# 302 – Joe Haldeman – FONDAZIONE STILEMAN (Editrice Nord, 1990, pagg. 324)
L’eterna giovinezza non è più un miraggio, nel XXI secolo immaginato da Joe Haldeman: lo straordinario Procedimento Stileman, infatti, garantisce a chi vi si sottopone un ringiovanimento costante, con il risultato che in circolazione ci sono uomini e donne estremamente anziani che però, bontà loro, dimostrano sempre trent’anni. Uno di questi è Dallas Barr, che ogni dieci anni si sottopone al Procedimento. Unica condizione: il costo del trattamento è di un milione di sterline, non trattabili. Non proprio a buon mercato! Obiettivo di Dallas Barr e, come lui, degli altri “immortali”, è raggranellare ogni dieci anni quella somma, per regalarsi una sorta di eterna giovinezza. Ma quando Barr, spinto da una donna che proviene letteralmente dal passato (e da una vita precedente), si mette a indagare sulla natura del Procedimento Stileman e sul perché costi così tanto, la sua vita dorata di eterno giovanotto si complica non poco, e i lati oscuri della Fondazione – nonché di una società basata sul terrore dell’invecchiamento e sull’ossessione del tempo che passa – vengono fuori in tutta la loro pericolosità.
Se prendete Joe Haldeman, l’Autore di quel capolavoro assoluto della fantascienza che è “Guerra eterna”, e gli mettete assieme la trama di “Fondazione Stileman”, tutta incentrata sul concetto di tempo, nonché il personaggio di Dallas Barr, “immortale” che vuol vederci chiaro sulla propria stessa immortalità, non potrà che uscirne un capolavoro, giusto? E invece no! La scrittura, purtroppo (o per fortuna), è un’arte sottile, a volte indecifrabile, quasi sempre imprevedibile. Che Haldeman sia un ottimo scrittore di fantascienza non è in discussione, come è fuor di dubbio che il soggetto di “Fondazione Stileman” sia interessante e accattivante (infatti, non appena vi sono incappato, il libro l’ho acquistato al volo!).
Ma purtroppo non basta, perché quel complicato impasto di trama, ritmo, stile, personaggi e meccanismi narrativi che è alla base della riuscita o meno di un romanzo non è automaticamente garantito dalla bontà dell’idea o dall’abilità dell’Autore. Se in “Guerra eterna” Haldeman ha trovato l’equilibrio oserei dire perfetto fra trama, dati scientifici e costruzione dei personaggi, in “Fondazione Stileman” purtroppo l’amalgama non funziona altrettanto bene, e il libro – decisamente troppo lungo – si impantana spesso vuoi in minuziose precisazioni scientifiche (Haldeman è un fisico, quindi il suo mestiere lo conosce, ma in narrativa non è sempre una buona idea fare del saggismo), vuoi in pretenziosi approfondimenti psicologici sui personaggi, vuoi in viluppi & sviluppi di trama che – ahimè – complicano inutilmente un racconto che, dopo un centinaio di pagine, già si vorrebbe che arrivasse al dunque.
Ripeto: la scrittura non è malvagia, l’idea nemmeno, però i personaggi non sfondano mai la sottile barriera di diffidenza che ogni romanzo di fantascienza, per forza di cose, ingenera nel lettore (in fondo, si tratta di credere a un futuro possibile, a un mondo inesistente ma plausibile) e la concatenazione di eventi è sempre un po’ forzata, regge a livello teorico ma alla prova dei fatti delude e, sinceramente, annoia non poco. Peccato, perché il nocciolo tematico del romanzo era buono e l’accuratezza dell’Autore nel descrivere operazioni scientifiche e viaggi nello spazio è quasi senza rivali. Fin troppo, a volte! È come se Haldeman, ben sapendo che i lettori non si sarebbero accontentati di un normale libro di fantascienza ma, da lui, avrebbero preteso qualcosa di eccezionale sul piano della fedeltà scientifica, si fosse sforzato di mettere nel romanzo tutta la sua innegabile competenza tecnica, competenza che, però, in “Guerra eterna”, fatta scivolare dentro il romanzo con ammirevole nonchalance, e non con tutta l’ostentazione che caratterizza “Fondazione Stileman”, aveva dato ben altro risultato, sia in termini concettuali che squisitamente narrativi.
Purtroppo in questo libro manca la componente di meraviglia, manca quello che gli americani chiamano “wow effect”, barattato con una scrittura minuziosa ma stancante, precisa ma cavillosa, e con uno sviluppo della trama denso e ambizioso, ma anche piuttosto estenuante.

(Recensione scritta ascoltando i Queen, “Who Wants to live Forever”)
PREGI:
Haldeman è tecnicamente bravissimo, uno degli Autori di fantascienza più preparati e interessanti, e anche nei suoi lavori meno riusciti non manca di dimostrarlo. Le descrizioni dei viaggi spaziali e delle tecnologie mediche sono accurate e plausibili
DIFETTI:
troppo lungo nell’arco narrativo, è un libro che diluisce le buone idee in un recipiente troppo grande perchè le si possa apprezzare come forse avrebbero meritato. Il soggetto è inquietante e indubbiamente attuale (il titolo originale è “Buying Time”), ma lo sviluppo raggela tutto in un eccesso di spiegazioni e di contestualizzazioni
CITAZIONE:
“I viaggi spaziali sono al tempo stesso il metodo di locomozione più veloce e più lento della storia umana. Per la maggior parte degli undici giorni che seguirono la Terra apparve come una stella azzurra alle loro spalle e Marte come una stella rossa davanti a loro, e l’unico cambiamento in quel panorama fu che la prima divenne sempre più tenue e la seconda sempre più intensa […] A parte questo, tutto il resto rimase uguale, una distesa di stelle più o meno eterne.” (pag. 155)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana