LECTIO BREVIS / 210

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 210
COME NASCE UNA CRISI DI COPPIA
Tra gelosie e tradimenti, veri o presunti, identità negate e… motivi incomprensibili

Georges Simenon – LA PORTA (1962)

Di cosa parla: Bernard Foy trascorre le sue giornate nell’appartamento parigino dove vive da anni con sua moglie Nelly. L’amore tra i due sembra aver resistito al trascorrere del tempo, eppure Bernard, che ha perso entrambe le mani in guerra saltando su una mina e da allora non può più lavorare, comincia a nutrire dubbi sulla fedeltà di Nelly, che, tra lavoro e altre occasioni, conduce una vita fuori casa che la mette in relazione con diversi uomini. Giorno dopo giorno, spiando i vicini e aspettando con impazienza il ritorno della moglie, la gelosia di Bernard si trasforma in una vera e propria ossessione, che si concentra soprattutto sul giovane inquilino del primo piano, un disegnatore costretto anche lui a casa, per il quale Nelly sbriga alcune commissioni…

Commento: «Perché, dopo tutto, erano vent’anni che viveva con lei e non si era sempre tormentato a quel modo. Era geloso, certo, come, aveva ragione di credere, la maggior parte degli uomini sono gelosi». La letteratura come indagine dei sentimenti non va più. O, meglio, non ci interessa più, se non ci conforta con una moralina consolatoria che ci confermi nella nostra (presunta) superiorità morale. Per fortuna Simenon, che non fu uomo dai costumi irreprensibili, specialmente con le donne, seppe sempre mantenere distinto il personale dal letterario. E fu il grande scrittore che fu, anzi che è, perché dette prova di essere tutt’altro che indulgente nella rappresentazione dei sentimenti. In questo romanzo, peraltro, l’autore tira più di un colpo basso alla solidità morale del lettore: intanto, il protagonista è un invalido e il racconto è narrato sì in terza persona, ma dal suo punto di vista. E invalido è anche Mazeron, l’inquilino del primo piano, quello dietro la cui porta Bernard vorrebbe sapere che succede quando la moglie, uscendo di casa o rientrando, si ferma per le piccole commissioni (spesso del tutto futili) affidatele dalla sorella di lui. C’è poi il passato di Nelly, la cui madre si prostituiva e che, a sua volta, ha sempre mostrato una certa disinvoltura sessuale. Insomma, la gelosia del protagonista, che Simenon dipinge come un tormento apparentemente infondato ma impossibile da domare, sarà sì un sentimento deprecabile (oggi, nella neolingua della psicologia da talkshow, si direbbe “tossico”), eppure è difficile non stare in qualche modo dalla sua parte, perché, se Mazeron è un’ombra (non è mai “in scena”; di lui si parla ma non lo si vede mai se non attraverso le parole di Nelly) e sua moglie ha una vita fatta di lavoro e frequentazioni fuori di casa, lo stato di semireclusione e soprattutto di solitudine quotidiana cui Bernard è costretto ci porta a rispecchiarci nella sua ossessione e a capirla, persino a giustificarla.

Eppure, il colpo più basso che Simenon ci rifila arriva nel finale, quando le certezze costruite pagina dopo pagina vengono distrutte e gettano nella disperazione chiunque avesse coltivato la tentazione di inquadrare il rapporto di coppia dei coniugi Foy entro uno schema rassicurante. Bisogna dire, per onestà, che, per quanto il romanzo sia un mirabile saggio delle doti dell’autore come “analista dei sentimenti” (ci perdoni Simenon, ma la sciatteria linguistica è contagiosa più della gelosia), il libro è carente sul piano strettamente narrativo, eccezion fatta, appunto, per il finale. Ne suggeriamo, comunque, la lettura, a patto di credere che la letteratura non serva a consolarci, ma a gettarci nell’abisso della mente umana senza offrirci necessariamente appigli o vie d’uscita.

GIUDIZIO: **½

Emmanuel Carrère – I BAFFI (1986)

Di cosa parla: «Che ne diresti se mi tagliassi i baffi?». Con queste parole il protagonista, un architetto parigino, si rivolge una sera alla compagna Agnès, che sorridendo approva l’idea. Nelle intenzioni dell’uomo, non si tratta che di uno scherzo innocente, visto che da anni porta i baffi. Così, quando Agnès esce per delle commissioni, incuriosito dalle possibili reazioni che la cosa provocherebbe, decide di mettere davvero in atto il suo proposito e procede al taglio. Al suo ritorno, però, né Agnès né i suoi amici, dai quali si recano a cena, sembrano accorgersi del cambiamento; quando, anzi, chiederà spiegazioni di questo strano silenzio, tutti, persino i suoi colleghi di lavoro, gli risponderanno concordi che lui, i baffi, non li ha mai avuti…

Commento: Il riferimento più ovvio e immediato è il Pirandello di Uno nessuno e centomila (la crisi di identità del protagonista Vitangelo Moscarda era innescata anche in quel caso da un’osservazione della moglie: non sui baffi, ma sul naso). Ma, se i riferimenti letterari (non solo Pirandello, ma anche Kafka o Gogol e soprattutto Philip K. Dick, scrittore carissimo a Carrère), che peraltro lo stesso autore ridimensionava in un’intervista, sono legittimi, quello che interessa è la perfezione della macchina narrativa alla base del romanzo. Costruito sulla formidabile idea di partenza, il libro si sviluppa coerentemente attraverso una narrazione che, incentrandosi inizialmente sulla coppia formata dal protagonista e dalla compagna Agnès per poi focalizzarsi gradualmente sulla figura dell’uomo (l’unico personaggio sprovvisto di nome), gioca a sottrarre certezze, come se l’intento dell’autore fosse quello di farci scivolare a poco a poco in un incubo di cui, almeno all’inizio, sembriamo non avvertire pienamente la natura. Perché, certo, la perdita dell’identità – che passa attraverso un episodio apparentemente insignificante (ma poi altro si aggiungerà ai baffi, a segnare la crisi del nostro architetto) – può sembrare un tema come un altro, ma di fatto è l’archetipo stesso della letteratura: ogni racconto è, dall’Odissea almeno, innanzitutto l’invenzione di un’identità, la definizione di un punto di riferimento, stabile e, possibilmente, riconoscibile all’ascoltatore, al lettore.

Ora, Carrère sceglierà curiosamente, nei libri successivi, di diventare personaggio pressoché fisso della sua opera, mettendosi in scena ora in modo più defilato, ora in forme più smaccatamente autobiografiche, in una sorta di manipolazione letteraria della realtà che fa di molti dei suoi libri un misto di verità e finzione. In questo romanzo, di mera invenzione, lo scrittore francese sembra suggerirci – e con una tensione e un’angoscia che le pagine finali si incaricano coraggiosamente di non attenuare, anzi! – che ciascuna storia mette innanzitutto in discussione le certezze positive che sono alla base della nostra vita, scavando un solco che prende le forme dell’incongruo, dell’assurdo, del delirante (tema, peraltro, ben rintracciabile anche in un libro di tutt’altro genere come L’Avversario). La linea tra narrazione esterna, quella scelta da Carrère, e focalizzazione progressiva del punto di vista della storia (evidentissima nella seconda parte del romanzo), si fa via via fragile, precipitandoci in una sorta di impotenza a sua volta angosciosa con la quale scivoliamo inerti verso la conclusione. E così le domande inquietanti che agitano all’inizio il protagonista e Agnès, quando entrambi sembrano intenzionati a rivolgersi a uno psichiatra, come se ciascuno dei due volesse credere alla sua realtà ma al contempo non se la sentisse di decretare la pazzia altrui, si fanno, col prosieguo della storia, a loro volta insensate: chi legge si sgomenta, all’affacciarsi prepotente dell’idea che l’unica realtà che possiamo riconoscere è la nostra, quella che ci figuriamo nel chiuso impenetrabile della nostra mente, quella cioè che, da quando esistiamo, ci vogliamo  raccontare.

GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Le crisi di coppia, va da sé, sono uno dei temi capitali della letteratura, vero e proprio caposaldo del romanzo ottocentesco, da Madame Bovary a Anna Karenina, per limitarci ai due titoli più noti. Il tradimento, in particolare da parte della donna, appare un gesto rivoluzionario, tanto coraggioso quanto destinato a provocare tragiche conseguenze. Una delle declinazioni più sfruttate del tema è quello che si incontra nella letteratura gialla, dove la crisi di una coppia offre uno dei moventi più plausibili dei crimini che, fino a non molto fa, si definivano “passionali”.

Dei tanti possibili esempi, ci sovviene, per affinità con quanto appena detto, un romanzo apocrifo di Ellery Queen, che racconta proprio la genesi di una crisi matrimoniale, gettando abilmente fumo negli occhi del lettore, costretto a districarsi tra false piste per scoprire la verità. Il romanzo si intitola Dopo la folgore e incomincia mettendo in scena i difficili rapporti tra Jim Denton e la moglie Angela: i tradimenti di lei sono ormai troppi per poter essere tollerati ancora. È così che di ritorno da una festa in maschera, i due litigano e parlano di divorzio. Ma la sera stessa Angela scompare; al mattino Jim trova un biglietto di addio, che, in preda all’ira, getta subito. I guai veri però iniziano quando la donna sarà trovata cadavere. Il libro è uno dei primi apocrifi di Ellery Queen: uscì a nome della celebre coppia, ma in realtà fu scritto da Richard Deming. La storia è solida e sufficientemente interessante e, come tutti gli apocrifi di Ellery Queen, appartiene non già al giallo classico a enigma, ma si avvicina all’hard-boiled, il poliziesco duro, all’americana.

Distinguere, all’interno di una coppia, le colpe e le responsabilità è, chiaramente, impresa improba, se non del tutto inutile, anche in ambito letterario, visto che ogni caso, ogni storia ha un’unicità che si sottrae a qualsiasi tentativo di generalizzazione. E così, talora, di una crisi non resta, agli estranei, che limitarsi a osservarne gli effetti. Se poi questi appaiono incomprensibili, ecco che allo scrittore si apre anche la possibilità di uno sguardo diverso, laterale, ironico o ghignante, graffiante o satirico, magari come quello di Marziale:

Siete fatti allo stesso modo, allo stesso modo vivete:
tu sei una moglie pessima, tu sei un pessimo marito.
Non capisco come mai non andiate d’accordo.

Testi citati
Ellery Queen (Richard Deming) – DOPO LA FOLGORE (1963)
Marziale – EPIGRAMMI VIII 35 – traduzione di Simone Beta (93 d.C.)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO