CHE HAI FATTO DEI TUOI FRATELLI? – Claude Arnaud

Claude Arnaud – CHE HAI FATTO DEI TUOI FRATELLI? (Bompiani, 2023, ediz. orig. 2010, pagg. 332)

Cresciuto in una famiglia borghese alle porte di Parigi, figlio di una còrsa e di un rigido ex-ufficiale di Marina, originario del Giura, l’Autore (classe 1955) rievoca la sua infanzia alla Porte de Saint-Cloud assieme a due fratelli maggiori, il classicista Pierre e l’eclettico Philippe, e a un fratellino molto minore, Jerôme, arrivato a sorpresa a metà degli anni ’60. Coinvolto appieno (aveva quattordici anni) nel Sessantotto francese, col suo afflato libertario e il suo sapore di rivoluzione dei costumi, più ancora che economica, Claude si ribattezza “Arnulf”, lascia la casa paterna e scopre il mondo, tra amori di ogni sesso e genere e lotte operaie – lui che operaio non lo è mai stato né mai lo sarà. Sfiorato dal soffio dell’intelleghenzia francese di sinistra (da Deleuze a Barthes, da Foucault a Copi), ma attratto in pari modo dalla selvaggia e assai poco francese Corsica, sua patria per parte materna, Claude cresce nel confronto – spesso impari – coi fratelli maggiori che però, a un certo punto, prendono strade inopinate e inattese, chi vittima di una vena di follia latente in famiglia, e chi vittima di sé stesso e delle proprie contraddizioni. La morte della madre sarà l’evento scatenante per l’inizio di una sistematica e per niente indolore distruzione dell’alveo familiare, distruzione che lascia segni profondi in tutti i fratelli e sembra accompagnarne due a conclusioni per niente rosee dell’esistenza.

Molto più libro di memorie che romanzo, e non a caso pubblicato da Bompiani nella collana “Overlook”, che regala spesso testi ricchi di visioni ed esperienze, di vita e di verità, questo “Che hai fatto dei tuoi fratelli?” è un’incursione senza filtri negli anni Sessanta e Settanta vissuti a Parigi, ovvero nel cuore di quella rivoluzione culturale che, seppur in ritardo e con effetti minori, sarebbe arrivata anche in Italia. Arnaud è indubbiamente molto bravo nel raccontare gli aspetti più pratici e intimi dell’adesione al “movimento”, e si guarda bene dallo scrivere una sorta di “manifesto” che non potrebbe che arrivare decisamente troppo tardi. Critico tanto nei confronti del mondo borghese da cui proviene quanto dell’ambiente rivoluzionario, di cui non nasconde la profonda velleitarietà e la disonestà intellettuale di fondo (la “lotta operaia” era guidata da intellettuali pantofolai e capziosi), Claude Arnaud traccia una sorta di bilancio esistenziale venato di psicanalisi e sociologia.

Ora, solitamente mi tengo alla larga da libri simili, perché sinceramente i ricordi nostalgici e (spesso falsamente) autocritici dei vecchi sessantottini mi fanno venire l’orticaria, un po’ come al Nanni Moretti di “Caro diario” che, se ricordate, commentava con giusto disprezzo i film nei quali gli attempati rivoluzionari, ormai imborghesiti, condannano il loro passato e i loro “errori” giovanili. Questa volta, però, ho deciso di fare un’eccezione, e ho fatto bene. Trovato per puro caso su una bancarella, questo libro mi ha trasmesso fin da subito – direi: fin dalla copertina – un’idea di freschezza e di sincerità. In effetti, Arnaud non intellettualizza troppo e riesce ad essere graffiante sia con l’ovattato mondo borghese dal quale il quattordicenne “Arnulf” è fuggito che con le sue illusioni rivoluzionarie e libertarie, che non vengono mai disconosciute ma neppure vengono portate in palmo di mano.

Capace di raccontare con una certa obiettività e sincero distacco vicende ai limiti dell’incredibile, eppure accadute davvero negli unici anni nei quali esse potevano accadere, ovvero i fiammeggianti anni Settanta, Arnaud si concentra perlopiù sui dati autobiografici, familiari, individuali – come il titolo lasciava presagire – e in questo modo il libro si distacca dagli “affreschi generazionali” e rientra piuttosto nella categoria dei “memoirs” personali che, per definizione, non possono essere smentiti né eccessivamente attaccati. Fermo restando che lo stile e la qualità della scrittura ci sono, a livello contenutistico che cosa si può dire di un libro di ricordi che – è vero – mescola Storia e storie (come quasi tutti i libri di ricordi) e fonde in un’unica trattazione rapporti familiari, legami sentimentali e passioni intellettuali, ma che, fondamentalmente, non deraglia mai e si concentra con buona lucidità sulle vicende umane e culturali dei fratelli maggiori del protagonista-narratore?

Lettura gradevole sia per chi cerca una testimonianza diretta del Sessantotto francese e della sua temperie che per chi “si accontenta” di una vicenda familiare a tinte piuttosto forti, “Che hai fatto dei tuoi fratelli?” è una specie di melodramma in salsa barthesiana, è un libro vario e variegato nel quale la panica selvatichezza del paesaggio còrso convive con la feroce spietatezza delle banlieues parigine, e con la levigatezza dolcemente crudele dei quartieri “bene” e della Rive Gauche, raccontata e giudicata senza abbellimenti da un uomo che ci ha creduto e che, in parte, ci crede ancora, ma che ha troppa intelligenza e troppa vita alle spalle, ormai, per cascare di nuovo in antichi errori e in luccicanti illusioni.

Senza piangersi addosso e senza esaltarsi, Claude Arnaud rievoca un mondo che chiunque (soprattutto quelli nati troppo tardi, come me) desidererebbe aver conosciuto, un mondo nel quale – seppur per una breve stagione – tutto è effettivamente sembrato possibile, una “nouvelle vague” che ha tanto seminato quanto devastato, tanto fatto sognare quanto materializzato incubi.

(Recensione scritta ascoltando Charles Trenet, “Que reste-t-il de nos amours?”)

PREGI:
droghe, sesso, trasgressione, rischio, avventura, azzardo, scoperta, rivelazione, estasi, depressione, malattia… C’è di tutto nelle pagine di questo libro, un po’ come c’è stato tutto (e il contrario di tutto) nella breve, folgorante stagione del Sessantotto francese. Splendido il capitolo sulla Corsica, molto ben delineate le figure (contraddittorie e tragiche) dei fratelli del narratore, fresco e vivace lo stile

DIFETTI:
a tratti, il racconto si trasforma in una sfilza di nomi e cognomi che possono tranquillamente non dire niente a chi non è francese e non conosce più che bene la scena culturale e intellettuale della Francia anni ’60 e ’70. Se Gilles Deleuze e Roland Barthes non dovrebbero rappresentare un ostacolo per nessuno, non lo stesso si può dire di un Jacques Fieschi, di una Arlette Donati o di un Felix Guattari che (assieme a molti altri) sono figure un po’ ostiche da immaginare per chi è venuto su con altre letture e in altri anni

CITAZIONE:
“Umiliato dal mio analfabetismo, mi accanisco contro Arnulf, che da anni non sentiva più alcun bisogno di leggere, neanche i progetti di legge contro i quali organizzava scioperi al liceo. ‘Un paio di stivali valgono più di tutta l’opera di Shakespeare’, dicevano i populisti russi: io pago il prezzo di questa sopravvalutazione.”  (pagg. 208-209)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO