# 119 – Diogo Mainardi – ARCIPELAGO (Garzanti, 1994, pagg. 107)
Un uomo – il Narratore – si ritrova scaraventato in un mondo improvvisamente cambiato: il crollo della diga di Ilha Solteira, in Brasile, sommerge un’ampia regione con le sue città e i suoi villaggi. Il protagonista, assieme a uno sparuto drappello di sopravvissuti alla sciagura, ricostruisce una parvenza di vita sociale sulla cupola, di poco emergente dalle acque, di una chiesa. Dopo una serie di disavventure tra il surreale e il grottesco, l’uomo riuscirà a lasciare l’area alluvionata e a fare ritorno dalla moglie, nel mondo civile. Ma ripartirà subito, alla ricerca di un luogo dove vivere (possibilmente un’isola) che forse nemmeno esiste…
Scrittore brasiliano piuttosto noto in Patria, Diogo Mainardi ci propone in questo libello una scoperta allegoria: il “day after” del crollo della diga (che non viene nemmeno raccontato, perché il dato narrativo non è importante) altro non è che la sensazione di sconvolgimento che prende l’individuo quanto il suo mondo si sgretola, ed egli si trova immerso in una realtà ballardianamente devastata della quale non riconosce più nulla, neppure sé stesso.
Ideina un po’ esile per un romanzo, e infatti “Arcipelago” è quasi più un racconto lungo, o meglio: un racconto tirato per le lunghe. Lo sviluppo narrativo è quasi pari a zero, i personaggi sono (volutamente) inesistenti, privati di ogni connotato a partire dal nome (il Narratore li chiama solo “Primo senzatetto”, Secondo senzatetto”, “Terzo senzatetto” e così via), il tono è neutro, attraversato appena, qua e là, da qualche tocco metaforico che ricorda vagamente (ma molto vagamente) il già citato Ballard, senza però riuscire a strutturarsi in un sistema di significato sufficientemente ampio e inciso da persuadere il lettore. Perché è proprio questo il principale problema del libro: non si crede mai a ciò che si legge, si va avanti, pagina dopo pagina, per pura inerzia, senza convinzione, e man mano che ci si avvicina all’impossibile finale ci si chiede sempre più insistentemente: ma che accidenti vuol dire questo libriccino? Perché un tono così sostenuto per una storiella senza pretese che non riesce ad essere né narrativa pura (perché gliene manca il respiro) né “conte philosophique” (perché gliene manca la profondità)?
Mainardi ha avuto un grande successo col suo romanzo d’esordio, “Malthus” (che non ho letto, purtroppo), e dà proprio l’impressione di essersi montato la testa, e di aver voluto scrivere con quell’atteggiamento che sconsiglio a chiunque, quello di chi crede che basti il proprio nome in copertina a rendere grande (o perlomeno interessante) un libro. Non è così. I veri “Grandi” sono proprio quelli che non si sono mai atteggiati in questo modo nei confronti della narrativa, ma che – anzi – hanno sempre saputo reinventarsi e che non hanno mai perso quella passione per il racconto che Mainardi, senza cattiveria, non sembra avere, tutto preso com’è dai risvolti allegorici (peraltro poco chiari) del suo testo. Certo, “Arcipelago” resta un piccolo libretto che non fa né bene né male, che si legge con quel pizzico di curiosità che si riserva agli “oggetti letterari non identificati” ma che poi, lungi dall’incidersi nella coscienza, scivola ben presto nell’area grigia in cui si finisce sempre per parcheggiare queste provocationes non petitae, che non brillano né per carica eversiva (come Ballard), né per linguaggio (come Burroughs) né, tantomeno, per portata filosofica (come Houellebecq, tanto per fare un esempio). Insomma, la scrittura “alluvionale” di Mainardi, pur non malvagia e – fortunatamente – abbastanza scorrevole, anziché portare il lettore da un’isola (letteraria o reale) all’altra, strutturando una metafora di vaste proporzioni, si limita, alla fine, a farlo saltellare tra i sassi di un semplice torrentello, spacciato però per la Corrente del Golfo.
(Recensione scritta ascoltando Benito De Paula, “Meu amigo Charlie Brown”)
PREGI:
uno stile a tratti ballardiano (si veda la citazione, qui sotto) che lasciava presagire qualcosa di meglio, qualche momento riuscito, più riflessivo che narrativo o visivo, e una apprezzabile concisione complessiva che – perlomeno – non allunga troppo un brodo che, in caso contrario, avrebbe finito per essere completamente insapore
DIFETTI:
sfuggono, onestamente, le intenzioni dell’Autore nel proporre questa esile parabola morale, questa metafora del “giorno dopo” innervata da considerazioni sulle grandi “isole utopiche” della storia umana, dalla Saint Pierre di Rousseau alla Patmos di San Giovanni Evangelista, dalla Ortigia platonica alla curiosa Villegagnon, nella baia di Rio de Janeiro. Il discorso resta sospeso e penzolante, ancorato com’è a uno stile troppo astratto (e troppo “vecchio”) per avere anche solo una chance di risultare convincente
CITAZIONE:
“Nel grande universo simbolico in cui ci trovavamo, il tetto della chiesa aveva perso la condizione di tetto e si era trasformato in isola, e come isola, come tutte le isole, veniva a configurarsi come un esperimento sociale, un’occasione per indagare nuove forme di convivenza, riaffermare il fallimento di qualsiasi tentativo di perfezionamento collettivo, verificare le proprie convinzioni, condizionare i costumi, fare un confronto con il passato, applicare sanzioni, frustrare aspettative, comandare, organizzare, istituire gerarchie, trasformare.” (pagg. 14-15)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana