IL CLUB DUMAS – Arturo Pérez-Reverte

# 192 – Arturo Pérez-Reverte – IL CLUB DUMAS (BUR, 2020, ediz. orig. 1993, pagg. 382)

Il “cacciatore di libri” Lucas Corso viene assunto dal ricchissimo libraio di Toledo Varo Borja per svolgere un’accurata indagine sulle uniche tre copie esistenti di un mefistofelico libro datato 1666 – “De Umbrarum Regni Novem Portis” – che si vocifera composto in collaborazione con Satana stesso, e che portò al rogo il suo stampatore, il veneziano Aristide Torchia. Allo stesso tempo, Corso cerca di accertare, per conto del suo amico Flavio La Ponte, che ne è entrato in possesso, l’autenticità di un capitolo manoscritto dei “Tre moschettieri” di Dumas. Ma in qualche modo le due vicende (e i due libri) sembrano connessi tra loro, e sembrano esserci degli inquietanti parallelismi tra le “Nove Porte” e la carriera stessa, fortunatissima e piena di successi, di Alexandre Dumas. Che l’Autore del “Conte di Montecristo” abbia venduto l’anima a Belzebù? E davvero il libro di Aristide Torchia, attraverso un complesso codice cifrato nelle illustrazioni, permetterebbe di evocare l’Oscuro Signore? Da Madrid a Sintra, da Parigi a Meung-sur-Loire, l’indagine di Corso – affiancato da una misteriosa e affascinante ragazza – si dipana tra antiche biblioteche e rare edizioni di inestimabile valore, ma anche fra attentati e strani personaggi che sembrano a loro volta interessati a Dumas e alle “Nove Porte del Regno delle Ombre”. E così, quando i proprietari delle altre copie esistenti iniziano a venire assassinati, Corso capirà di essersi infilato in qualcosa di ben più grande di lui…    

Nel 1999 dal “Club Dumas” Roman Polanski trasse un celebre film, che nessun bibliofilo può ignorare: “La nona porta”, con Johnny Depp ed Emmanuelle Seigner. Da un semplice confronto tra libro e film si possono ricavare, con facilità, i punti di forza di quello che è, ad oggi, il romanzo più famoso di Pérez-Reverte. Polanski, infatti, sopprime completamente la trama legata a Dumas (al punto di rinunciare al titolo stesso) e si concentra esclusivamente sulla componente “diabolica”, sulla ricerca delle discrepanze tra le copie del libro di Aristide Torchia e sul rituale per evocare Satana. Scelta più che comprensibile per l’Autore di “Rosemary’s Baby”, testo cinematografico fondamentale sul Diavolo. A Polanski interessava mettere in scena una storia a suo modo demoniaca, e l’ha fatto senza prendersi mai troppo sul serio, con un tono ironico di fondo che finiva per far emergere, dal film, più la passione per i libri antichi che quella per i riti satanici: d’altronde, in un film di due ore non possono trovare spazio troppe trame, una è più che sufficiente, il resto rischia di distrarre lo spettatore e portarlo fuori dal film.

Impostazione completamente diversa è quella di Pérez-Reverte che, al contrario, complica il gioco meta-letterario e sovrappone due trame che, in teoria, dovrebbero faticare molto a coesistere: la prima, puramente intellettuale, consiste nell’accertamento dell’autenticità del manoscritto di Dumas; la seconda, molto più forte, è incentrata sulla strana detection libresca di Corso, sulla misteriosa ragazza che lo seduce e lo aiuta nell’indagine e, soprattutto, sul mistero delle “Nove Porte”, libro maledetto e forse pericolosissimo. Dove ci sono il Diavolo, degli omicidi misteriosi e delle inquietanti discrepanze tra le illustrazioni di tre copie di un libro forse scritto da Satana in persona, una sottotrama dedicata ai “Tre moschettieri” e ai rapporti tra Alexandre Dumas e il suo collaboratore Auguste Maquet non dovrebbe funzionare, poiché rappresenta una continua distrazione per il lettore, che vorrebbe invece scoprire se il libro di Aristide Torchia serve davvero a evocare Belzebù, e chi sia il misterioso assassino che sembra seguire le tracce di Lucas Corso, personaggio peraltro molto riuscito, ambiguo bibliofilo a luci e ombre, mercenario e alcolizzato, eppure attraversato da una mai dimenticata e malinconica passione per la letteratura.

Ebbene, anche se caratterizzato da un errore a suo modo gravissimo (dal quale metto sempre in guardia i miei allievi), ovvero la sovrapposizione di due trame completamente sconnesse una dall’altra o quasi, “Il club Dumas” fa il miracolo ed è comunque un libro eccellente. Perché? Presto detto: Pérez-Reverte è uno di quegli scrittori che credono ancora nei generi e nella narrativa classica, e scrivono per farsi capire e per farsi apprezzare, non disdegnando cliché e luoghi comuni ben spesi, per tenere il lettore agganciato alla storia (o alle storie). E allora, tutto il fittissimo reticolo di rimandi e citazioni, tutto il gioco meta-letterario del “Club Dumas”, in cui le azioni dei protagonisti sembrano ricalcare determinati passaggi dei “Tre moschettieri” e, più in generale, alcuni stilemi del romanzo d’appendice, è il vero valore aggiunto di un libro intelligente e ben scritto, un inno alla lettura e all’infanzia, agli Autori che ci hanno fatto crescere (per me senza dubbio Salgari!) e al romanzesco nella sua migliore accezione.

Senza contare che, in diversi punti, lo stile di Pérez-Reverte sa elevarsi anche al di sopra del genere, rivelando uno scrittore di una certa caratura. Certo, il gioco resta gioco e “Il Club Dumas” non è un libro che cambia il mondo. Ma la perizia con lui l’Autore si muove tra rilegature in marocchino e carta veneziana di stracci, tra punzonature e xilografie, è ammirevole e trasmette un autentico senso d’amore per il libro come oggetto (parificato all’opera d’arte); e anche se a un certo punto in effetti le due trame collidono e il finale è meno forte di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, “Il Club Dumas” resta un libro da leggere e da gustare, per togliere dalla testa le tante idiozie di questi tempi insopportabilmente pandemici e ficcarci dentro, invece, un sano amore per la letteratura e i feuilleton d’una volta.       

(Recensione scritta ascoltando Robert Miles, “Fable”)

PREGI:
il sapore (meta)letterario di tante pagine è una vera goduria per chi ama la lettura (e la scrittura), e fa perdonare anche le scelte di trama discutibili dell’Autore. “Il Club Dumas” è un libro che fa amare i libri e fa venire voglia di fiondarsi nella più vicina biblioteca a consultarne qualcuno: un merito non da poco! 

DIFETTI:
la doppia trama, come facilmente prevedibile, è la cosa più deludente del libro, e si capisce perfettamente perché Polanski abbia eliminato del tutto i rimandi a Dumas, assai più letterari che cinematografici. Con ciò, gli aneddoti sul grande scrittore ottocentesco sono veramente gustosi e non si ha mai l’impressione di aver perso tempo nella lettura. Un po’ debole, purtroppo, il (doppio) finale, soprattutto per chi ha già visto il film!     

CITAZIONE:
«Ecco perché rimango in questa casa» proseguì «tra i suoi muri vagano le ombre dei miei libri perduti.» […] «A volte sento che vengono a esigere riparazione alla mia coscienza… Allora, per placarli, prendo quel violino che vede qui e mi metto a suonare per ore, girando al buio per la casa come un prigioniero…» (pag. 159)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
0
1/2
*
*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO