QUATTRINI IN BANCA – Pelham Grenville Wodehouse

# 146 – Pelham Grenville Wodehouse – QUATTRINI IN BANCA (Mondadori, 1974, ediz. orig. 1958, pagg. 188)

Lo stagionato e smemorato Lord Uffenham è caduto in miseria e ha dovuto vendere la magione di famiglia, nella quale però presta servizio come maggiordomo sotto il falso nome di Cakebread. Perché? Semplice: egli si ricorda benissimo di aver nascosto, anni prima, da qualche parte in casa una cospicua somma in gioielli e brillanti, ma non riesce più a trovarli! Non vorremo lasciare che a rinvenire il tesoro sia la volgare nuova padrona di casa, Miss Cork, cacciatrice pentita che ha fondato un’associazione di vegetariani? Oppure gli infidi coniugi Molloy, coppia di truffatori americani? O, ancora, il viscido Lionel Green, nipote della signora Cork e fidanzato con la bellissima Anna Benedick, sulla quale ha messo gli occhi anche l’avvocato di mezza tacca Jeff Miller, simpatico, avvenente e avventato? Insomma: con questi e altri ingredienti, la caccia al tesoro può cominciare!   

Quando si legge Wodehouse, si può stare certi che ci si divertirà! E non è una consapevolezza da poco, credetemi! Anche il peggiore dei libri del più grande umorista inglese del XX secolo elargirà sempre, perlomeno, un po’ di sano divertimento; e poco importa se, forse, di capolavori propriamente detti non si potrà mai parlare. È vero, Wodehouse non è Autore di capolavori, ma di onesti libri d’intrattenimento, nei quali sembra rivivere magicamente un’Inghilterra perduta, edoardiana e raffinata, piena di understatement e di imbrogli che si risolvono sempre con una battuta arguta o con una menzogna tanto spudorata da sembrare una verità.

Wodehouse, nel mettere in scena il suo caravanserraglio di nobili decaduti e giovani sfaccendati, di fascinose fatalone e vecchie megere, di servitori spesso più scaltri dei loro padroni e approfittatori di bassa lega, sembra congelare il tempo per restituirlo al lettore sotto uno strato di ambra salvifica. Ambientati in una specie di “eterno presente”, i libri di Wodehouse si leggono col sorriso sulle labbra dalla prima all’ultima pagina, e non fa eccezione questo “Quattrini in banca”, scatenata caccia al tesoro che coinvolge una galleria di personaggi che non sfuggono alle categorie summenzionate, ma che riescono purtuttavia a non stancare il lettore, perché in fondo se uno, due o tre cliché sono stucchevoli, dieci, venti o trenta cliché diventano stile!

Tutto è “tipico”, in Wodehouse; ogni pagina ci sembra di averla già letta altre volte in altri libri, non necessariamente dello stesso Autore, perché in fondo i luoghi comuni di un’Inghilterra intrisa di the e buone maniere, di laccata apparenza e falsa cortesia, ci sono tutti, ma proprio tutti; eppure, Wodehouse riesce, con la sua penna, a spingersi sempre un po’ più in là, in un territorio allo stesso tempo familiare e nuovo, come se nella scrittura egli riuscisse sempre a trovare qualche dimensione nascosta (un po’ come le quasi mitologiche “dimensioni arrotolate di Calabi-Yau” previste dalla Teoria delle Stringhe), qualche minuscola piega inesplorata, qualche microscopico anfratto situato tra le righe o tra le pagine di libri letti e riletti, saputi e risaputi, che riescono tuttavia ogni volta a divertire, e a dire qualcosa di non banale sull’avidità umana, sui rischi della stupidità, sul miraggio della ricchezza e sull’incalcolabile valore dell’amore e della nobiltà d’animo.

Insomma, “Quattrini in banca” è una commedia ritmata e sorridente, tutta imperniata sul “McGuffin” rappresentato dai gioielli della decaduta famiglia Uffenham, e attraversata dal girotondo di amori corrisposti e non corrisposti tra Anna, Lionel, Jeff, la signora Cork, l’insopportabile Myrthle Shoesmith, i coniugi Malloy e l’infido detective Sheringham Adair. Malintesi, incomprensioni, piani diabolici che vanno all’aria come castelli di carte al primo soffio di vento, e ancora, agnizioni e rivelazioni, sorprese e trabocchetti: c’è tutto in “Quattrini in banca”, condito dalla robusta dose di un umorismo – ovviamente – very british, mai sopra le righe, mai volgare (Wodehouse detestava gli eccessi di realismo). E allora, poco importa che la trama non sia granché originale e che i personaggi siano visti e rivisti: con Wodehouse in cabina di regia, qualcosa succede sempre, il sorriso non manca mai e quando si chiude il libro, dopo averlo finito, resta sempre quella dolce sensazione di malinconia di quando si deve salutare un amico che parte, col quale si sarebbe voluto chiacchierare ancora.    

(Recensione scritta ascoltando i Deer Tick, “These Old Shoes”)

PREGI:
scritto sapientemente, con un perfetto controllo degli effetti di comicità e di suspense, il libro non concede pause, quasi a ogni pagina succede qualcosa, e i raccordi tra i capitoli sono perfetti. Wodehouse, insomma, si conferma maestro del ritmo, oltre che dell’umorismo garbato all’inglese

DIFETTI:
fatalmente simile a diverse altre opere dello stesso Autore, non si può dire che la vicenda di “Quattrini in banca” sia particolarmente originale: una caccia al tesoro in una magione del Kent, perfettamente orchestrata ma certo non unica nel suo genere

CITAZIONE:
“La mattina seguente […] arrivò a Halsey Court una giovane signora elegante e di provocante bellezza. I suoi capelli dorati lucevano, le labbra erano più rosse delle ciliegie mature, gli occhi sfavillanti e vivaci; non però quel genere di occhi che si accompagnano a un’anima mite e modesta. La dama, pure costituendo una piacevole visione, si rivelava all’osservatore esperto una di quelle ragazze pericolose, la cui presenza consiglia il prudente ospite a mettere sotto chiave ninnoli e cucchiai d’argento.” (pag. 19)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO