# 199 – Ödön von Horváth – GIOVENTÙ SENZA DIO (Bompiani, 2010, ediz. orig. 1937, pagg. 151)
Germania, prima metà degli anni ’30: un professore trentaquattrenne di storia e geografia deve vedersela con il nuovo “credo” dei suoi alunni, il Nazionalsocialismo che, dopo aver preso il potere, si appresta a instaurare il regime dittatoriale che porterà il Paese nella Seconda Guerra Mondiale. Conformisti e indottrinati dai nascenti mass media, in primis radio e cinema, i ragazzi non parlano più la stessa lingua del loro professore, vivono su un diverso piano di realtà, si preparano a un avvenire radioso che il loro docente non riesce proprio a vedere, nelle strampalate e inquietanti teorie di purezza della razza e di necessità della guerra propalate dal nuovo potere politico. E così la spaccatura generazionale si aggrava, fino a costringere una delle parti a gettare la spugna…
Scritto nel 1937, e pubblicato ad Amsterdam da un Ödön von Horváth all’epoca già in esilio (sarebbe morto l’anno successivo in un tragico incidente), “Gioventù senza Dio” è senza dubbio un documento impressionante che racchiude in sé non tanto il senso profondo di un’epoca quanto, piuttosto, i segni premonitori di una catastrofe.
Instant book dallo stile nervoso e venato d’Espressionismo, il libro coglie perfettamente lo scarto tra il normale conflitto generazionale che ha separato migliaia di volte, nel corso della Storia, gli alunni dai loro docenti, e la distanza “anomala” tra professore e studenti dettata dall’imporsi della dottrina nazionalsocialista, che accelerò in maniera impressionante la liquidazione di un modo di pensare – quello “weimariano” – divenuto improvvisamente “vecchio” (ed è sintomatico che il povero professore, protagonista e voce narrante del libro, abbia solo trentaquattro anni e, purtuttavia, abbia già perso qualunque possibilità di dialogo coi suoi ragazzi). Suddiviso in brevi capitoli che sfruttano l’intrecciarsi di vari stili di scrittura (espositivo, dialogico, diaristico), “Gioventù senza Dio” – come ben scrive Antonio Faeti – “coglie le vene stesse del Nazismo osservandone i giovani sostenitori e perfino consentendo, ad alcuni di loro, di definire un’embrionale opposizione, valida in senso metaforico.”
Terrificante romanzo di formazione (o romanzo di una terrificante formazione), l’opera di von Horváth non può lasciare indifferente il lettore poiché (sempre secondo Antonio Faeti) esso ha la “misteriosa capacità di proporsi a noi come se fosse stato scritto oggi”, e riesce a rendere sottilmente universali un discorso e un racconto che sono nati in una ben precisa temperie storica e sociale. Ancorato a poche ambientazioni basilari (l’aula scolastica, il campo militare nel bosco, l’aula processuale), i personaggi ridotti all’iniziale del cognome, “Gioventù senza Dio” patisce sicuramente i difetti di un modo di scrivere, quello appunto legato all’Espressionismo letterario, oggidì lontano dai gusti correnti, rimanendo però un testo significativo, una testimonianza dall’interno di un fenomeno di mutazione in pieno corso di svolgimento, e si connota, in questo, come una sorta di horror metafisico, un “Villaggio dei dannati” ambientato in un’aula scolastica o una “Invasione degli ultracorpi” in cui gli alieni non sono soltanto in mezzo a noi, ma ci accorgiamo con orrore di essere noi stessi, e di stare mutando a velocità vertiginosa pelle e modo di pensare, aspetto e sentimenti.
E così, il professore di belle speranze che, formatosi negli anni della Repubblica di Weimar, contava sul suo lavoro per assicurarsi una tranquilla vita borghese e una serena vecchiaia, dovrà fare i conti con la sua natura di corpo estraneo – di alieno, a tutti gli effetti – in una realtà che lo rigetta e lo vilipende, una realtà nella quale non è più possibile, in un tema, correggere la frase “Tutti i negri sono mascalzoni, vili e pigri” perché quella stessa frase è stata pronunciata nientemeno che alla radio, e “nessun professore ha il diritto di cancellare in un quaderno ciò che si dice per radio.” Più importante che bello, “Gioventù senza Dio” è una voce dal passato che, quando riflette sulla preponderanza dei luoghi comuni e sull’imporsi del pensiero unico, sembra avere più di qualcosa ancora da dire, e fa risuonare anche nelle nostre aule scolastiche del 2022 sinistri echi e inquietanti coincidenze. E sia chiaro: ogni riferimento allo psicologismo imperante e alla moderna psico-pedagogia, coi suoi terrificanti slogan tipo “Imparare ad imparare” e con la sua continuamente sbandierata “inclusività”, neo-valore che sembra avere bellamente abraso tutti gli altri, a partire dal merito, non è puramente casuale.
(Recensione scritta ascoltando i Pink Floyd, “Welcome to the Machine”)
PREGI:
accorato e sincero negli intenti, è il libro-testamento di un Autore morto a trentasette anni che ha avuto l’indubbio merito di intuire per tempo una certa deriva, e di tentare di denunciarla. Letteratura a suo modo civile, che non rinuncia a qualche vezzo artistico e che riflette sul suo presente senza fare sconti
DIFETTI:
fatalmente un po’ datato, tanto nello stile quanto nell’impostazione, il libro mantiene una certa forza espressiva ma rivela anche dei passaggi a vuoto che, per il lettore d’oggi (specie se giovane), possono essere oggettivamente degli ostacoli alla comprensione e all’efficacia del discorso
CITAZIONE:
“Mi volto di nuovo ai quattro e chiedo: ‘Non vi vergognate?’ Non si vergognano, parlo loro una lingua sconosciuta. Mi guardano con occhi stupefatti. […] Che cosa diventerà, questo diavolo di generazione? Dura o solamente brutale?” (pag. 8)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana