# 142 – James Ballard – IL CONDOMINIO (Feltrinelli, 2008, ediz. orig. 1975, pagg. 189)
Gli abitanti di un modernissimo condominio in una zona residenziale di Londra sono dei privilegiati: il palazzo, infatti, di quaranta piani e costruito secondo le più moderne tecnologie, è dotato di tutto, dai negozi di alimentari al centro benessere, e prevede una ripartizione interna basata sullo status sociale, via via che si sale in altezza si sale altresì nella gerarchia sociale. Ma il venire meno della corrente elettrica e altri incidenti faranno regredire in men che non si dica gli abitanti a uno stadio quasi belluino, e in questo tecnologico paradiso verticale scoppierà una terrificante lotta per la sopravvivenza, anzitutto, e, in secondo luogo, per la supremazia.
Datato 1975, “High Rise” è uno dei capisaldi della letteratura e del pensiero ballardiani. Raccontato attraverso il “pedinamento” di un personaggio in particolare, il solido e razionale dottor Robert Laing, il romanzo non ha in realtà un unico protagonista, ma si frammenta, parcellizzandosi come i vari appartamenti e i vari nuclei familiari che abitano nel condominio, tutti animati – ciascuno a suo modo – da un insopprimibile desiderio di scalata sociale e, soprattutto, attraversati da un inconfessato “horror vacui” che esplode in tutta la sua evidenza quando le promesse tecnologiche dell’edificio vengono drammaticamente disattese.
Come basta poco, sembra dire Ballard, perché l’artificioso ordine sociale della cui esistenza vogliamo illuderci venga meno e lasci il posto alla verità, dura e cruda, della natura umana! Quasi tutta la narrativa ballardiana, soprattutto negli anni ‘70 e ‘80, verte sullo svelamento di quanto sia sottile la patina di “rispettabilità” che separa la società occidentale dal suo sostrato animalesco, fatto di violenza latente e volontà di prevaricazione. Il giudizio di Ballard sull’Uomo è di una cupezza e di un pessimismo devastanti, ma il principale pregio de “Il condominio” è che si tratta di una lettura incalzante e inquietante, che non dà tregua ma che, allo stesso tempo, non si trincera mai dietro un comodo ermetismo. Anzi, al contrario, l’esposizione di Ballard è nitida e aperta, caratterizzata da una franchezza e da un’immediatezza impressionanti che, a distanza di tanti anni, ancora colpiscono (e affondano) il lettore che non conosca più che bene il pensiero ballardiano.
L’Autore, insomma, vuol farsi capire, e vuol costruire una distopia sociale e tecnologica non relegata in un lontano e imprecisato futuro, bensì ancorata al nostro presente, al presente dei lettori che nel 1975 scoprirono questo piccolo sconvolgente romanzo, e ancora capace di parlare ai lettori di oggi, distanti più di quarant’anni. Perché “Il condominio” racconta una storia assoluta, quella della fondamentale incapacità dell’Uomo di coabitare e collaborare, a dispetto delle megalopoli e dei centri commerciali, delle grandi arterie di traffico e della comodità sociali. L’Uomo, in Ballard, è una creatura fragile che si crede forte, è un mostro anestetizzato dai comfort, ma pronto a risvegliarsi con dirompente violenza non appena qualcosa di banale turba la confortevole ripetitività dei riti sociali e dei meccanismi di vita.
E così, stimati medici e avvocati possono ritrovarsi, nel mondo ballardiano, a spararsi addosso, a provocare incendi, ad aggredirsi con ferocia per il controllo di una scala, di un piano o di un appartamento, e le contraddizioni insite nella struttura sociale stessa possono deflagrare in un terribile istante che contiene più verità rispetto a intere vite. Se altrove si era dedicato con immenso acume a indagare il panorama dei media e della comunicazione di massa, ne “Il condominio” James Ballard costruisce la sua anti-utopia più celebre e perfetta, trasformando un moderno e desiderabile “building” londinese in una sorta di girone dantesco in cui diavoli e peccatori sono le stesse persone, quelli che fino al giorno prima si salutavano con un sorriso a trentasei denti e i migliori auguri di una buona e proficua giornata.
(Recensione scritta ascoltando i Jefferson Airplane, “White Rabbit”)
PREGI:
breve e folgorante, misterioso ma non enigmatico, è un libro-capostipite, che apre un filone d’indagine sulla società occidentale proseguito poi da Ballard con titoli, forse, di minore impatto emotivo ma di maggiore estensione e completezza. Indimenticabile l’attacco, con il dottor Robert Laing da solo sul balcone di casa sua intento a consumare un’allucinante cena, e splendida la visionarietà di una prosa al contempo concettualmente debordante e narrativamente controllatissima
DIFETTI:
distopia di tipo molto particolare, che si ciba di presente più che di ipotetico futuro, è una lettura che – pur non lasciando indifferenti – potrebbe deludere chi non conosce ancora nulla di James Ballard e, soprattutto, chi in un libro cerca una struttura “classica” di colpi di scena e risoluzioni: “Il condominio” è un viaggio nella follia collettiva che non concede nulla di rassicurante!
CITAZIONE:
“Più la vita nel grattacielo diveniva arida e priva di affettività, maggiori erano le possibilità offerte. Attraverso la sua notevole efficienza, il grattacielo assolveva al compito di preservare la struttura sociale che li sorreggeva tutti. […] Al sicuro nella conchiglia del grattacielo, come passeggeri a bordo di un aereo con il pilota automatico, erano liberi di comportarsi in qualsiasi modo volessero, di esplorare le pieghe più oscure della propria personalità. Per molti versi, il grattacielo era il perfetto modello di tutto ciò che la tecnologia aveva fatto per rendere possibile l’espressione di una psicopatologia autenticamente ‘libera’.” (pagg. 40-41)
GIUDIZIO SINTETICO: ***½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana