# 19 – Sergio De Santis – CRONACHE DALLA CITTÀ DEI CROLLI (Avagliano Editore, 2005, pag. 137)
In una Napoli resa irriconoscibile dal continuo crollare degli edifici (il cemento, per un motivo misterioso, non regge più) si muove un’umanità allo sbando, fatta di accattoni e derelitti, ladri e assassini, ma anche di persone che si sforzano di perpetuare abitudini e usanze, mestieri e civiltà. Sante e Maria, fratello e sorella, adottano Schizzo, un bambino sfuggito ad un crollo e cresciuto, assieme a loro, in una grotta di tufo. Fino a quando in città esploderà una violenza cieca e inarrestabile…
Apparentemente, questo piccolo romanzo di Sergio De Santis, penna di “Repubblica”, si inscrive appieno nel genere della “distopia post-apocalittica”: un misterioso cataclisma ha devastato il mondo, senza scomodare maremoti e terremoti: semplicemente, il cemento delle costruzioni non regge più, marcisce dall’interno, e collassa. Ora: incappare in un libro simile a una settimana dal crollo del ponte Morandi di Genova ha un che di fatale. Ma devo essere sincero con voi: non sono incappato nel libro. L’ho preso a maggio, all’ultimo Salone del Libro di Torino, e ce l’avevo lì da leggere, in data da destinarsi. Il titolo mi ha aggredito dallo scaffale, dopo il tragico crollo di Genova, e mi ha comunicato tutta l’urgenza della lettura. In effetti, “Cronache dalla città dei crolli” è una distopia in piena regola: la città immaginata dall’Autore è sfigurata dal collasso delle strutture in cemento, e che si tratti di Napoli – seppur mai apertamente menzionata – appare piuttosto evidente dai riferimenti al vicino vulcano, che peraltro è indicato tra le possibili cause del disfacimento del calcestruzzo.
In questa città devastata, il protagonista e voce narrante, “Schizzo”, diciottenne cresciuto in una grotta (velato elemento cristologico?) che si aggira per le ex-strade della ex-città con un palmare chiamato Untitled, strumento potentissimo in un mondo allo stesso tempo tecnologico e primitivo, ci racconta una sorta di “ultima settimana” prima dell’esplodere di una violenza cieca e a suo modo purificatrice, che cambierà tutto per non cambiare niente, giusto per citare Tomasi di Lampedusa. Il mondo immaginato da De Santis è in totale disfacimento, sta crollando fisicamente oltre che moralmente, minato – letteralmente – alle fondamenta, incapace di reggersi su strutture condivise (case, negozi, palazzi, alberghi…). Tutto ciò che è costruito in cemento è destinato, presto o tardi, a crollare, nella distopia di Sergio De Santis; a resistere sono solo i materiali più arcaici come il tufo. Tuttavia sarebbe sbagliato indicare in una banale ricerca dell’arcaismo il nocciolo di questo strano libretto. Il protagonista, Schizzo, è infatti inseparabile dal suo palmare connesso a internet, col quale elabora complessi videogames, assiste in rete utenti disperati e registra un diario, le Cronache, appunto, di questa città dolente e maledetta, eppure così umana, così aggrappata alla vita e alla civiltà da cercare pervicacemente di perpetuarne le migliori espressioni, dal caffè espresso alla birra, dalle processioni dei Santi alle feste di quartiere. Quella di De Santis è un’umanità condannata che, pure, non si arrende, e preferisce soccombere piuttosto che fuggire. In questo senso, anche alla luce del crollo di Genova, il libro finisce per emettere una luce ancor più sinistra, come fosse una allucinata e allucinante predizione del nostro futuro prossimo venturo di popolo destinato a crollare sotto il peso delle sue stesse costruzioni, delle sue bugie e delle sue cazzate.
Il limite del libro di De Santis, però, è proprio questo: ha il coraggio di descrivere un mondo incredibilmente devastato, ma non si spinge oltre, non chiarisce la metafora, anzi, non ammette neppure il suo essere metafora! Si limita a costruire un quadretto distopico veloce e sfuggente, a tratti straziante ma anche criptico, che allude ma non dice, ipotizza ma non dichiara, accenna ma non conclude. E forse, intendiamoci, è proprio questa la dimensione della distopia: un generico “avvertimento”! A buon intenditor… Però, nonostante una scrittura a tratti non banale e un livello generale superiore a tanta letteratura italiana contemporanea, non posso fare a meno di trovare un po’ “incompiuto” questo libretto piccolo nelle dimensioni ma vasto nelle ambizioni, sicuramente inquietante nelle premesse ma anche profondamente irrisolto nelle conclusioni. Una lettura originale, interessante ma che non sazia, un po’ come un piatto di “nouvelle cuisine”, che dà buone sensazioni al palato ma fa tornare a casa, dopo cena, con un certo appetito residuo.
(Recensione scritta ascoltando Bruce Springsteen, “Youngstown”)
PREGI:
anzitutto, l’assenza totale di regionalismi e dialettismi, pur in un libro ambientato palesemente a Napoli, seppur in una Napoli “slittata” e post-apocalittica. Forse l’Autore, non volendo dichiarare la città di ambientazione, ha avuto un argomento in più a favore dell’abolizione di espressioni dialettali, ma la cosa rimane pregevole. In secondo luogo, la brevità: il libro è un efficace “colpo d’occhio” su una situazione enigmatica e apocalittica
DIFETTI:
per certi aspetti, è innegabile, la brevità è anche un difetto: il libro ha poco respiro e si risolve in una serie di episodi e in una galleria di personaggi che faticano un po’ a imporsi. Inoltre, la decisione di raccontare solo una realtà cittadina, e non qualcosa di più ampio, riduce drasticamente le ambizioni del libro
CITAZIONE:
“I muri antichi sedimentano l’aria dei secoli, nei vicoli stretti sempre in penombra si respira un odore che sa di umido e pietra: è l’odore del tempo. Da bambino cresci sicuro in quelle stanze, convinto di vivere quanto e più di loro; da adulto incominci a fare a gara con la vita; solo alla fine ti accorgi che nemmeno i possenti muri ti potranno trattenere oltre l’ultimo istante, che la casa non ti ha mai protetto, ma solo tollerato. Non mi meravigliano i crolli: quella materia rubata ai fianchi delle montagne, al letto dei fiumi per essere violentata in forme innaturali, non aspetta altro che tornare alla terra liberandosi degli uomini.” (pag. 95)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana