L.A. CONFIDENTIAL – James Ellroy

# 344 – James Ellroy – L.A. CONFIDENTIAL (La Biblioteca di Repubblica, 2004, ediz. orig. 1990, pagg. 500)

Los Angeles, anni ’50: tre poliziotti diversissimi tra loro si ritrovano a indagare, ciascuno per proprio conto, su un crimine terribile, la strage del Nite Owl, sei persone ammazzate a colpi di fucile a pompa in una caffetteria aperta tutta la notte. Apparentemente, colpevoli del delitto sono dei ragazzi di colore, tre sbandati che, oltre ad aver rapito e stuprato la studentessa messicana Inez Soto, avrebbero anche sparato, per pochi spiccioli, al personale e agli avventori del Nite Owl. Peccato che troppe cose non quadrino, a partire dalla cronologia degli eventi. Ma quando i presunti colpevoli, rocambolescamente evasi dal Tribunale, vengono provvidenzialmente uccisi, sul caso sembra cadere la classica pietra tombale. L’ambizioso capitano Edmund Exley, però, figlio di un celebre poliziotto divenuto ormai un ricco costruttore, fa fronte comune con il “detective di Hollywood” Jack Vincennes – donnaiolo e alcolizzato – nonché con il violento agente Wendell “Bud” White per fare chiarezza, a distanza di alcuni anni, sul Nite Owl. L’indagine, ad alto rischio, si allarga a macchia d’olio e connette il massacro nel locale notturno con un giro di pornografia spinta e con l’assassinio di alcune prostitute giovanissime. E sarà proprio grazie a una ex-prostituta pazzescamente somigliante all’attrice Veronica Lake che i tre sbirri scopriranno le losche attività del milionario Pierce Patchett che, in combutta con il giornalista scandalistico Sid Hudgens, punta a dominare il mercato losangelino della pornografia e della droga, Mickey Cohen permettendo…

Eh sì, perché c’è anche il celebre boss ebreo (realmente esistito) tra i personaggi di un romanzo che, fino al fiammeggiante finale, tratteggia un affresco vastissimo (forse troppo) di una città piena di contraddizioni, in cui le star hollywoodiane (come Lana Turner) frequentano i malavitosi (come Johnny Stompanato, altro personaggio storico), e in cui il massimo della ricchezza e del benessere (Patchett, ma anche il padre di Ed Exley e i vari personaggi che ruotano attorno a Hollywood e al mondo del cinema) trascolorano improvvisamente nell’abiezione e nell’orrore (la prostituzione di basso rango, gli slum abitati da neri e immigrati). In mezzo a questo rutilante tourbillon, la polizia tenta di garantire un equilibrio, un’impossibile stabilità che, forse, si può ottenere solo con il ricorso a una calcolata violenza, come fa il terrificante capitano Dudley Smith, i cui metodi non si discostano tanto da quelli di Mickey Cohen e di altri gangsters.

Diventato film (di grande successo e premiato con due Oscar, alla sceneggiatura di Brian Helgeland e Curtis Hanson e a una grande Kim Basinger nel ruolo di Lynn Bracken, la prostituta somigliante a Veronica Lake) nel 1997, questo fluviale romanzo è considerato il capolavoro di James Ellroy, scrittore autodidatta dall’infanzia travagliata, cresciuto facendo mille mestieri, un po’ come Bukowski, e approdato alla narrativa per disperazione, e con la sana voglia di raccontare il mondo sfavillante ma non per questo pacifico della Los Angeles anni ’50 e ’60.

E in effetti “L.A. Confidential” si gioca benissimo alcune carte, a partire dai personaggi di Ed Exley, Jack Vincennes e Bud White, sui quali, non a caso, Helgeland e Hanson hanno costruito il loro splendido film. Film che, fatalmente, asciuga moltissimo una trama che contiene almeno sette o otto storie diverse che, è vero, finiscono un po’ tutte per intrecciarsi, ma che non si armonizzano mai del tutto, e lasciano pur sempre nel lettore una vaga ma persistente sensazione di artificiosità e forzatura.

Ellroy, soprattutto nella seconda metà del romanzo, chiede troppo al suo pubblico: se la prima parte è dominata da due grandi eventi-cardine, il “Natale di Sangue” del 1951, in cui diversi poliziotti persero lavoro e pensione in seguito al pestaggio di alcuni detenuti messicani, e la strage del Nite Owl, e nell’alveo di questi due macro-eventi Ellroy è bravo a tratteggiare i caratteri contrastanti dei suoi tre protagonisti e di una incalcolabile quantità di comprimari,  la seconda parte allarga troppo il suo raggio d’azione, e l’ambizione di raccontare tre indagini diversissime che finiscono per convergere in una sola sconfina nell’eccessiva fiducia nei propri mezzi e nella capacità mnemonica dei lettori.

Nomi su nomi, fatti su fatti, indizi su indizi, tutto finisce per accumularsi e il finale quasi western arriva gradito a togliere al lettore (ma anche all’Autore!) dubbi e castagne dal fuoco. Non che la lettura sia sgradevole, intendiamoci: “L.A. Confidential” appassiona e diverte, e apre uno squarcio più che dettagliato sulla Los Angeles degli anni ruggenti, del grande cinema come del boom delle autostrade e dei parchi divertimenti, nonché sulle collusioni di tutte queste imprese con la malavita. L’ambizione di Ellroy, anzi, era proprio quella di raccontare come quella città fosse un impasto praticamente inscindibile di fulgore e malaffare, di idealismo e materialismo, di amore e di sesso violento. E indubbiamente riesce a trasmettere al lettore un’idea vivida di quel mondo allo stesso tempo sognante e materico, di quella fabbrica dei sogni che troppo spesso diventava fucina di incubi.

Peccato che la voglia di dettagliare tutto, di collegare ogni cosa, di motivare ogni sviluppo finiscano un po’ per fagocitare il romanzo, raffreddandone la materia incandescente e smontando con un eccesso di spiegazioni una trama che, in fondo, non aveva bisogno – come in ogni buon noir che si rispetti – che tutti ma proprio tutti i nodi venissero al pettine. E il punto, se vogliamo, è proprio questo: un po’ noir e un po’ giallo, un po’ poliziesco e un po’ thriller, attraversato persino da inserti in stile giornalistico, “L.A. Confidential” finisce per somigliare a uno strano “centone” che non ha una forma definita (come la città cui è dedicato?) ma che approda, purtuttavia, a un finale bello ed epicheggiante, una sorta di trattenuto inno all’amicizia e alla lealtà. E se il film riesce, attraverso una drastica semplificazione, a far brillare l’anima del romanzo, il libro ha il merito di sfumare i propri stessi confini e alludere, in qualche modo, alla mostruosa quantità di materiale che ne rimane, paradossalmente, fuori, come se Ellroy, dopotutto, avesse voluto dare al suo pubblico una vaga idea di quanto ci sarebbe (ancora) da raccontare se si volesse veramente render conto della complessità di un mondo e di un’epoca che egli, con la sua penna, padroneggia perfettamente.

(Recensione scritta ascoltando Eddie Vedder, “Hard Sun”)

PREGI:
duro e realistico per come descrive, senza idealismi, sia il malaffare che la polizia, e indubbiamente ben calato nella realtà che racconta (il “Natale di Sangue” e molti altri eventi sono realmente accaduti), è un noir fluviale e ribollente, barocco e graffiante, il ritratto di un’America ancora non così lontana dai suoi tempi pionieristici  

DIFETTI:
oggettivamente dispersivo quanto a trama, è un libro che si sforza di raccontare una dozzina di storie diverse: alcune le porta fino in fondo con efficacia, altre si perdono un po’ e, in generale, è un libro che, nonostante le dimensioni, lascia una strana sensazione di “non detto”. Una raccomandazione: leggetelo in fretta! A indugiare troppo, si rischia di dimenticare nomi e snodi di trama! 

CITAZIONE:
“Bud provò a spingere la porta: non era chiusa a chiave, si aprì facilmente. Un corridoio, luce da due stanze laterali. […] Arrivò in punta di piedi alla prima camera, sbirciò dentro. Una donna nuda distesa a gambe larghe su un materasso: era legata con delle cravatte, ne aveva una in bocca. Bud aprì di colpo la porta dell’altra stanza. Un mulatto grasso seduto a un tavolo. Nudo, si stava ingozzando di Kellog’s Rice Krispies. […] Bud gli sparò in faccia, poi tirò fuori un’altra pistola. Bang, bang, bang, dal punto dove stava il nero. Il tipo era caduto a terra stecchito, con il sangue che gli usciva dalla ferita. Bud gli mise in mano la seconda pistola. […] Fece piovere i Rice Krispies sul corpo e chiamò un’ambulanza.” (pag. 142)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO