GUERRA ETERNA – Joe Haldeman

# 123 – Joe Haldeman – GUERRA ETERNA (Editrice Nord, 1980, ediz. orig. 1974, pagg. 181)

Scoppiata nel 1997, la guerra fra Terrestri e Taurani si protrae per secoli, perlomeno nel sistema di riferimento dei soldati impegnati al fronte che, spostandosi a velocità prossime a quelle della luce da un pianeta all’altro, non percepiscono lo scorrere del tempo nello stesso modo in cui esso viene percepito sulla Terra. Così, quando il protagonista, il soldato Mandella, rientra a casa in licenza, trova un pianeta e una società profondamente cambiati e, mentre lui fa carriera nell’esercito e si innamora di una soldatessa durante i lunghi secoli di una guerra di cui persino le scaturigini non si ricordano più, perse nelle nebbie del passato, il Tempo stesso perde di senso, e lo scopo unico della vita si riduce al tentativo di sopravvivere e di ritrovarsi, chissà in che secolo, chissà su quale pianeta, con i propri commilitoni, le uniche persone che un soldato della Guerra Eterna possa ricordare e da cui possa essere ricordato.   

Anche se non vi piace la fantascienza, come genere, “Guerra Eterna” – credetemi – dovreste comunque leggerlo. Neppure io sono tanto appassionato di fantascienza da andare a leggermi tutti i libri dell’Editrice Nord, o della mitica collana Urania. Ne leggo uno ogni tanto, e ammetto che – se si parla di fantascienza – tendo a preferire la forma del racconto rispetto al romanzo: lo trovo più agile, più accattivante, indubbiamente meno impegnativo. “Guerra Eterna”, però, fa eccezione.

Romanzo epocale che travalica il suo stesso genere, “Guerra Eterna” è capace di riflettere sul dramma del Vietnam (siamo nel 1974…) come sulla guerra in quanto tale, ma non solo, anche sul Tempo e sull’Uomo, sull’Universo e sull’evoluzione della società umana, gettando lo sguardo talmente avanti, e con tale lucidità, da lasciare il lettore a bocca aperta. Non è tanto lo stile di Haldeman a impressionare, pur essendo il libro scritto indubbiamente bene, con una certa salutare asciuttezza (e il pensiero non può che andare a Vonnegut, quando sosteneva che gli unici veri scrittori rimasti in America fossero gli Autori di fantascienza). Piuttosto, è la potenza metaforica a sconvolgere: la guerra eterna raccontata da Haldeman non rappresenta solo il Vietnam (dove Haldeman combatté e fu ferito), ma anche, più estesamente, l’attitudine americana (e umana) a fare la guerra, nonché la guerra intesa come filosofia di vita (e di morte), che si combatte anche se non ci si ricorda più nemmeno perché è scoppiata, che va vinta perché ne va della sopravvivenza stessa della propria specie, e che si protrae – secolo dopo secolo, generazione dopo generazione – come uno status quo, e diviene essa stessa normalità.

Senza addentrarsi in pipponi antimilitaristi (che lasciano spesso il tempo che trovano) o in sparate retoriche, Haldeman riesce nell’impresa di coniugare un genere spesso considerato “leggero” come la fantascienza con una riflessione profondissima sull’Uomo e sul Tempo, sul nostro ruolo nel Tempo (nonché, per inciso, sulla nostra insignificanza). E così, la parabola del soldato William Mandella (che nel corso della guerra viene più volte promosso fino a diventare il Maggiore Mandella) e della sua amata Marygay Potter (vero nome della moglie di Haldeman, peraltro, a riprova che nella vicenda l’Autore ha inserito anche molto di personale) assurge a “trama assoluta”, quasi questa in sé semplice, banale storia d’amore fosse in realtà il racconto di due novelli Adamo ed Eva, di un uomo e una donna residuali che rappresentano, pervicacemente, un modo di intendere la vita e l’umanità tramontato da tempo immemorabile. Capolavoro assoluto di un genere che, nelle sue migliori riuscite (si pensi a Ballard, a Vonnegut, a Bradbury, a Clarke e ad Asimov, ma anche a un Matheson e, a suo modo, a Philip Dick) è forse quello che maggiormente riesce a riflettere sul presente pur spingendosi, avventurosamente, nel più lontano e nebuloso dei futuri.                 

(Recensione scritta ascoltando Vangelis, “Blade Runner End Title”)

PREGI:
con uno stile nitido ma ironico, e sottilmente divertito, Haldeman porta i Marines nello spazio (straordinario il capitolo dedicato all’addestramento su Caronte) e li scaglia al di là del Tempo, in territori – per il 1974 ancora piuttosto avveniristici – che travalicano persino la Relatività einsteiniana, i cui effetti di distorsione spaziotemporale vengono descritti perfettamente (l’Autore, non per niente, è un fisico). E la riflessione sulla guerra come stato mentale è ancora di un’attualità pazzesca    

DIFETTI:
difficile non appassionarsi a una lettura simile! Però, se vogliamo, a distanza di 46 anni dalla stesura, l’aspetto che forse maggiormente mostra la corda è l’immaginazione della società futura sulla Terra, che fatalmente risente un po’ del clima anni Settanta, con femminismo rampante, questioni legate all’omosessualità e ossessioni per la sovrappopolazione 

CITAZIONE:
“Poi qualche genio dell’Assemblea Generale aveva deciso che bisognava piazzare un’armata di fanti a fare la guardia ai pianeti portale delle collapsar più vicine. […] E perciò adesso noi eravamo lì, cinquanta uomini e cinquanta donne, con quoziente d’intelligenza superiore a 150, e fisico dotato di salute e forza fuori del comune, a trascinarci elitariamente nel fango e nella neve impoltigliata del Missouri centrale, a meditare sull’utilità della nostra bravura nel costruire ponti su mondi dove l’unico fluido che si può trovare è qualche pozzanghera stazionaria di elio liquido.” (pag. 5)

GIUDIZIO SINTETICO: ****

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO