Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 143
MEMORIE DI FAMIGLIA
Infanzie difficili o felici: la letteratura è ricordo o invenzione?
Edith Bruck – IL PANE PERDUTO (2021)
Di cosa parla: La piccola Edith, per tutti Ditke, cresce in un villaggio dell’Ungheria, in una famiglia ebrea numerosa e povera. Nel 1944, a tredici anni, deve affrontare, insieme ai suoi, la deportazione prima nel ghetto di Budapest e poi in diversi campi di concentramento in Europa, ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Dello sterminio voluto dai nazisti restano vittime i genitori e il fratello; Edith, sopravvissuta insieme alla sorella, alla fine della guerra faticherà a trovare un posto dove vivere. Andrà in Israele e si sposterà in diverse città europee, prima di approdare in Italia, dove conoscerà e finirà per sposare il poeta Nelo Risi…
Commento: La vita di Edith Bruck è come un concentrato delle tragedie che hanno segnato il Novecento per gli Ebrei e la scrittrice, ormai ultranovantenne, è una testimone preziosa della Shoah. La sua vicenda umana è di per sé una sorta di romanzo involontario di cui non si può mettere in discussione una riga, una parola, una virgola. È per questo difficilissimo valutare la riuscita di questo breve libro autobiografico, che condensa in centoventi pagine un’esistenza lunga e densa. I limiti, sul piano strettamente stilistico, si palesano in una scrittura che, da essenziale e nervosa, scivola talora in una certa trascuratezza. E se le pagine iniziali che rievocano, con un andamento da fiaba, l’infanzia, compromessa fin da subito dalla comparsa in scena di un antisemitismo tanto ottuso quanto esplicito, hanno un effetto straniante, il seguito della storia ha un andamento irrisolto, dal ritmo spezzato, brusco magari, spiazzante certo, ma anche tale da insinuare nel lettore qualche perplessità di troppo, considerata la materia dolorosissima di cui sono fatte le pagine. Per chi, come noi, sia digiuno dell’opera della scrittrice, ogni giudizio si fa precario, sospeso com’è sull’orlo di una sensibilità dovuta e rispettosa, che si arresta sulla soglia delle impressioni: se, come diceva Primo Levi in merito alla Shoah, capire è impossibile ma conoscere è necessario, forse, per parafrasare Wittgenstein, dovremmo imparare a non parlare di ciò che, già indicibile per chi, avendolo vissuto, si è sforzato di raccontare, resta inevitabilmente incomprensibile per tutti.
GIUDIZIO: ?

Paola Mastrocola – LA MEMORIA DEL CIELO (2023)
Di cosa parla: Vincenzo Mancasciulla nasce a Pizzocolle, un paesino di pastori dell’Abruzzo: è l’unico della sua famiglia che i genitori decidono di far studiare, ed è anche l’unico a trasferirsi al Nord, a Torino, dove diventerà impiegato alla Fiat. Qui sposa Teresa Bertino, piemontese di famiglia e di nascita, sarta fin dall’età di undici anni. Nonostante a Teresa sia stato detto che non può avere figli, dal matrimonio con Vincenzo nasce Donata, la quale sostiene di essere venuta dal “mondo della luna” per proteggere e rendere felice la madre…
Commento: C’era una volta l’autobiografia, poi arrivò l’autofiction e nulla fu più lo stesso. Si fa per dire, perché, al di là delle dispute teoriche, ogni autobiografia, da Sant’Agostino in poi, è anche un po’ autofiction, ossia un misto di verità e invenzione romanzesca. Una sintesi tra il bisogno di raccontarsi (che è preesistito alla psicanalisi) e il narcisismo di ritenere la propria vita degna di diventare letteratura. Ha detto Lorenzo Marchese che “chi scrive autofiction è un bugiardo esemplare che da un lato della Storia diffida, dall’altro dell’autobiografia si serve solo per smontarla e affermare che la verità più degna sta nelle invenzioni”. Insomma, sul piano letterario quel che conta dovrebbe essere la qualità, non la definizione di genere. Autofiction è anche questo libro di Paola Mastrocola che ripercorre le vicende della sua infanzia (fino agli undici anni) ma attraverso un doppio livello, se così si può dire, di falsificazione: quello – più evidente e anche più grossolano – dei nomi, ma anche quello – più sottile e più ingannevole – dei fatti in sé. Ricostruendo, infatti, l’infanzia della piccola Donata, l’autrice è costretta inevitabilmente a fare salti, tentativi, ipotesi, a mettere insieme cioè frammenti fatalmente sbiaditi o imprecisi e discorsi altrui. Sono proprio queste scelte così drastiche e originali a evitare ogni rischio di autoreferenzialità ombelicale. A Paola Mastrocola interessa restituire soprattutto il senso di un’epoca – la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta – e di un Paese – l’Italia dai contrasti forti, tra Torino e l’Abruzzo, tra la città e la campagna, ma anche tra i ricchi e gli altri – e bisogna dire che lo fa con una lingua sorvegliatissima e uno stile capace di esemplare chiarezza. Non è facile evitare i facili toni della nostalgia, anche se va detto che l’autrice fa il possibile per tenersi lontana da ogni tentazione retorica e da qualsiasi slancio di sentimentalismo. E soprattutto prova – con risultati apprezzabili per quanto discontinui – ad andare in profondità nell’indagine sulla memoria, stando alla larga da rischiosi confronti con autori che pure sul tema hanno detto già tutto quel che c’è da dire, e guardandosi anche dal precipitare nella banalizzazione del ricordo, al quale pure siamo stati abituati dalla facilità di accesso consentitaci dalla tecnologia a nostra disposizione. È di nuovo l’antico potere della letteratura, insomma, a determinare il valore di ciò che si decide di raccontare, che sia autofiction o no.
GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
La letteratura è invenzione e non cronaca. E se, come diceva Pessoa, il poeta è un fingitore, è vero che c’è finzione e finzione. Giovanni Pascoli, ad esempio, elaborò un’immagine della sua famiglia che ha fatto la felicità degli psicanalisti: dopo il trauma della morte violenta del padre (Giovanni, quarto di dieci figli, aveva dodici anni), seguito da lì a breve dalla scomparsa anche della madre, di una sorella e di due fratelli, nonché dal tracollo economico, il poeta romagnolo parlò della sua famiglia di origine – e lo fece fino alla fine dei suoi giorni – come di un “nido”, luogo ideale di protezione e affetto, distrutto però anzitempo e da allora sempre rimpianto. E “Il nido” è proprio il titolo di un sonetto inserito, significativamente, nella sezione “Tristezze” della raccolta Myricae:
Dal selvaggio rosaio scheletrito
penzola un nido. Come, a primavera,
ne prorompeva empiendo la riviera
il cinguettìo del garrulo convito!
Or v’è sola una piuma, che all’invito
del vento esita, palpita leggiera;
qual sogno antico in anima severa,
fuggente sempre e non ancor fuggito:
e già l’occhio dal cielo ora si toglie;
dal cielo dove un ultimo concento
salì raggiando e dileguò nell’aria;
e si figge alla terra, in cui le foglie
putride stanno, mentre a onde il vento
piange nella campagna solitaria.
Più arduo riconoscere tratti sinceramente autobiografici nella poesia del grande Vincenzo Cardarelli, la cui infanzia non fu propriamente felicissima: figlio illegittimo, abbandonato presto dalla madre che lasciò la famiglia e cresciuto da un padre dispotico che di fatto arriverà a cacciarlo di casa, il poeta in più di un’occasione mascherò la realtà, arrivando quasi a idealizzare le figure dei genitori, come in questo bellissimo ritratto in versi:
Io devo al grembo che m’ha partorito
il temerario amore della vita
che m’ha tanto tradito.
Poi che nacqui da un sangue
ben fervido e gioviale.
Io nacqui da una donna che cantava
nel rimettere in ordine la casa
e, madre più trionfante che amorosa,
soleva in braccio portarmi con gloria.
Ora, ebbi un padre severo
come un santo orgoglioso.
E questi furono i due forti avversari
che m’hanno generato.

Testi citati
Giovanni Pascoli – IL NIDO, in “Myricae” (1891)
Vincenzo Cardarelli – GENITORI, in “Poesie” (1942)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana