BUDAPEST NOIR – Vilmos Kondor

# 202 – Vilmos Kondor – BUDAPEST NOIR (Edizioni e/o, 2009, pagg. 306)

Budapest, 1936: il giornalista ungherese Szigmond Gordon si imbatte nel cadavere di una prostituta che stringe in mano un libretto ebraico di preghiere: come può essere finita sulla strada una benestante ragazza ebrea? E perché è stata uccisa? Chi è il colpevole? Mentre sull’Europa si addensano nubi di guerra e il primo ministro ungherese muore durante un ricovero ospedaliero a Monaco di Baviera, Gordon avvia un’indagine di cui inizialmente sembra non importare niente a nessuno, nemmeno alla polizia, e che invece si farà improvvisamente irta di ostacoli e tentativi di insabbiamento, come sempre quando dietro ai misfatti si celano i ricchi e i potenti. Aiutato dalla sua intelligente e testarda fidanzata Krisztina e dal nonno Mór, medico in pensione con la passione per le confetture di frutta, Gordon arriverà alla verità, ma non senza pagare un certo prezzo…   

Un noir ambientato a Budapest non poteva non catturare la mia attenzione! Senza contare che, in Occidente, tradotti, non si trovano tanti Autori ungheresi. È stato dunque con una certa foga che mi sono gettato su questo piccolo libro di genere, aspettandomi forse più di quanto potesse offrire.

Perché non è scritto male questo “Budapest Noir”, si fa leggere, ma purtroppo non lascia mai il segno, né a livello di trama (nessun acuto, nessun vero colpo di scena, e un finale piuttosto deludente) né di stile (quella di Kondor è una scrittura, a discapito del nome, non proprio “alata”, molto semplice e basilare, a tratti fin troppo). Se la novità consisteva nell’ambientazione – un noir a Budapest, in luogo delle “solite” Chicago, New York, Berlino o Parigi – il lettore resta deluso, perché è vero che la capitale ungherese trasuda da ogni pagina, ma più come potrebbe emergere dalla consultazione di uno stradario che dalla lettura di un romanzo! Kondor insiste pedantemente sulla toponomastica, descrivendoci le azioni del protagonista spesso con lo stile che potrebbe caratterizzare un navigatore satellitare: “Gordon si avviò verso il parlamento lungo corso Rákóczi deserto. Saltò su un tram, poi in piazza Apponyi prese il 5. Sul viale circolare Károlyi c’era più gente…” E ho scelto uno dei passaggi più contenuti! In altri punti, a farla da padrone sembrano proprio le vie di Budapest, non però evocate nella loro atmosfera, bensì semplicemente elencate nei loro – spesso difficili – nomi.

Il punto più disarmante del romanzo è la visita di Gordon a Margó la Rossa, nella cittadella di Buda, uno dei luoghi più affascinanti della capitale ungherese: nemmeno qui l’Autore ha ritenuto di dover tratteggiare in qualche modo l’atmosfera del posto, nonostante il noir sia un genere letteralmente fatto di atmosfere, dai porti nebbiosi delle città di mare ai quartieri malfamati, dai retrobottega pieni di misteri e segreti ai bar aperti tutta la notte… Nulla di tutto questo in “Budapest Noir”, solo una narrazione estremamente compìta e ordinata, un po’ lenta nella parte centrale, priva di veri e propri “twist” e coronata da un finale oggettivamente deboluccio. Ce ne sarebbe di che stroncare qualunque aspirante Autore noir! Ma non voglio essere troppo severo: prima di tutto, è un piacere leggere un libro ambientato in quella che una mia amica ungherese definisce “la più bella capitale danubiana”, che ho avuto il piacere di visitare qualche anno fa, e pazienza se alla fine di Budapest si salva giusto qualche scorcio e un’interminabile sfilza di nomi di vie e piazze. Chi ci è stato può comunque, in filigrana, intravvedere le bellezze e le particolarità della città. Chi invece non l’ha ancora visitata, potrebbe trovare oggettivamente un po’ stancante questo procedere da Tom-Tom letterario, ma a salvare tutto (o quasi…) intervengono i dialoghi, nei quali Kondor dà il meglio di sé.

Se infatti il giornalista-detective è un personaggio tutto sommato stereotipato, non lo stesso si può dire di Krisztina, la sua fidanzata-fotografa, donna intelligente e indipendente che tiene testa al protagonista in duetti molto serrati, e di nonno Mór, curioso esempio di “spalla” del protagonista, vecchio medico in pensione che passa il tempo a fare marmellate che poi fa assaggiare a Szigmond e Krisztina. E anche nei rapporti del protagonista col crimine e con la polizia, le parti più riuscite del romanzo sono decisamente quelle dialogiche, nelle quali caratteri e attitudini vengono fuori bene, con naturalezza, laddove nei tratti descrittivi la scrittura lascia oggettivamente più a desiderare, apparendo legnosa e poco convincente. Neppure l’ambientazione nel 1936 convince più di tanto: Nazismo e ombre di guerra restano rigorosamente sullo sfondo, e la rievocazione storica della morte dello statista ungherese Gömbös è un esercizio di pura calligrafia, senza particolari ricadute sulla sostanza del libro, che resta un piccolo noir dalla trama scontata impreziosito da un blando sapore di gulash (altro che le marmellate di nonno Mór!).                    

(Recensione scritta ascoltando la Budapest Klezmer Band)

PREGI:
semplice, lineare e contenuto, è un libro che si legge in pochi giorni e che, tutto sommato, non può dispiacere più di tanto, a patto che si ami il genere noir, fatto di detective dilettanti che si fanno pestare nei vicoli bui, di provocanti dark ladies, di rudi poliziotti e uomini di malaffare in guanti bianchi e… in guantoni da boxe!

DIFETTI:
a tratti più simile a uno stradario che a un romanzo, è un libro in cui – a dispetto del titolo – le atmosfere di Budapest non trovano spazio, soffocate dall’eccessiva precisione con cui l’Autore sceglie di raccontare gli spostamenti dei personaggi. Un po’ più di “magia” avrebbe giovato, come anche – a livello di trama – qualche colpo di scena in più, invece di questo lento avvicinarsi a un finale decisamente scontato  

CITAZIONE:
“Gordon prese una sigaretta e l’accese. Margó stava in piedi accanto alla finestra e guardava la strada con aria annoiata, così Gordon poté osservarla con cura. Doveva essersi infilata in fretta e furia la vestaglia, che infatti era aperta da un lato. Aveva le cosce lunghe e muscolose. Nonostante non le rendesse giustizia, il rosso vinaccia metteva in risalto la pienezza del seno, la vita sottile. […] Nel suo sguardo c’era qualcosa di felino: esprimeva al tempo stesso noia e sfida.” (pag. 131)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO