IL DELITTO DI AGORA – Antonio Pennacchi

# 239 – Antonio Pennacchi – IL DELITTO DI AGORA. UNA NUVOLA ROSSA (Mondadori, 2018, ediz. orig. 1998, pagg. 214)

Agora, immaginario paesino di poche anime abbarbicato sui monti Lepini, che dominano l’Agro Pontino (tanto per cambiare). La sera del 25 febbraio 1996 vengono ammazzati con 184 coltellate i fidanzati Emanuele (23 anni) e Loredana (17 anni): chi è stato? L’amico ambiguo di Emanuele, tale Giacinto, forse omosessuale? Lo scemo del villaggio, Astolfo Muratori? O il padre di lei, Carmine Proietti, ex maresciallo dei Carabinieri che non vedeva di buon occhio il legame della figlia con Emanuele, un poco di buono che campava di mezzucci? O, ancora, lo spacciatore Luigi Imperiali, di Cisterna, che riforniva Emanuele di cannabis e cocaina e che, a quanto pare, era in credito con l’avventato ragazzo? L’efferato delitto scuote la minuscola, chiusa comunità, ma la soluzione è un miraggio… o forse no?

Pennacchi, ma che combini?!  Tu sei tutto tranne che un giallista! E non sei neppure un saggista, in senso classico (basti pensare a quel libro squinternato e divertente che è “Le iene del Circeo”). E allora che cacchio ti vai a impelagare in un caso di cronaca nera (“I fidanzatini di Cori”) rivisitandolo e cambiando nomi, ambientazione e – forse – pure il finale? Scusate la colloquialità, ma con Antonio Pennacchi io a volte ci parlo.

Sì, lo so che purtroppo ci ha lasciati, da poco. Ma questo cosa cambia? Ci parlavo prima e ci parlo adesso. Pur non essendo certo il mio scrittore italiano preferito, con Pennacchi mi è impossibile non sentire una certa vicinanza, un legame franco e sincero che si istituisce ogni volta che leggo un suo libro (e quante volte mi viene da dire: “A Penna’, questa è proprio una minchiata!”). In fondo, se vogliamo, il principale merito di questo scrittore formatosi in fabbrica e laureatosi a cinquant’anni suonati, con studi tosti e faticosi, è che i suoi libri non lasciano mai indifferenti: o si ride alle lacrime, o si piangono lacrime amare, oppure ci si incazza, ma certo non li si accantona pensando che siano sciapi e superflui – come peraltro buona parte della produzione letteraria italiana d’oggi, a partire dal capostipite dei superflui, quel Fabio Volo che sa scrivere solo cazzate di nessun peso – né li si getta per terra accusandoli di pesantezza e supponenza (come troppo spesso succede, giusto per fare un esempio, con tal Antonio Scurati).

Tutto questo, prima di leggere “Il delitto di Agora. Una nuvola rossa”. Ecco, questo sì che, ahimè, lo si getta via con una certa noncuranza, perché stavolta Pennacchi l’ha fatta fuori dal vaso, e lo sa benissimo! Altrimenti non avrebbe cercato di riscrivere il libro a vent’anni di distanza (la prima edizione è del 1998, a ridosso dei fatti) e, soprattutto, non avrebbe messo avanti le mani con un attacco tra i più buffi di tutta la sua produzione: “Io questo libro non lo volevo fare.” E che, ti hanno costretto, Penna’? Purtroppo, “Il delitto di Agora” non è un giallo (mancano trama e finale), non è un libro-inchiesta (i nomi sono tutti cambiati, e l’ambientazione è immaginaria) e non è un dramma (lo stile di Pennacchi sdrammatizza sempre tutto e, mi si perdoni, la butta troppo facilmente in caciara).

Cos’è allora “Il delitto di Agora”? Ecco, quando lo scopro ve lo dico! Io con Pennacchi ogni tanto ci parlo, vedrò di chiederglielo! Chissà che non mi risponda, la buonanima. Intanto però tocca fare a meno di lui, e cercare di dare una risposta alla domanda: che gli è saltato in testa quando si è messo a comporre questa raccolta di verbali di polizia (più o meno veritieri) e di aneddoti (sicuramente veritieri, ma in alcuni casi del tutto scollegati dalla vicenda che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante del libro, ovvero il delitto dei due fidanzatini?). Insomma, cosa voleva fare Pennacchi? Dire la sua su un caso di cronaca nera ma, per non incorrere in grane legali, ha preferito cambiare tutto, dai nomi all’ambientazione, inventandosene una di sana pianta? Oppure – come confessa lui stesso nella postfazione – si è innamorato del linguaggio poliziesco e legale leggendo i faldoni sul caso, e ha voluto trasformare quelle migliaia di pagine di verbali in letteratura, nella fattispecie in un gialletto di duecento pagine, incentrato sul tema – dürrenmattiano – dell’inconoscibilità del reale?

In entrambi i casi, Anto’, il risultato è quel che è: un libro che si lascia leggere ma che non va da nessuna parte, un libro che non fai in tempo a dire “Ah, ecco dove voleva arrivare!”, che cambia direzione e si scorda tutto, o ci infila un aneddoto della vita di fabbrica o di sindacato, che c’entra come i cavoli a merenda. Senza finale e senza guizzi, “Il delitto di Agora” lascia, purtroppo, piuttosto indifferenti, e fa rimpiangere i libri di Pennacchi magari meno curati sul piano formale, ma più vivi (e vivaci) nel tessuto narrativo.                      

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(Recensione scritta ascoltando Madonna, “Ghost Town”)

PREGI:
qui e là, qualche sprazzo di vero Pennacchi c’è (ad esempio, nei colloqui con lo psicanalista Sommacampagna o nella figura del Penalista, avvocato amante delle belle macchine e delle donne giovani), ma è troppo poco per meritarsi la sufficienza. Anche ammettendo, come dichiarato dall’Autore, che l’intenzione fosse trasformare in romanzo un incartamento di tribunale, col suo linguaggio asettico e con l’intreccio polifonico delle dichiarazioni (e delle bugie), “Il delitto di Agora” resta un esperimento poco riuscito

DIFETTI:
fondamentalmente enigmatico e irrisolto, è un libro senza veri acuti, un po’ come quelle partite di pallone in cui sembra sempre che stia per succedere qualcosa, che una delle due squadre possa sbloccarla, ma che poi finiscono inesorabilmente 0-0, e senza tiri in porta

CITAZIONE:
“A un certo punto, all’improvviso, m’era venuto – come a Pirrone d’Elide – il sospetto che sia praticamente impossibile ricostruire per davvero come sono andati i fatti nella realtà. Ognuno la racconta come gli pare.” (pag. 19)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO