IL MISTERO DELLE DONNE IMPICCATE – Stelvio Mestrovich

# 62 – Stelvio Mestrovich – IL MISTERO DELLE DONNE IMPICCATE (A.Car. Edizioni, 2012, pagg. 153)

Il capitano dei Carabinieri Marco Mosetti, originario di Muggia ma distaccato a Lucca, si trova ad affrontare l’atroce caso di tre donne impiccate da ignoti assassini, che lasciano, a mo’ di firma, una Donna di Picche e la sigla “OD”. Piccolo particolare: tutte e tre le donne erano iscritte alla Massoneria. Che sia in atto un regolamento di conti tra sette segrete?

Non ci sarebbe da sprecare molto inchiostro, e ancor meno tempo, attorno a un libro come “Il mistero delle donne impiccate”, scritto palesemente con la sinistra, con poca voglia e con tanta fretta di arrivare alla fine e aggiungere un titolo alla carriera. Sì, perché altrimenti sarebbe incomprensibile come uno scrittore classe 1948, quindi non certo un pischello, Autore di diversi saggi sulla musica e il teatro lirico, oltre che di altri libri gialli, possa proporre un romanzetto così insulso nella trama, risibile nella costruzione dei personaggi e scritto in un italiano, ad essere generosi, approssimativo. Non ho letto altro di Stelvio Mestrovich, per cui è doverosa la raccomandazione di non applicare quanto scriverò di questo libro alla sua intera produzione: può darsi che ci troviamo in presenza del classico “inciampo” in una carriera altrimenti brillante, non posso escluderlo e francamente glielo auguro.

Ciò detto, però, “Il mistero delle donne impiccate” rasenta l’illeggibilità, e a salvarlo interviene soltanto la brevità, che consente di arrivare alla fine con un paio di viaggi in metropolitana tra Sesto F.S. e Duomo. Ma, esilità e puerilità della trama a parte, è l’aspetto linguistico a lasciare sconcertati. Come conciliare con uno scrittore di lingua italiana locuzioni tipo “Quell’assassino lo voglio torchiare io, appena si sveglia e gli farò subito pentire di non dormire più! E se qualche medico si intromette, giuro che lo denuncio per collaborazionismo!” (Collaborazionismo? E che siamo, Mestrovich, nel Ventennio? Casomai favoreggiamento!). Oppure: “Mia sorella, di cinque anni più grande di me, pur essendo stata e in parte lo è tuttora, una bella donna, non si è mai voluta sposare.” Lasciamo stare il costrutto orribile, ma che accidenti vorrebbe dire essere “in parte una bella donna?” E ancora: “Non ti ho mai smesso di amare” (non era meglio “non ho mai smesso di amarti?”); “E quando tutte le speranze e i sogni che hai concentrato su qualcuno si volatizzano?” (Si “volatizzano”?!? Volatilizzano, casomai… A meno che a Muggia non esista il verbo “volatizzare”…).

E chiudiamo col botto: “Ha un attimo di sbandamento. È sempre in piedi e rifila un calcio al gambo del sofà.” (Il “gambo”?!? E cos’è, un fiore? Ah, questi sofà, che crescono un po’ dappertutto, selvaggi, nei salotti di mezza Italia!). Stelvio Mestrovich è nato a Zara, in Dalmazia, oggi Croazia. Posso capire che l’italiano non sia la sua unica lingua, e magari non sia quella con cui è cresciuto. Ma gli editor dove sono finiti? A.Car. Edizioni li ha licenziati tutti, e non fa più cura e preparazione del testo? Com’è possibile che nelle 153 pagine di un romanzetto giallo di poche pretese o nessuna entrino così tanti sfondoni? E ve ne ho risparmiati altri, di non minore gravità! Se la matematica – come da celebre adagio – non è un’opinione, caro Mestrovich, a un certo punto neppure la scrittura lo è. Nella sua lista della spesa o negli appunti sulla propria agenda, uno è libero di strafalcionare quanto vuole, basta che ci si raccapezzi; ma se si pubblica un libro, ci si espone al giudizio esterno, e non si può, proprio non si può offrire ai lettori un italiano tanto brutto, e una trama tanto assurda, pregna di un astio francamente ridicolo nei confronti dell’Opus Dei (che è indubbiamente una prelatura discutibile, ma su basi serie, per favore, non sull’onda di qualche notizia raccattata nel web!) e della Massoneria che, piaccia o non piaccia, è un movimento pluri-secolare che richiede, perché si possano esprimere delle opinioni in merito, capacità di descrizione e finezza storica. Caratteristiche che la scrittura tagliata con l’accetta di Stelvio Mestrovich non ha.

Basti pensare alla ridicolaggine assoluta della confessione dell’assassino, origliata da un testimone, ed espressa come se fosse un atto legale in carta bollata formato protocollo: “Io, il Cardinale Filippo R., al vertice dell’Opus Dei, ti dico che, in fede al patto sottoscritto con l’Opus Diaboli e con l’Opus Ducis, mandante degli omicidi delle donne […] e dell’attentato al capitano dei Carabinieri Mosetti…” Ma chi diavolo parla così, durante un abboccamento criminale?! Ve lo immaginate Vallanzasca che, negli anni ’70, incontra Turatello in una bisca e gli dice: “Io, Vallanzasca Renato, capo della banda della Comasina, responsabile degli omicidi di tal dei tali e talatro dei talaltri, ti dico: organizziamo un colpo alla banca di piazza Vetra!” Suvvia, Mestrovich, se si vuol scrivere un giallo, almeno si abbia la decenza di trovare una buona via d’uscita narrativa, che non consista nella confessione in carta bollata di un personaggio di cartapesta.   

(Recensione scritta ascoltando Goran Bregovic, “Kalasnjikov”)

PREGI:
la brevità, che però non riscatta del tutto l’esiguità della trama e la delusione di un finale da confessione tribunalizia  

DIFETTI:
lingua inaccettabile, costrutti assurdi, abissi concettuali e mano pesante (che dire di una locuzione come “incazzato nero più di un senegalese”?): un giallo che punta tutto sulla presunta simpatia del protagonista e sulle bordate lanciate (impunemente?) contro Opus Dei, Massoneria e altre non meglio precisate posizioni esoterico-politiche 

CITAZIONE:
“Prima eravamo di più, molti di più, ma poi le vocazioni sono venute meno e adesso per il nostro Ordine è diventato un problema riempire e mandare avanti i conventi. Il nostro è condotto da una frate priore molto giovane, attivo, ma con strane idee per la testa. Viene dalla Calabria e a me non è mai piaciuto.” (pag. 136 – Non ho resistito al fascino del fratacchione vetero-leghista cui non è mai piaciuto il priore calabrese! Ovviamente “una frate priore” è così nel testo…)

GIUDIZIO SINTETICO: °

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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0
1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO