STONER – John Williams

# 29 – John Williams – STONER (Fazi, 2016, ed.orig. 1965 – pagg. 332)

La vita piana, normale, né felice né infelice, di William Stoner che, da figlio di agricoltori, si iscrive all’Università del Missouri, dove resterà tutta la vita, da studente prima e da docente poi, passando attraverso la passione per la letteratura, un matrimonio malriuscito, un amore clandestino e il rapporto, a volte conflittuale, altre volte idilliaco, con studenti e colleghi.   

Salvador Dalì amava un quadro in particolare, e lo amava d’un amore assoluto, totalizzante e viscerale, venato di un rispetto misto a paura. Il quadro è “L’Angelus” di Jean-François Millet, che ritrae un uomo e una donna, entrambi contadini, che si raccolgono in preghiera su un campo. Secondo Dalì, il quadro celava un significato recondito e violento, non rappresentando in realtà una preghiera serale bensì la veglia sulla bara di un bambino, forse ucciso. Inoltre, Dalì non faceva mistero di scorgere remote tematiche sessuali nel dipinto di Millet, che brilla per semplicità e “densità” di visione, offrendosi come il fotogramma di un mondo arcaico e semplice, legato alla terra e alle tradizioni, al timor di Dio e al malinconico incombere dell’oscurità.

Perché ho citato questo quadro e l’interpretazione (controversa) che ne diede il grande Dalì? Perché “Stoner”, a mio avviso, è in letteratura quello che “L’Angelus” di Millet è in pittura: un’opera arcaica e densa, ricca di significato sotto un’apparenza semplice, quotidiana, quasi dimessa. Come Millet, ritraendo la semplice preghiera di due contadini, ha raccontato un intero mondo di valori e sentimenti, allo stesso modo il misconosciuto scrittore americano John Williams, raccontandoci la vita semplice, dimessa, priva di grandi eventi di un modesto professore – che peraltro si ritrova a studiare letteratura quasi per caso! – ci svela un mondo in realtà complesso, attraversato dal Tempo e dal Fato, un mondo ricondotto ai suoi minimi termini, ai suoi dati di fondo, un mondo in cui l’innamoramento a prima vista non si trasforma necessariamente nel matrimonio perfetto, ma può anche fare da preludio all’inizio di una vita grigia, essiccata, nella quale i libri e i seminari all’Università sono le sole consolazioni. Caso letterario degli ultimi anni, riscoperto da una sapiente e astuta politica editoriale, “Stoner” è un romanzo interamente, squisitamente americano, nel bene come nel male: in esso si fondono afflato narrativo, scavo psicologico e un tocco di faciloneria, sotto forma di cliché; a controbilanciare, però, interviene un’attenzione ai dettagli che ha appunto un che di daliniano, come se dietro certi particolari si nascondessero segreti indicibili, segreti che accomunano tutti noi a quel mite, indifeso uomo qualunque che è William Stoner, la cui vita scorre via senza lasciare tracce, senza incidere sul mondo. Come le vite del 99,9% degli esseri umani che popolano il pianeta, e che pure sono quelli che, in fondo, il genere umano lo mandano avanti, lo riproducono, lo sfamano, lo vestono, lo accudiscono, lo istruiscono.

Williams è molto bravo nel cogliere tutto l’arcano fascino della normalità, e ci pone un quesito: siete sicuri – ci dice – che per scrivere un romanzo occorrano vite straordinarie, eventi fuori del comune? Non potrebbero bastare uno studente, un professore, una moglie incapace d’amare, una disputa tra colleghi, una figlia chiusa in sé stessa? Non potrebbero bastare elementi quotidiani, elementi comuni a milioni e milioni di vite? Ecco che la scrittura si stacca dal contenuto e diventa puro stile, pura magia affabulatoria: non importa cosa racconti, importa come lo racconti. Con uno stile scarno ma non privo di lirismo, Williams dipinge il suo Angelus – o il suo affresco americano alla Edward Hopper, se preferite – senza colori accesi e scene maestose, ricorrendo bensì a toni di bianco, di grigio e di nero, e quel che ne emerge è la vita, suo malgrado appassionante, di un uomo qualunque che è forse più “eroe” di tanti conclamati eroi letterari. Un capolavoro? No, non mi spingerei a tanto. Un libro sano, però, un libro che riconcilia con la lettura, a patto che non si abbia paura di versare qualche lacrima.

(Recensione scritta ascoltando Ludovico Einaudi, “Divenire”)

PREGI:
la sfida, accettata e in parte vinta, è quella di raccontare una vita qualunque, nulla di straordinario, nulla di esotico, solo la vita nelle sue sfumature a volte liete, più spesso dolorose, assurde, incomprensibili   

DIFETTI:
come tanti “casi letterari”, anche “Stoner” non sfugge ad una certa dose di calcolo. Gli entusiasti commenti di parecchi scrittori contemporanei – Ian McEwan e Peter Cameron su tutti – appaiono un po’ forzati, e alla fine rischiano di portare il lettore ad aspettarsi più di ciò che il lavoro di Williams, comunque buono, può offrire

CITAZIONE:
“Provava un piacere triste e ironico al pensiero che quel poco di conoscenza che si era conquistato l’avesse condotto a tale consapevolezza e che alla lunga tutte le cose – perfino ciò che aveva imparato e che gli consentiva quelle riflessioni – erano futili e vuote, e svanivano in un nulla che non riuscivano ad alterare.” (pag. 208)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO