EUROPE CENTRAL / William Vollmann

# 143 – William Vollmann – EUROPE CENTRAL (Mondadori, 2019, ediz. orig. 2005, pagg. 1.063)

Trentasei racconti, più un prologo, di varia estensione (da poche pagine a quasi duecento), incentrati sugli anni della Seconda Guerra Mondiale e su una serie di personaggi storici, dal grande compositore Dmitrij Šostakovič al regista sovietico Roman Karmen, dalla battagliera “compagna” Elena Konstantinovskaja all’artista Käthe Kollwitz, dal feldmaresciallo tedesco Friedrich von Paulus, sconfitto a Stalingrado in quella che fu probabilmente la battaglia più importante dell’intera guerra, al nazista pentito Kurt Gerstein, che cercò di salvare vite seppellendo interi carichi di Zyklon B, il micidiale gas utilizzato nelle camere ad Aushwitz e negli altri campi di sterminio: dalla penna di William Vollmann escono ritratti vividi e a tutto tondo, pieni di ombreggiature ma mai interamente veritieri, perché i racconti che compongono “Europe Central” puntano (come avrebbe detto Robert Musil) a ricostruire una condizione dello Spirito più che a descrivere fatti ed accadimenti. Ne esce un quadro poderoso ma frammentario di quelle che sono state le due grandi dittature del XX secolo: Hitlerismo e Stalinismo.

Millesessantatré pagine, note comprese: tanto è lunga l’opera capitale di William Vollmann, con la quale ho finalmente deciso di misurarmi (mi è stata regalata lo scorso Natale). Lettura veramente “tosta”, credetemi! Non tanto per l’estensione, anche se è sempre un fattore da non sottovalutare, quanto per lo stile, a tratti lambiccato e sostenuto.

Insomma, questo colossale romanzo mascherato da raccolta di racconti è indubbiamente un’importante esperienza di lettura, soprattutto per chi ama la storia del XX secolo e, in particolare, quella della Seconda Guerra Mondiale. Ma se mi chiedessero: ti accodi ai tanti che giudicano “Europe Central” un capolavoro assoluto?, la mia risposta non potrebbe che essere: no. Mi spiace per l’enorme sforzo fatto da Vollmann per comporre un libro sicuramente mastodontico, che gli sarà costato una fatica che posso soltanto immaginare, ma a mio avviso questa letteratura è troppo cerebrale, troppo pianificata a tavolino, troppo scostante nei confronti del lettore, a cui viene chiesto uno sforzo immane a fronte di una soddisfazione e di un divertimento francamente discutibili. Si impara tanto, leggendo “Europe Central”, è vero, perché in esso vengono approfondite figure storiche non di primissimo piano, come Kurt Gerstein, o come il misconosciuto generale sovietico Andrej Vlasov, accusato di alto tradimento perché si arrese ai tedeschi anziché condannare tutti i suoi soldati alla morte; ma resta il fatto che, come rivendica orgogliosamente lo stesso Vollmann nella nota finale, “Europe Central” non è un saggio, è un’opera di narrativa, e io da un’opera di narrativa pretendo un livello di affabulazione e di racconto puro che a mio modo di vedere il lavoro di Vollmann non  raggiunge, se non sporadicamente.

Basta sfogliare l’apparato di note e rimandi bibliografici in calce al volume per rendersi conto che l’Autore, per la stesura del libro, ha studiato tutto ciò che si poteva studiare, e ha integrato quello che non è riuscito a scoprire sui suoi personaggi con una sana dose di immaginazione, della quale peraltro rende conto nella postfazione, dedicata alla trama principale all’interno di un libro che di trame ne possiede a decine: il triangolo amoroso (immaginario) tra Dmitrij Šostakovič, Elena Konstantinovskaja e Roman Karmen. Cosa c’è che non va, dunque? Perché non posso accodarmi anch’io al coro pressoché unanime che ha salutato, alla sua uscita, “Europe Central” come un capolavoro? Presto detto: leggendo, spesse volte – ahimè – mi sono annoiato. E qui non c’entrano né la Storia, né le ricerche libresche, né i dati di realtà, né (infine) la struttura del libro, suddiviso in racconti “innervati” uno nell’altro, con i personaggi che spesse volte tornano tra un racconto e l’altro.

Qui il problema è proprio lo stile, a tratti troppo ricercato, esagerato sia nelle dimensioni che nelle ambizioni. Se Vollmann avesse contenuto un minimo la propria debordante vena scrittoria, a mio avviso ne sarebbe uscito un libro ben più digeribile, e non un volume da dosare (venti-trenta pagine al giorno) come fosse un farmaco, da prendere per forza nonostante il sapore non proprio paradisiaco. Il problema di “Europe Central” è che si tratta di un libro esasperante, nel quale occorrono 300 pagine per entrare, mentre le ultime 300 sono quasi indigeribili, tanto sono ormai venuti o a noia, nel lettore, i vari Šostakovič, Konstantinovskaja, Karmen, Glikman, Paulus eccetera… Insomma, la mia modesta opinione è che non basti cambiare ogni tanto il carattere del testo (rispecchiando fedelmente dispacci, manifesti o decorazioni militari) per vivacizzare un racconto che, se fosse stato lungo la metà, avrebbe comunque reso perfettamente l’idea di fondo che lo anima. Lo ammette lo stesso Autore, del resto, nella postfazione, quando scrive: “L’equiparazione morale tra stalinismo e hitlerismo non è certo una novità. […] Qui funge soltanto da punto di partenza.”

Il guaio è che tra la partenza e l’arrivo la strada è semplicemente troppo lunga, e il paesaggio troppo ripetitivo: torniamo venti volte a Mosca, trenta volte a Berlino, cinquanta volte a Dresda bombardata dagli Alleati, settanta volte a Leningrado, dove Šostakovič divenne un eroe suo malgrado, e cento volte a Stalingrado, dove la guerra ad Est ebbe la sua svolta decisiva. E torniamo dieci, venti, trenta, cinquanta, cento volte a Šostakovič, Konstantinovskaja, Karmen, Achmatova, Paulus, Vlasov eccetera, in modo quasi ossessivo, tanto che alla fine il lettore rischia di non poterne più e di non riuscire ad appassionarsi alle pur interessanti vicissitudini compositive dell’Opus 110 di Šostakovič, o alla qualità del lavoro di documentarista di Roman Karmen o alla ipotetica bisessualità di Elena Konstantinovskaja, ventilata decine di volte nel testo ma mai appurata; il lettore, purtroppo, da un certo momento in poi vuole soltanto arrivare alla fine, chiudere il libro, riporlo sullo scaffale e, vivaddio, passare a qualcos’altro!

Non vorrei essere troppo severo col per certi aspetti bravissimo William Vollman, ma una cosa tengo a ribadirla: di Marcel Proust, purtroppo (o forse meglio così), ne esiste uno solo. E se non si è Marcel Proust, attenzione a proporre narrazioni fluviali, peraltro ambiziosissime: il rischio che la penna non tenga dietro all’ambizione è più che concreto! È il caso di “Europe Central”: un libro poderoso, ambizioso all’inverosimile, ben scritto (per carità) ma anche, a tratti, terribilmente noioso, ripetitivo, supponente, autocompiaciuto. Come una vite senza fine, la penna di Vollmann gira e rigira attorno agli stessi personaggi e alle stesse situazioni, viste una, due, dieci volte da altrettanti punti di vista diversi, ma alla fine non si muove di un millimetro e, sempre come una vite senza fine, non avvita in realtà un bel niente, e la lettura – oltre a una gradevole messe di dati e informazioni – dopo mille e sessantatré pagine, non lascia paradossalmente altro che una sensazione di vuoto e di impotenza.  

(Recensione scritta ascoltando Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, “Sinfonia n.7 Op. 60 Leningrader” diretta da Leonard Bernstein)

PREGI:
poderoso nelle intenzioni, un romanzo assoluto suddiviso in tanti racconti che, come la pellicola in una moviola, si avvolge attorno a due perni centrali: Hitler e Stalin, Nazismo e Comunismo, i grandi totalitarismi del XX secolo. Un’opera ambiziosa e intelligente, che trasuda cultura, ricchissima di dettagli e particolari, capace di dare corpo e voce a figure titaniche (Paulus, Šostakovič, von Manstein) come anche a personaggi misconosciuti che meriterebbero di essere (ri)scoperti (Roman Karmen, “soldato con la cinepresa” al servizio di Stalin, o Kurt Gerstein, nazista assolto troppo tardi). Racconto migliore? Due a pari merito: “L’ultimo feldmaresciallo” per come racconta, con dovizia di particolari, il calvario di von Paulus a Stalingrado, impossibilitato ad arrendersi pur avendo perso la battaglia; e “La Ghigliottina Rossa” per come approfondisce una figura poco nota come Hilde Benjamin, fanatica Ministra della Giustizia della DDR negli anni ’50 e ’60.     

DIFETTI:
smisuratamente ambizioso, raccontato da “Io narranti” non chiaramente attribuiti (un espediente che, personalmente, trovo irritante anche in libelli di cento pagine, figuriamoci in un mastodonte da mille e passa!), è un libro che esagera sotto tutti i punti di vista. Non bastava un bel romanzo sulla vita di Šostakovič? O sulle vicissitudini di von Paulus a Stalingrado? O sulla figura di Kurt Gerstein? Volendo fare tutto, Vollmann alla fine resta con poco in mano, o meglio, lascia poco al lettore, bombardato dall’inizio alla fine da storie, vicende, dati, informazioni e curiosità che non potranno mai essere completamente assorbite e conservate. Animato da una scrittura consapevole ed efficace ma a tratti anche supponente e vezzosa, “Europe Central” delude perché stanca, irrita con la fluvialità della sua struttura e disperde quanto di buono semina. Racconto peggiore? Anche qui, due a pari (de)merito: “Zoja”, deludente in quanto troppo breve e affrettato, e l’insopportabile “Opus 110”: un romanzo nel romanzo, estenuante e indigesto. 

CITAZIONE:
“Nell’antichità le guerre venivano combattute da eroi pieni di ammirazione reciproca, ma costretti dal fato o dalla vendetta di sangue a farsi l’un l’altro del male. Ai nostri tempi, combattiamo per orchi pieni di odio contro altri orchi pieni di odio. Da un punto di vista pratico, non si potrebbe forse affermare che nulla è cambiato?” (pag. 111)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO