# 137 – Philip Roth – L’ANIMALE MORENTE (Einaudi, 2002, pagg. 113)
Il professor David Kepesh, ormai attempato ma non per questo insensibile al fascino femminile, tiene un corso universitario di critica letteraria e immancabilmente, ogni anno, avvia relazioni di breve durata con sue studentesse, ammaliate dalla personalità e dalla cultura del docente. Vissute come “equi scambi” tra la frequentazione del mondo culturale e il sesso, queste relazioni rappresentano l’unico baluardo tra Kepesh e l’idea della morte, l’unico salvifico presidio contro la vecchiaia e il declino. Ma la sorprendente Consuela Castillo, ventiquattrenne d’origine cubana dalla bellezza conturbante, sarà forse un punto di non ritorno anche per il compassato professore, complice il dramma finale che l’attende…
Già protagonista de “Il seno” (1972) e “Il professore di desiderio” (1977), David Kepesh è una delle figure più riuscite scaturite dalla penna magistrale di Philip Roth: insegnante di letteratura, libertino colto e raffinato, arguto e sinceramente innamorato del genere femminile, Kepesh vive ogni relazione come un’opportunità di studio e di conoscenza, proprio come se le donne fossero opere d’arte (non necessariamente letteraria, ma anche pittorica o musicale) da scoprire con passione, da godere, da vivere in ogni dettaglio, da amare e da ammirare, da gustare e da preservare.
Se nei romanzi degli anni ’70, e in particolare nel “Professore di desiderio”, era ancora giovane e il suo libertinismo si dipanava con naturalezza, il Kepesh che ritroviamo ne “L’animale morente” (locuzione tratta da una poesia di Yeats citata nel romanzo) è ormai un attempato professore il cui spirito libertino, però, non solo non accenna a scomparire, ma si è fatto anzi – se possibile – persino più acuto ed esigente che in precedenza! Disperatamente aggrappato a un’idea di “vita” che non può essere scissa da quella di “amore”, inteso anche e soprattutto come amore fisico, Kepesh ha alle spalle un matrimonio fatalmente fallito e un figlio da cui lo divide il suo stesso carattere di donnaiolo impenitente, come se questo tratto fondamentale della propria esistenza e della propria personalità avesse divorato – in Kepesh – anche l’attitudine ad essere padre.
La verità è che l’anziano professore è un po’ padre e un po’ marito per tutte le studentesse che concupisce e che conquista, seppur per una breve stagione e per un amore che ha un che di scopertamente “pedagogico”: le ragazze vanno con lui perché ha una cultura affascinante, e perché è un grande classico finire a letto col proprio professore (soprattutto nell’immaginario scolastico americano, affrancato da tutta una serie di pastoie tipiche delle nostre parti, e molto più vicino, sin da epoca liceale, al modello universitario). E Kepesh sembra non chiedere altro che essere amato dalle donne, donne giovani e belle, floride e intelligenti, come se da questi amori dipendesse la sua stessa vita, come se la vita valesse davvero la pena solo in quanto possa essere riempita di amore e di cultura. Rappresentante, se vogliamo, di una New York un po’ snob e democratica, David Kepesh (un po’ come Philip Roth) è in grado di abbellire ogni cosa, di ammantare tutto con un velo di democriteo distacco, di sdrammatizzare matrimoni e relazioni finiti male, comprendendo tutto in quel calderone ribollente che è l’animo umano e che, in fondo, non è altro che una fornace che chiede sempre più amore, sempre più dolcezza, sempre più comprensione e, in una parola, sempre più vita.
Perché anche questo “Animale morente”, come ampia parte della produzione di Philip Roth, è una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla tragica fragilità di una e sulla dura inevitabilità dell’altra, ma anche, se vogliamo, sull’ingiustizia con cui i due opposti – vita e morte – vengono a volte mescolati e impastati assieme. Per questo la vicenda più che drammatica, addirittura tragica di Consuela Castillo, tanto bella quanto sfortunata, rappresenta per Kepesh una terribile mise en abyme della filosofia sottilmente edonistica sulla quale egli ha costruito la sua intera vita, e il finale del libro – aperto e disperato al tempo stesso – non può che confermare la natura incorreggibile di un personaggio (e di uno scrittore) che non ha mai smesso di credere nell’amore (e nella scrittura) come unico mezzo per opporsi alle brutture e alle ingiustizie del mondo, e dell’esistenza, provando a renderle se non comprensibili, quantomeno accettabili.
(Recensione scritta ascoltando Robert Schumann, “Variazioni degli Spiriti”)
PREGI:
la scrittura di Roth è, come sempre, un autentico rosolio. Si legge senza che venga mai voglia di smettere, e già questo è di per sé un pregio monumentale, al quale si aggiungono la consueta cura dello scrittore statunitense nel tratteggiare personaggi e situazioni, approfonditi fino all’inverosimile, e la splendida trattazione di un tema vasto come la rivoluzione sessuale degli anni ’60, vista soprattutto dal lato femminile
DIFETTI:
il tono di fondo del breve romanzo è molto melanconico, e forse l’insistenza sull’idea della morte e su temi come la malattia e il destino è un po’ eccessiva, e finisce per “aggredire” il lettore, diviso tra la passione per una lettura tanto dolce e delicata e la ripulsa per tematiche tanto ardue e scostanti. Ne esce un libro ibrido: piacevolissimo nel suo dipanarsi, ma da groppo in gola per le conseguenze cui approda
CITAZIONE:
“Ora, come sai, io sono molto sensibile alla bellezza femminile. Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa. Queste ragazze vengono al mio corso, e io capisco subito qual è quella che fa per me.” (pag. 3)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana