IL CONTE DI SAINT-GERMAIN – Alexander Lernet-Holenia

# 112 – Alexander Lernet-Holenia – IL CONTE DI SAINT-GERMAIN (Bompiani, 1987, ediz. orig. 1948, pagg. 208)

Philipp Branis, industriale austriaco decisamente abbiente e colto, inizia a scrivere un lungo memoriale nel quale confessa di essere l’autore dell’omicidio – risalente a vent’anni prima – dell’amante di sua moglie, tale Des Essaintes. Durante la stesura di questo lungo documento ricapitolativo della sua vita, Branis divaga e tocca temi ardui e vasti: la natura della Fede religiosa, la figura controversa di Ponzio Pilato, l’imminente Anschluss cui i Nazisti stanno condannando la giovane e indifesa Repubblica austriaca, rimasuglio del glorioso Impero Asburgico. Su tutto, aleggia la misteriosa figura del conte di Saint-Germain, avventuriero settecentesco che ha sempre sostenuto di essere immortale, e di esistere fin dai tempi della Crocifissione… Des Essaintes (imparentato peraltro, in un gioco di citazionismo letterario, col protagonista del celebre “Controcorrente” di Huysmans) era forse Saint-Germain, in una delle sue tante configurazioni?

Aperto da una scena bellissima e misteriosa (che non a caso è la più importante del romanzo, e verrà ripresa nel finale), e portato avanti con indubbia capacità, questo romanzo di Lernet-Holenia non si lascia inquadrare facilmente: conte philosophique? Apologo antinazista? Celebrazione della vecchia Austria? Canto del cigno della nobiltà e dell’onore? “Il conte di Saint-Germain” è un po’ di tutto ciò ma, come il misterioso personaggio che gli dà il titolo, non si lascia afferrare e non consente definizioni univoche, poiché non porta realmente a compimento nessuna delle tante “trame” che lo caratterizzano.

Strutturato come una densa e articolata confessione resa per iscritto dal protagonista – uomo lucido e disilluso – il romanzo sembra cibarsi delle proprie stesse zone oscure, dei propri stessi enigmi, e l’Autore si rivela decisamente più bravo nel porre domande che nel fornire risposte. Generalmente considerato uno dei più importanti cantori della “Finis Austriae”, Alexander Lernet-Holenia si presenta, con questo strano romanzo, più che altro come un Autore dal pensiero molto profondo ancorché enigmatico, un Autore che non vuole che il suo libro sveli alcunché, ma che anzi alla scrittura sembra chiedere piuttosto la dissimulazione, l’inganno, la falsa pista, la tempesta del dubbio. Labirintico e venato di filosofia, impreziosito da alcune delle più belle affermazioni sul tempo, sulla vita e sulla morte che mi sia mai capitato di leggere, “Il conte di Saint-Germain” è un oggetto letterario non identificato, che certo non brilla per chiarezza e solidità di trama, ma che si riscatta grazie al robusto sottotesto di riflessione e di pensiero, e grazie agli accostamenti sotterranei, appena o nient’affatto accennati, tra personaggi ed epoche storiche.

Parafrasando una celebre frase di Werner Herzog, “Il conte di Saint-Germain” di Lernet-Holenia “è indubbiamente una metafora, però non so di che cosa.” Dell’Anschluss del 1938, con susseguente caduta dell’Europa nel buio della guerra? Dell’effettivo tramonto di quello che neanche tanto tempo prima era stato un immenso Impero? O, addirittura, della vita stessa, che potrebbe essere fatta (ma noi non lo sappiamo) della stessa sostanza della morte? L’Autore, insomma, scomoda temi vastissimi e li infila in un romanzo dalle dimensioni volutamente contenute che diventa dunque, fatalmente, un “punto di densità” assoluta, quasi un “buco nero letterario” in cui la materia narrativa e speculativa orbita a velocità folle e si rimpasta continuamente, assumendo forme sempre diverse e aprendo nel lettore squarci di lucida consapevolezza subito seguiti da abissali punti di dubbio, in un gioco intellettuale (oltre che storiografico e filosofico) sicuramente di ampia portata, ma forse – anzi, certamente – non per tutti i palati.

(Recensione scritta ascoltando Anton Webern, “Passacaglia per orchestra, Op. 1”)

PREGI:
la scrittura di Lernet-Holenia non è semplice ma è indubbiamente affascinante e corposa, riempie gli occhi e la mente ed è maestra nel seminare dubbi con leggerezza, quasi come se l’atto stesso di scrivere non fosse scindibile da una certa indeterminatezza. Molto belle le riflessioni su tempo, vita, morte e ricordi, e indubbiamente notevole il finale, che sembra ribaltare la prospettiva di un altro celebre libro sull’Anschluss nazista, “La cripta dei cappuccini” di Josef Roth  

DIFETTI:
la mancanza, o meglio, l’annacquamento assoluto della trama principale (l’uccisione di Des Essaintes ad opera del protagonista) alla lunga si fa sentire, e sono diversi i momenti in cui, durante la lettura, capita di chiedersi dove stia andando a parare l’Autore

CITAZIONE:
“Possiamo guardare in faccia noi stessi? Riusciamo a immaginare dove eravamo prima di nascere? Abbiamo un’idea di dove saremo dopo la morte? Perché viviamo soltanto un certo tempo, perché non di più, perché non di meno? È possibile che ciò che esiste sembri solo esistere, e davvero ciò che sembra soltanto non è reale?” (pag. 170)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO