# 118 – Emmanuel Carrère – I BAFFI (Adelphi, 2020, ediz. orig. 1986, pagg. 149)
Un uomo che non potrebbe desiderare di più dalla vita – vive a Parigi, è sposato con la bella e colta Agnès, fa l’architetto in uno studio affermato e guadagna più che bene – decide un giorno di tagliarsi i baffi, orgogliosamente portati per più di dieci anni. Le conseguenze saranno disastrose: non solo nessuno (neppure la moglie) si accorgerà dell’avvenuto cambiamento, ma l’uomo scivolerà in una spirale di psicosi e follia che lo condurrà, dopo un viaggio in estremo Oriente, a un impressionante finale.
Che sorpresa questo “antico” libretto di Carrère, astutamente rispolverato da Adelphi! Scritto nel lontano 1985, arriva ora in Italia e si presenta decisamente come una delle migliori prove mai fornite dallo scrittore francese nell’ambito di quelli che – sulla scorta di Simenon – potremmo definire i “romanzi-romanzi”, che Simenon contrapponeva ai propri racconti con protagonista Maigret e che, nel caso di Carrère, potremmo contrapporre alle sue opere in “Io narrante”, nelle quali cioè l’Autore si mette in scena senza barriere e in prima persona.
In quest’ambito, com’è noto, Carrère ha quasi fondato un genere, quello del “romanzo con coinvolgimento diretto dell’Autore” che ha avuto un successo strepitoso perché, alle sue già notevoli doti narrative, Carrère ha potuto aggiungere un livello di compartecipazione emotiva che ha conquistato pletore di lettori, stanchi forse proprio dei “romanzi-romanzi”, del classicismo narrativo dei vari “disse”, “pensò”, “fece”. Un pubblico, quello di Carrère, allo stesso tempo colto e popolare, raffinato ma anche un po’ esacerbato da una letteratura divenuta stereotipata, che forse non aveva più quel mordente e quella “presa” sul reale che sono le caratteristiche in grado di rendere incisivo un libro (è il caso di titoli come “A sangue freddo” di Truman Capote o “La città e i cani” di Vargas Llosa o, ancora, “Piattaforma” di Houellebecq, talmente “importanti”, oltre che belli, da essere veri e propri elementi di sconvolgimento sociale).
Ebbene, “I baffi” precede decisamente quella che sarebbe stata la “seconda maniera” di Emmanuel Carrère, e si caratterizza per la sua cristallina struttura classica: un racconto elegantissimo, in terza persona e al passato remoto, attraversato però da tensioni inenarrabili, rese ancor più spaventose dal fatto di scaturire da un accadimento tanto banale e quotidiano come la decisione di tagliarsi i baffi. Sotto la lente d’ingrandimento dell’Autore finisce in realtà l’istituto della coppia (in questo caso regolarmente sposata), che è poi una delle sue ossessioni anche in altri libri (egli stesso è reduce da diversi rapporti piuttosto burrascosi). I coniugi al centro della vicenda sono la classica coppia benestante di professionisti “rive gauche”, che sono soliti guardare film impegnati o comunque non commerciali e andare a cena in posti ricercati, oppure a casa di altre coppie di amici altrettanto colti e benestanti, con cui si scambiano continui inviti. Nulla sembra poter turbare la loro appagante routine.
Ma proprio qui Carrère inserisce il micidiale “MacGuffin psicologico”, per dirla alla Hitchcock: il cambio di aspetto coincide con un terribile scollamento dalla realtà che inizialmente (ed è la parte migliore del libro) sembra connotarsi come una sfida tutta interna alla coppia, un tremendo braccio di ferro tra il marito che ha optato per il cambiamento e la moglie che non dà segno di accorgersene e che, presumibilmente, ha convinto anche gli amici Serge e Véronique a reggerle il gioco, e i colleghi di lavoro Jérôme e Samira a fare altrettanto. Vittima di questo malsano ingranaggio, il marito (di cui non viene mai detto il nome) sentendosi al centro di un intrigo hitchcockiano in cui lui è il classico “wrong man”, scivola dall’irritazione alla rabbia, quindi dalla rabbia alla paura, in una parabola discendente terribile e splendidamente raccontata, tanto che è impossibile, una volta che si è iniziato, smettere di leggere, nonostante il libro contenga relativamente pochi dialoghi e poche sequenze di “alleggerimento”. Serratissimo e raffinato, il testo di Carrère procede verso il pauroso finale con una pulizia (di pensiero oltre che di scrittura) non comuni nella narrativa contemporanea, e riesce a costruire un fassbinderiano gioco di potere tra uomo e donna che diventa, quasi senza soluzione di continuità, un precipitare vorticoso nel baratro di una follia tanto inspiegabile quanto, sotto sotto, attuale e perlomeno intuibile, come se il libro parlasse a un livello subcorticale della coscienza di ogni lettore e ci ricordasse la fragilità di ciò che forse tendiamo a dare più per scontato: la nostra stessa identità.
(Recensione scritta ascoltando i Rolling Stones, “As tears go by”)
PREGI:
semplicemente perfetto nella scrittura e nello sviluppo (non c’è un tono fuori posto e si ha la sensazione che anche solo lo spostamento di una frase potrebbe far crollare l’intera impalcatura concettuale), il libro ha anche il pregio di una certa brevitas, che non guasta in vicende così “sanguigne”
DIFETTI:
indubbiamente non è un libro per stomaci deboli perché, finale a parte, la tensione psicologica che lo pervade è quasi insostenibile. E qui è là (come spesso in Carrère) traspaiono le tracce della consapevolezza dell’Autore di essere bravo, sotto forma di costruzioni un po’ pretenziose e di blocchi narrativi tanto affascinanti ed evocativi quanto, tutto sommato, fragili e vagamente inesplicati (vedi la lunga descrizione del vecchio film con Cary Grant guardato dalla coppia che, per la cronaca, è “La gente mormora”: raffinata “mise en abyme” o sfoggio un po’ vuoto di cultura cinematografica?)
CITAZIONE:
“Certo che si credevano, si credevano davvero, ma allora che cosa credere? Che lui stesse diventando pazzo? Che lei stesse diventando pazza? Si stringevano più forte mentre osavano dirlo, si leccavano, sapevano che non dovevano smettere di fare l’amore, di toccarsi, altrimenti non avrebbero più potuto credersi e nemmeno parlarne.” (pag. 50)
GIUDIZIO SINTETICO: ***½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana