrà uccidere una quindicina di uomini di sessantacinque anni in giro per il mondo, tra Europa e Stati Uniti, per un totale di novantaquattro vittime. Gli omicidi dovranno essere compiuti in date precise indicate da Mengele. Nonostante lo scetticismo di alcuni dei presenti, l’infernale medico ricercato da mezzo mondo ma ostinatamente latitante in Sudamerica fin dal 1948, si limita a sostenere che da quei novantaquattro omicidi dipende l’avvento del Quarto Reich, e il ritorno del Nazionalsocialismo sulla scena mondiale. Dopo aver registrato l’intera conversazione tra Mengele e i suoi ospiti, un ragazzo americano, Barry Kohler, desideroso di cimentarsi con la ricerca dei criminali di guerra ancora liberi, contatta il celebre Yakov Liebermann, cacciatore di nazisti e fondatore di un Centro per la Documentazione sui Crimini di Guerra, con sede a Vienna. Riuscirà il non più giovane Liebermann a impedire la realizzazione di un piano apparentemente folle la cui terribile plausibilità s’impone scoperta dopo scoperta, pagina dopo pagina?    

Reso celebre dal film che vi trasse Franklin J. Schaffner nel 1978, con Gregory Peck nei panni del mefistofelico Mengele e Laurence Olivier in quelli di Liebermann, questo libro è, assieme a “Rosemery’s Baby”, il più famoso di Ira Levin (1929 – 2007), scrittore americano molto attivo in particolare negli anni ’60 e ’70.

Due sono i punti di forza dei “Ragazzi venuti dal Brasile”: l’idea di fondo, geniale e inquietante per quanto improbabile, e il ritmo indiavolato, che comprime in poco più di trecento pagine una trama che avrebbe facilmente potuto allargarsi a macchia d’olio, perdendo in questo modo la sua forza espressiva. Senza particolari alzate d’ingegno (lo stile è squisitamente narrativo, privo di evidenti finezze), Levin si concentra sulla trama e sull’idea di fondo, che è il vero gioiello del libro come del film (e che, ovviamente, non sveleremo a beneficio di chi non ha ancora letto il romanzo né visto l’opera cinematografica che vi è stata tratta).

Naturalmente, non si può ignorare il fatto che si tratti di un romanzo del 1976, dunque scritto a poco più di trent’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando ancora molti criminali di guerra nazisti si aggiravano sotto mentite spoglie per il vasto Sudamerica. Tra questi, anche Josef Mengele, la cui cattura sarebbe stata il fiore all’occhiello per qualunque organizzazione che avesse la riparazione dei crimini di guerra come obiettivo. Ricercato dal Mossad e dalle polizie di mezzo mondo, il medico di Auschwitz (che, gioverà ricordarlo, non era il solo e probabilmente neppure il peggiore a svolgere esperimenti aberranti nel più terribile dei campi di sterminio) viene messo da Ira Levin al centro del suo romanzo, sorta di terrificante architrave che, perseguendo un’idea scientifica folle ma non del tutto impossibile, sul piano teorico, mira a riportare in essere il Reich tedesco con la sua ideologia razzista e prevaricatrice.

Il personaggio di Liebermann, palesemente ispirato al celebre Simon Wiesenthal, fa da contraltare con la sua carezzevole umanità alla tremenda disumanità di Mengele e dei suoi accoliti ma, anche se il libro è tutto giocato attorno al confronto tra questi due poli opposti, Levin non rinuncia a iniettare elementi disturbanti in entrambi i contesti. Se, infatti, i nazisti guidati da Mengele non sono gli improbabili automi che scattano sull’attenti e obbediscono ciecamente, ma rivelano al loro interno contrasti e dubbi, ed è solo la folle determinazione del crudele medico a portare avanti il piano, la parte opposta, quella di Liebermann, appare disorganizzata e velleitaria, e altrettanto esposta al rischio della cecità morale (si veda il conflitto finale tra Liebermann e Rabbi Gorin, ebreo americano oltranzista che ucciderebbe degli innocenti pur di garantire la sopravvivenza al suo popolo).

E dunque, il libro di Levin, oltre che nel proporre un racconto decisamente godibile, si distingue in particolare per la sua capacità di ragionare non tanto sulla banalità, quanto sulla tentazione del Male, e per la sua efficacia nel rendere plausibile anche un piano (del tutto inventato, specifichiamolo) assolutamente folle. Ma non fu folle anche l’ascesa politica di Adolf Hitler? Non ci si è chiesti per decenni come abbia potuto un uomo simile assumere un potere così grande, e utilizzarlo per compiere crimini tanto abnormi? Non era forse “improbabile” anche il Nazismo?

Il regista tedesco Hans Jürgen Syberberg, autore di un monumentale film su Hitler datato 1979 (“Hitler, ein film aus Deutschland”), una volta disse: “È facile essere antinazisti quando non c’è un Hitler.” Verità sacrosanta, che la trama stessa de “I ragazzi venuti dal Brasile” sembra voler materializzare, con una vicenda che appassiona e raggela allo stesso tempo, e un finale (non a caso mantenuto rigorosamente identico nel film) che non delude. 

(Recensione scritta ascoltando Marlene Dietrich, “Das ist Berlin”)

PREGI:
scrittura asciutta e tagliente al servizio della trama, personaggi ben delineati, lunghezza giusta e tematiche da far tremare i polsi

DIFETTI:
scritto mentre Mengele era ancora in vita (a proposito: chissà se lo lesse?) e in un’epoca in cui il “pericolo nazista” sembrava ancora in auge, è un romanzo di spionaggio più ancora che un thriller nel quale, fatalmente, certi dettagli sono inesatti. Mengele non fu mai “Il medico di Hitler”, che neppure lo conosceva, e il piano da lui architettato afferisce quasi più alla fantascienza che alla fantapolitica. Però, nel complesso, la storia regge ed è interessante, e a un’opera di fiction non si chiede altro. Per la verità storica su Mengele ci sono i saggi  

CITAZIONE:
«C’è stato silenzio poi, per un bel po’. […] E in quel lungo silenzio» fissò Benyon con aria profetica «sul filo del telefono mi è giunto l’odio, Sydney.» Annuì. «Odio quale non avevo mai avvertito prima, neppure quando Stangl mi fissava in tribunale. Mi è giunto chiaro come la voce del ragazzo, e forse è stato per via di quello che aveva detto, ma sono stato assolutamente certo che l’odio proveniva da Mengele. E quando il telefono è stato riagganciato, sono stato assolutamente certo che l’aveva riagganciato Mengele.»  (pag. 57)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO