DOLCI COLLINE DI SANGUE – Mario Spezi, Douglas Preston

# 149 – Mario Spezi, Douglas Preston – DOLCI COLLINE DI SANGUE (Sonzogno, 2006, pagg. 345)

Un incontro, nel 1983, con la regista Cinzia TH Torrini, interessata a realizzare un film sulla vicenda, induce il giornalista Mario Spezi a ripercorrere la notissima, allucinante teoria di omicidi attribuiti al Mostro di Firenze, che sarebbe proseguita fino al 1985. Da allora in poi, l’assassino non ha più colpito. In compenso, le teorie sulla sua identità si sono susseguite, una più strampalata dell’altra: dai “compagni di merende” Pacciani, Vanni, Lotti e Pucci alla fantomatica setta satanica della Rosa rossa (sulla cui esistenza non esiste una prova che sia una, se non le scombiccherate e deliranti teorie di una specie di medium). Con piglio documentaristico ma non completamente saggistico, il cronista che ha maggiormente seguito il dipanarsi della vicenda (Mario Spezi, morto purtroppo nel 2016) e lo scrittore americano Douglas Preston ripercorrono una vicenda che, iniziata nell’agosto 1968, non ha mai trovato una reale conclusione e resiste tutt’oggi, terribile mistero della cronaca nera italiana. 

A persuadermi a recensire questo libro è stato quel sottotitolo che campeggia in copertina: “Il romanzo sul Mostro di Firenze”. Così gli Autori definiscono il loro lavoro: un romanzo. Non un saggio giuridico o criminologico, non un libro d’inchiesta, ma un romanzo, né più né meno. Il che mi autorizza a valutarlo con gli stessi criteri che utilizzo per la narrativa. Va ammesso subito, però, che la definizione di “romanzo” non è proprio corretta: Spezi e Preston, è vero, utilizzano degli espedienti narrativi per condurre il lettore attraverso i meandri di una vicenda che si estende ormai sull’arco di svariati decenni, ma quella che ci offrono è essenzialmente una ricostruzione di stampo giornalistico – appena venata di narrativa propriamente detta – di un’indagine intricatissima che, soprattutto a partire dall’assurdo processo a Pacciani e ai “compagni di merende”, inizia a frammentarsi in mille rivoli e diventa, manco a dirlo, un garbuglio giudiziario all’italiana, uno di quei casi in cui più che all’accertamento della verità gli inquirenti – in contrasto tra di loro – giocano a chi la spara più grossa, a chi segue la pista più mediatica, a chi, insomma, gestisce più potere e ottiene più titoli sui giornali e più ospitate in TV.

In questo osceno circo, in questa gara a chi indaga peggio finì coinvolto lo stesso Spezi, accusato nel 2004, proprio mentre scriveva il libro, di depistaggio e favoreggiamento. Insomma, quello che viene unanimemente considerato il giallo italiano per antonomasia, la storia del Mostro di Firenze, il nostro Jack lo Squartatore, finisce quasi in secondo piano, sepolta dalla marea montante di teorie assurde e manifeste cazzate sostenute volta a volta da questo o da quel magistrato, da questo o da quel commissario, da questo o da quel dilettante dell’indagine poliziesca. E così Spezi e Preston si ritrovano non solo a dover ricostruire un caso complesso e di per sé pieno di zone oscure, ma anche a fare un avventuroso slalom tra le storture di una certa giustizia all’italiana, proterva e supponente, che travolge tutto pur di poter proclamare il raggiungimento di un risultato – non importa se edificato su fondamenta d’argilla o, addirittura, sul vuoto pneumatico.

Il libro, dunque, indubbiamente piuttosto efficace quando si tratta di ricostruire i delitti e fare il punto sulle ipotesi formulate all’epoca in cui essi furono perpetrati, si perde un po’ nell’ultima parte, quando deve misurarsi con i disagevoli meandri di processi-farsa e italici cavilli. Ansioso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, Spezi qui e là sembra perdere lucidità, e si abbandona a una (pur riuscita) ironia invece di tenere salda la barra e raccontare fino in fondo tutto ciò che di più plausibile si è scoperto nel corso di quarant’anni di indagini. Inoltre, lo stile troppo spesso si appiattisce sulla semplice giustapposizione di fatti ed elementi, e non decolla mai: “Dolci colline di sangue” non è un thriller (di cui gli manca il mordente) e non è neppure un libro-inchiesta (poiché difetta del rigore necessario e, a volte, anche del linguaggio). È, piuttosto, un curioso ibrido che indubbiamente appassiona, soprattutto se si è interessati alla vicenda, ma che non convince del tutto, e lascia nel lettore una terribile impressione di “non detto”, quella sensazione che sarebbe bastato così poco per arrivare a una rivelazione decisiva, e invece, purtroppo, non è stato possibile. Per la verità, il libro difende apertamente una tesi particolare sull’identità del Mostro, una tesi tutt’altro che peregrina o improbabile, anzi, la definirei sconcertantemente plausibile: ma è costretto – per evitare la denuncia per diffamazione – ad avvitarsi attorno al non detto, espediente – mi perdonerà Spezi, che come giornalista ho sempre stimato – dei gialli più disonesti. Ironia della sorte, il libro fu comunque ritirato dal commercio, e in Italia circola in una versione molto ridotta rispetto a quella curata da Douglas Preston per il mercato statunitense, che offre rivelazioni ben più consistenti circa la possibile identità del Mostro.  

(Recensione scritta ascoltando gli Smashing Pumpkins, “Eye”)

PREGI:
lettura piacevole e interessante, se si è appassionati alla vicenda, caratterizzata da uno stile asciutto, giornalistico, con pochi fronzoli e molta fiorentina ironia. Francamente impalpabili gli apporti dello scrittore statunitense, specializzato in thriller e horror: se la firma fosse stata solo di Spezi direi che non si sarebbe scandalizzato nessuno

DIFETTI:
molto più interessante quando ricostruisce i delitti del Mostro che quando si scaglia contro gli inquirenti, il libro patisce i difetti classici di questo tipo di pubblicazioni: un impianto narrativo pretestuale (la chiacchierata con Cinzia TH Torrini resta sospesa nel vuoto ed è oggettivamente un espediente debole) e l’impossibilità di arrivare a un punto finale, che fatalmente delude un po’ il lettore

CITAZIONE:
“Al giudice Rotella, in quell’ultimo scorcio del 1985, si ripresentò massiccio come non mai il nodo di Gordio di tutta la vicenda del Mostro, l’enigma che sembra ancora oggi irrisolvibile e che ha condizionato e – anche se per comodità qualche investigatore finge di ignorarlo – condiziona tuttora ogni indagine sul caso: il mistero del passaggio della Beretta calibro 22 dalle mani dell’assassino del ’68 all’autore dei delitti successivi.” (pag. 169)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il ìsistema Mereghettiî, che va da 0 a 4 ìstellineî: a 0, ovviamente, i giudizi pi˘ negativi, a 4 quelli pi˘ positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO