Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 91
TRE RACCONTI IN UNO
È più facile scrivere racconti o romanzi? E da cosa dipende la grandezza di uno scrittore?
Gustave Flaubert – TRE RACCONTI (1877)
Di cosa parla: Tre vite per tre storie. Nella prima, “Un cuore semplice”, Félicité, cresciuta in una fattoria dopo la morte dei genitori, dopo il tradimento d’un uomo che aveva promesso di sposarla, trova collocazione come domestica presso madame Aubain, dove trascorrerà la sua vita, affezionandosi ai due figli della donna Paul e Virginie. Gli altri due racconti, “La leggenda di Giuliano l’Ospitaliere” e “Erodiade”, narrano la vita di un santo e la celebre vicenda di Salomè e Giovanni Battista.
Commento: “I romanzi pervertono le masse. Sono meno immorali a puntate che in volume. Possono essere tollerati unicamente i romanzi ‘storici’, perché insegnano la storia. Es. I tre moschettieri ecc. Ci sono romanzi che sono scritti con la punta di un bisturi. Es. Madame Bovary. Altri che ruotano sulla punta di un ago”. Così recita la voce “Romanzo” del fondamentale Dizionario dei luoghi comuni, pensato per essere inserito nel suo ultimo grande romanzo, l’incompiuto e pubblicato postumo Bouvard e Pécuchet. Se, dunque, Flaubert aveva tanta coscienza dell’importanza del romanzo nella società ottocentesca e anche del valore della propria opera, come si ricava dall’autocitazione del suo libro più celebre, Madame Bovary, che gli costò un’accusa di immoralità, molto meno coltivò l’arte del racconto, di cui questa raccolta, che ebbe lunghissima gestazione e fu l’ultimo testo pubblicato in forma compiuta prima della morte, è di fatto l’unica testimonianza. Va detto che, al di là del valore documentale, l’opera è preziosa soprattutto per il primo dei tre racconti, straordinario esempio del miglior stile di Flaubert, capace di conferire raffinatezza e spessore umano al ritratto di una donna comune, senza scadere nell’agiografico estetismo un po’ di maniera degli altri due testi.
GIUDIZIO: **½

Tommaso Landolfi – TRE RACCONTI (1964)
Di cosa parla: C’è la storia di un uomo che, in attesa dell’esecuzione della propria condanna a morte, rievoca le circostanze che lo hanno condotto a conoscere, adescare e infine uccidere una ragazzina di quindici anni muta. C’è la vicenda di Marcello che, innamorato di Gisa ma non trovando il modo di costringere la donna a venire allo scoperto, propone, durante una serata in casa di amici, di giocare una partita di poker durante la quale i perdenti dovranno spogliarsi nudi oppure suicidarsi. Ci sono, infine, i diari di un uomo anziano che ha lasciato la moglie e i figli e di Rossana, la giovane barista di cui lui si è invaghito.
Commento: Raccolta dal titolo quanto mai didascalico che comprende tre storie legate, sul piano tematico, dal racconto di amori difficili o estremi. Landolfi sceglie, come sua consuetudine, strade impervie per mettere a nudo le contraddizioni che si celano dietro l’apparente banalità dei sentimenti. Dei tre testi, il primo, “Muta”, è forse il più risolto, sicuramente il più crudo e il più respingente: non c’è traccia di autocensura nel monologo interiore del protagonista, né di un anelito di redenzione: lussi che, a giudicare dagli istinti di molta cultura della cancellazione, la letteratura non potrebbe più permettersi. Nel secondo racconto, “Mano rubata” affiora, dietro la scelta di una narrazione impersonale e distaccata, la vena filosofica che caratterizza molta parte della più tarda produzione di Landolfi: il suicidio è un’opzione ancora praticabile in una società frivola e salottiera che vive di intrattenimenti, di giochi, di passatempi notturni? Il terzo racconto, “Gli sguardi”, è il più delicato ma anche il meno interessante.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Tracciare il confine tra romanzo e racconto è da sempre impresa ardua. E forse anche inutile. Così, per complicarci la vita, o per non prendere una decisione, ci siamo inventati anche una categoria intermedia, e per non far torto a nessuno l’abbiamo battezzata salomonicamente “romanzo breve” o “racconto lungo”. Un rapporto analogo, almeno a livello formale, può essere quello che sussiste tra gli episodi delle serie tv e i film. Ma se è vero che la serialità l’hanno inventata gli scrittori con i romanzi d’appendice, è altrettanto certo che a creare affezione nel lettore è la ricorrenza di personaggi, luoghi, atmosfere già conosciuti.
Rex Stout, lo scrittore americano padre di Nero Wolfe, ha scritto più di quaranta libri. Ma per equanimità affiancò a una ricca produzione di romanzi anche un’abbondante quantità di “romanzi brevi” che, proprio per la loro più ridotta estensione, furono pubblicati sempre a gruppi di due o più spesso tre per volta in un unico volume.
È il caso, ad esempio, di Colpo di genio, che comprende appunto tre storie diverse, di fronte alle quali il lettore può procedere o a una lettura separata (come quando si guarda un episodio alla volta della serie tv preferita) o a un’immersione totale (per le serie tv esiste il termine specifico: binge watching). Nero Wolfe e il suo assistente Archie Goodwin si trovano alle prese, nell’ordine, con un delitto alimentare, un omicidio da rodeo cittadino e un cadavere in un taxi.
Arguzia e ironia non mancano, così come il tocco del grande scrittore che si dedicò a per la necessità di risollevare lo stato delle proprie finanze, travolte dal crollo del ’29, e non per supponente vocazione artistica.
D’altronde già Robert Louis Stevenson, che tutti veneriamo come il grande romanziere che è (ma Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde non è un racconto lungo?), prima di approdare al romanzo con il primo dei suoi capolavori L’isola del tesoro, si esercitò con il racconto, che coltivò a lungo, fino alla morte. Ma, consapevole del fatto che la fama gli era arrivata grazie ai romanzi, così si esprimeva a proposito del rapporto tra le due forme narrative: “Per la verità L’isola del tesoro non è stato affatto il mio primo libro, in quanto non sono unicamente un romanziere. Tuttavia, sono ben consapevole che il mio ufficiale pagatore, il Grande Pubblico, considera altri miei lavori con indifferenza, se non con avversione. Si interessa di me solo come di un personaggio familiare e consueto. E quando mi si chiede di parlare del mio primo libro, non ci sono dubbi che s’intenda il mio primo romanzo. Era destino che prima o poi ne portassi a termine uno. Ed è superfluo chiedere perché. Ogni uomo nasce con svariate manie: la mia, fin dall’infanzia, fu di trasformare serie di eventi immaginati in un gioco; non appena fui in grado di scrivere, divenni buon amico dei fabbricanti di carta. […] Chiunque può scrivere un racconto — un brutto racconto, intendo — chiunque possieda sufficiente intraprendenza, carta e tempo; pochi però possono sperare di scrivere un romanzo, anche se brutto. La lunga distanza uccide. Il romanziere autorevole è libero di portare il suo romanzo in alto in alto e poi di lasciarlo affondare, così come di passare giorni a lavorarci senza costrutto. E può non scrivere più di quanto abbia agio di asciugare con la carta assorbente. Non così il principiante.”
Testi citati:
Rex Stout – COLPO DI GENIO (1960)
Robert Louis Stevenson – IL MIO PRIMO LIBRO: L’ISOLA DEL TESORO – traduzione di Giacomo Scarpelli (1894)

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana