LECTIO BREVIS / 80

Appunti e spunti minimi su libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 80
IL VOLTO DEL MALE

UN CLASSICO: “Dracula” di Bram Stoker
UN GIALLO: “Una croce era il segnale” di John Dickson Carr
DALLO SCAFFALE: “Nottetempo, casa per casa” di Vincenzo Consolo
LECTIO BREVISSIMA: “Il cavaliere e la morte” di Leonardo Sciascia

UN CLASSICO
“D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (Italo Calvino)

Bram Stoker – DRACULA (ediz. orig. 1897)

Di cosa parla: 1890. Jonathan Harker, giovane avvocato impiegato presso un’agenzia immobiliare di Londra, viene inviato in Transilvania: deve incontrare, nel suo castello, un nobile del luogo, il conte Dracula, per condurre la trattativa relativa all’acquisto di una casa nella capitale inglese. Lungo la strada, Harker ha modo di ascoltare le superstiziose voci della popolazione locale in merito al conte e alla sua dimora. Una volta raggiunto il castello, il giovane si renderà presto conto della reale natura del suo ospite, che, dietro un’apparenza rispettabile, nasconde una natura e dei comportamenti tutt’altro che ordinari…

Commento: Come prendere una leggenda e trasformarla in un mito, o viceversa. L’operazione fatta da Stoker, che si documentò a lungo per scrivere il suo romanzo più celebre (anzi, l’unico ancora conosciuto, a ben vedere), è, per certi versi, persino filologica, essendo il personaggio di Dracula ispirato alla figura di Vlad III, principe di Valacchia del Quattrocento, soprannominato l’Impalatore (la brutta nomea era una cosa di famiglia: Dracul, ossia Diavolo, era infatti il soprannome del padre, Vlad II). Quello che colpisce del romanzo, al di là della cura con cui Stoker costruisce una fenomenologia del vampirismo fatta di folclore e scienza (fondamentale la figura del professor Van Helsing, eccentrico esempio di studioso a tutto tondo), è la capacità di tenere in sospeso il lettore variando continuamente il punto di vista della narrazione, affidata a pagine di diario e scambi epistolari tra i personaggi principali. La sorte del povero Harker, che resta prigioniero nel castello di Dracula nella prima parte del romanzo, sarà rivelata solo molte pagine (e molti orrori) dopo.   

GIUDIZIO: ****

UN GIALLO
“Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura” (S.S. Van Dine)

John Dickson Carr – UNA CROCE ERA IL SEGNALE – (ediz. orig. 1949)

Di cosa parla: Partick Butler, noto avvocato, riesce a salvare dalla condanna a morte Joyce Ellis, una giovane donna accusata di aver avvelenato l’anziana signora presso cui lavorava come dama di compagnia. Ma un altro delitto, con le stesse modalità di esecuzione del primo, si verifica durante il processo: la vittima è Dick Renshaw, marito della nipote della prima vittima. Per venire a capo del mistero, Butler, che intanto si è innamorato di Joyce, dovrà ricorrere all’esperienza del dottor Gideon Fell…

Commento: Preceduto da un capolavoro come Il terrore che mormora e da un buon libro come La sfinge dormiente, il diciottesimo romanzo che vede nei panni dell’investigatore il pachidermico dottor Fell (qui in realtà molto defilato) è, al netto di un paio di buone trovate, un poliziesco piuttosto pasticciato. Quello che più colpisce è che l’autore abbandoni la strada, a lui congeniale, del giallo a enigma per percorrere le più tortuose strade di una vicenda che dà molto più risalto all’azione che all’indagine classica. Il tutto sullo sfondo delle criminali imprese di una setta di satanisti, che però più che mettere paura rischiano di apparire ridicoli. Notevole il tentativo dei traduttori italiani di trovare un titolo più allusivo del didascalico Below Suspicion della versione originale.

GIUDIZIO: *½

DALLO SCAFFALE
“La Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima” (Jorge Luis Borges)

Vincenzo Consolo – NOTTETEMPO, CASA PER CASA (ediz. orig. 1992)

Di cosa parla: Il giovane Petro Marano insegue in una notte di luna piena il padre, affetto dal “male catubbo” (ossia da licantropia), per le campagne intorno a un paesino della Sicilia. A Cefalù, invece, sotto gli occhi del barone don Nenè Cicio, sfila il corteo di Aleister Crowley, “la Grande Bestia 666”, esoterista inglese che insieme ai suoi seguaci prende dimora in una villa fuori città, l’Abbazia di Thélème, dove, tra droghe e cembali, si dedicheranno a riti orgiastici. Petro, intanto, si avvicina al movimento sindacale e alle idee socialiste, che il nascente fascismo non esita a reprimere con la violenza…

Commento: Intorno a due eventi storici, l’arrivo di Crowley in Sicilia e l’affermazione del fascismo, apparentemente distanti ma in realtà più vicini di quanto non sembri (non solo per la contiguità temporale ma anche per le assonanze evidenti tra la setta satanica da un lato e le camicie nere dall’altro), Consolo costruisce un romanzo che, pur nello sfilacciamento della trama, è una summa della raffinatezza barocca che attraversa certa prosa siciliana, da Sciascia e Bufalino fino a, con i dovuti distinguo, Camilleri. Certo, si potrebbe obiettare a Consolo un eccessivo lirismo, un qualche compiacimento di troppo, sul piano della ricercatezza, della dotta eleganza, ma la lettura è affascinante: le pagine su Crowley sono le più interessanti, il finale commuove. Premio Strega nell’anno dell’uscita.

GIUDIZIO: **½

LECTIO BREVISSIMA

Leonardo Sciascia – IL CAVALIERE E LA MORTE (1988)

Vice, un commissario di polizia, malato di cancro, è alle prese con l’omicidio di un noto avvocato dietro il quale sospetta la presenza di intricate e non meglio precisabili trame occulte, che le indagini ufficiali, condotte dal commissario capo, provvedono a insabbiare seguendo piste provvidenzialmente false facenti capo all’associazione terroristica rivoluzionaria dei “figli dell’89”. È il penultimo libro di Sciascia che, sotto la forma dell’apologo, porta all’estremo il pessimismo su ogni possibilità di salvezza. Il titolo si ispira a un’incisione di Albrecht Dürer del 1513, il cui titolo completo è “Il cavaliere, la morte e il diavolo” e una stampa della quale è fonte delle riflessioni di Vice: “il Diavolo – che Sciascia omette per dare risalto al confronto diretto tra il protagonista e la fine prossima della vita – era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”.