IL DOLCE DOMANI – Russell Banks

# 140 – Russell Banks – IL DOLCE DOMANI (Einaudi, 1997, ediz. orig. 1991, pagg. 242)

Sam Dent, placido paesino sulle montagne dello stato di New York, viene funestato dalla peggiore delle disgrazie: uno scuolabus carico di bambini, dai cinque ai quattordici anni, in un gelido giorno d’inverno finisce in un lago ghiacciato. Molti bambini muoiono, e i sopravvissuti – tra cui l’autista Dolores Driscoll e la quattordicenne Nichole Burnell – devono fare i conti con l’orrore dell’accaduto. A uno scenario di genitori in lutto e famiglie distrutte si aggiunge l’arrivo in paese dell’agguerrito avvocato Mitchell Stephens, assunto per una causa di gruppo contro l’azienda costruttrice dell’autobus: il miraggio di un risarcimento milionario potrà davvero sanare il dolore immenso della perdita dei propri figli?

Russell Banks è un Autore che, a dispetto di una scrittura controllatissima e a tratti persino un po’ fredda, non lascia mai indifferenti. Se è vero che non riesce a toccare le vette stilistiche di un Philip Roth, è altrettanto vero che le tematiche affrontate da Banks fanno sempre tremare i polsi: la perdita, lo sradicamento, il senso di straniamento davanti a una realtà slittata di cui – come nella Sam Dent coperta di neve – non si riescono più a distinguere i contorni. Il tutto, raccontato con grande scelta di stile e di ritmo, riproponendo una classica fiaba nera, quella del pifferaio di Hamelin, che per vendetta (non era stato pagato per i suoi servigi dalla comunità che lo aveva assunto), porta via con sé, irretendoli al suono del suo piffero, tutti i bambini del paese. “Il dolce domani” ha l’aspetto e l’andatura di una fiaba terribile che ha preso corpo nella realtà, che si è incuneata – come il gelo – negli interstizi di una società ovattata ma non priva di tensioni, costruita sui rimorsi e sul non-detto, come la carriera apparentemente impeccabile dell’avvocato Stephens, che nasconde una vita privata devastata, dominata dalla figura di una figlia tossicodipendente e disperatamente alla deriva.

In un romanzo a più voci, che non ha un protagonista classicamente inteso, Mitchell Stephens è il perno centrale attorno al quale ruota l’intera vicenda, questo grumo di dolore inespresso e congelato che cerca disperatamente di assumere una forma comprensibile, giuridica e normativa. Ma non si può legiferare sul dolore, non si può sostituire il vuoto lasciato da un bambino scomparso in un lago ghiacciato, e alla fine la natura umana dovrà tornare a sé stessa, a fare i conti con la propria realtà più profonda e disincantata: la voglia di vendetta, la pretesa di un compenso, l’assoluta impossibilità di pervenire a una spiegazione per la tragedia. Cos’è stato a far finire fuori strada lo scuolabus? Un cane che ha attraversato la strada all’ultimo momento? Una lastra di ghiaccio? Qualche difetto costruttivo nel sistema di frenaggio o di sterzo? Un errore dell’autista? Poco conta: il compito di Mitchell Stephens, ovvero dare un senso alla tragedia, è improbo.

Come nel bellissimo film che da questo libro ha tratto Atom Egoyan (protagonista un superlativo Ian Holm proprio nei panni dell’avvocato Stephens), il finale è beffardo e racchiude l’intera vicenda in un contorno da sogno (o da incubo) dal quale non c’è risveglio, perché quel sogno (o quell’incubo) è la realtà, nella sua fredda inspiegabilità. La comunità di Sam Dent, allora, diventa simbolo di qualcosa di più grande, della società occidentale forse, che non concepisce più la tragedia e la morte e si ritiene al sicuro da tutto; o di un mondo che cerca a tutti i costi una logica che forse non è mai esistita, e che – parafrasando Einstein – è solo un’ostinata illusione. Perturbante e malinconico, capace di raccontare l’ossimorica rabbia raggelata di Mitchell Stephens come anche la fiammeggiante rassegnazione dei cittadini di Sam Dent, “Il dolce domani” è un libro bello e crudele che, un po’ come un nastro di Moebius, non offre vie d’uscita e lascia in eredità, quando lo si è finito, un terribile, inevitabile senso di incompletezza – o di ingiustizia, che poi è la stessa cosa.

(Recensione scritta ascoltando Sarah Polley, “Courage”)

PREGI:
raffinato e calibrato alla perfezione, è un racconto che scorre via lucido e terribile fino alla fine, ben reso grazie a un incastro di Io narranti che ricostruiscono vanamente – come in una sorta di “Rashomon” – un incidente che non ha spiegazioni possibili, o per il quale (ed è la stessa cosa) sono possibili tutte le spiegazioni. Non è un pregio in senso stretto, ma segnalo volentieri che il film tratto dal libro è il capolavoro di Atom Egoyan: da vedere

DIFETTI:
forse fin troppo distaccato nel ricostruire le meccaniche interpersonali e nel tratteggiare una società raggelata, è un libro che non si dimentica ma che non si rilegge volentieri, e che forse qui e là – pur non scadendo mai nel melodramma e non cedendo sotto il profilo stilistico – esagera leggermente nel drammatizzare le situazioni

CITAZIONE:
“Tutti noi (Nichole, io, i bambini sopravvissuti all’incidente, e quelli che erano morti) era come se adesso fossimo cittadini di un altro paese, come se fossimo un paese di solitari che vivevano in un dolce domani e gli abitanti di Sam Dent, se ci commemoravano o disprezzavano, se applaudivano per la nostra vittoria contro le avversità, lo facevano per rispondere alle loro necessità, non alle nostre.” (pag. 232)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO