FONDAMENTA DEGLI INCURABILI – Iosif Brodskij

# 208 – Iosif Brodskij – FONDAMENTA DEGLI INCURABILI (Adelphi, 2020, ediz. orig. 1989, pagg. 108)

Il rapporto tra Venezia e il grande poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la Letteratura nel 1987, nasce in anni lontani, quando il letterato – già sofferente di cuore – vi si recava, perlopiù in inverno, per dei periodi di riposo e di scrittura, cullato dallo sciabordio dell’acqua nei canali e dalla natura così splendidamente “altra” e sospesa di questa città unica al mondo, in cui il Tempo non trascorre nello stesso modo, ma sembra avere esso stesso la consistenza sensuale e misteriosa dell’acqua, quell’acqua dalla quale – dopotutto – proviene anche l’essere umano, dopo milioni di anni di evoluzione dalle primordiali forme di vita… Venezia e i suoi canali, i suoi odori e il suo personalissimo ritmo sono i meccanismi che innescano la riflessione dell’Autore che, tra aneddoti di vita veneziana e considerazioni sull’Uomo e sulla vita, sul Tempo e sulla morte ci accompagna in una sorta di viaggio in gondola senza meta, persi come siamo – tutti – nei meandri di quella laguna che è l’esistenza.

Quando un poeta si dà alla narrativa, di solito il risultato non ha mezze misure: o è notevole o è un disastro. Scritto su invito del Consorzio Venezia Nuova, che ne ha curato la pubblicazione nel 1989, “Fondamenta degli Incurabili” rientra decisamente nella categoria dei libri notevoli, per la sapienza della penna che lo anima dall’inizio alla fine, con una delicatezza e una profondità di tocco veramente invidiabili.

Piccola elegia veneziana sospesa tra esperienze personali e considerazioni letterarie, tra aneddoti e sogni, tra storie d’amore vere e immaginarie, “Fondamenta degli Incurabili” è anzitutto un inno alla bellezza della città lagunare, osservata – per ammissione dello stesso Autore – nella “stagione sbagliata”, l’inverno, in cui nebbia, freddo e umidità la fanno da padroni, ma in cui Venezia splende se possibile anche di più nella sua trattenuta mestizia e nelle sue improvvise esplosioni di gioia e di vita, nel suo afflato d’eternità. Perché è vero: si ha l’impressione che non ci possa succedere niente di male mentre siamo a Venezia, troppa la bellezza che riempie gli occhi, troppa la sospensione di certi scorci, troppa la facilità di perdersi tra le calli, quando si crede di stare andando in una direzione ma ci si ritrova da tutt’altra parte (per un gustoso confronto narrativo, si veda “L’amante senza fissa dimora” di Fruttero & Lucentini).

Brodskij ci racconta la sua Venezia fatta di soggiorni nella stagione più triste e di incontri mirabolanti (ad esempio, quello con la vedova di Ezra Pound, Olga Rudge), di storie d’amore che non vengono mai raccontate, ma solo lasciate intuire, assorbite come sono dalla storia d’amore più grande di tutte, quella con Venezia, appunto, una storia “definitiva” e unica, che le riassume tutte e le anticipa, le sovrasta riempiendo gli occhi di una bellezza fondamentalmente irraccontabile (chi ci è andato più vicino è forse il Proust della “Recherche”: nell’economia dell’opera, però, l’episodio veneziano occupa solo una piccola parte), una bellezza che parla più all’inconscio che alla coscienza vigile, perché – è la tesi di Brodskij – tutti veniamo dall’acqua, il nostro passato più ancestrale è legato a questo ineffabile elemento così importante per la vita, e allora la città che ha fatto dell’acqua il suo principale fattore costitutivo, la città edificata letteralmente sulle acque non può che essere una sorta di mise en abyme naturale di questa sotterranea consapevolezza.

Visitare Venezia vuol dire dunque fare il più profondo dei viaggi nel Tempo, un viaggio che ci riporta alle nostre più lontane origini, un viaggio durante il quale non ci sono impegni e non ci sono tappe: c’è solo la città, questa dimensione “altra” e sospesa, nella quale chissà, anche la malattia – che già attanagliava l’Autore e che l’avrebbe portato a una prematura dipartita nel 1996, a soli 56 anni – finisce per congelarsi, per sospendersi in un limbo nebbioso in cui i contorni e i limiti perdono significato, e la vita stessa si presta ad essere rievocata e ripensata, come tentò di fare – senza ottenere un pieno successo, a mio avviso – il Thomas Mann di “Morte a Venezia”, uno dei suoi libri allo stesso tempo più ambiziosi e meno riusciti. Molto più riuscito è “Fondamenta degli Incurabili”, un racconto che non ha una forma, che procede come l’acqua tra i canali, lento e pigro, indefinito eppure a tratti limpido e cristallino, opaco e trasparente come l’acqua del Canal Grande che – posso testimoniarlo – certi giorni è grigia e limacciosa e altri giorni è azzurra d’un azzurro indescrivibile, e viva e palpitante.

Siamo tutti incurabili, sembra dirci Brodskij, e la nostra malattia si chiama “vita”; ma, soprattutto, siamo incurabilmente soggiogati dal fascino di Venezia e dalle sue architetture impossibili, dai suoi anfratti insospettabili e dal suo odore di “alghe marine sotto zero.” Trattenuta e vibrante dichiarazione d’amore per Venezia (una Venezia invernale, anti-turistica e persino un po’ scostante), “Fondamenta degli Incurabili” si legge tutto d’un fiato ma assaporando ogni parola, col cuore stretto tra l’infinito vagheggiato e la propria stessa drammatica finitezza.               

Venezia-neve

(Recensione scritta ascoltando Antonio Vivaldi, “Le quattro stagioni: L’Inverno”)

PREGI:
una scrittura elegantissima e raffinata, una prosa nella quale si nota subito la mano del poeta, per la scelta terminologica e per la decisione di affidarsi fin da subito più alle impressioni che ai nessi narrativi, più all’estemporaneità del ricordare che alla causalità dell’agire

DIFETTI:
a tratti è un libro inaspettatamente difficile, per la sua tendenza a evocare più che raccontare, a stimolare il lato sensoriale del lettore più che quello puramente intellettuale. Ma le dimensioni contenute controbilanciano ampiamente questo aspetto, che potrebbe intimorire qualche lettore…   

CITAZIONE:
“Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre.” (pag. 89)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO