LECTIO BREVIS / 101

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 101
PASSIONI E TORMENTI DI MUSICISTI
Violinisti, pianisti e girovaghi: quando suonare è uno strazio (per sé o per gli altri)

Rex Stout – SINFONIA FUNEBRE (1941)

Di cosa parla: Jan Tusar è un giovane violinista di talento. La serata della sua consacrazione, quella in cui può esibirsi alla Carnegie Hall, si trasforma in un incubo: l’esecuzione dei brani in programma è incomprensibilmente uno strazio, tanto che, quando torna in camerino, Jan decide di uccidersi sparandosi. Le dinamiche sembrano chiarissime a tutti, anche alla polizia. Ma l’investigatore privato Tecumseh Fox, che ha assistito all’esibizione, comincia a nutrire sospetti, specie dopo che un’altra persona presente alla serata viene assassinata…

Commento: In principio fu Sherlock Holmes. Fin dalla sua prima apparizione (Uno studio in rosso, 1887), il più celebre, nonché eclettico degli investigatori, il dottor Watson si premura di presentarcelo, tra le altre cose, come buon violinista. Il violino, d’altronde, è lo strumento del diavolo, come sapeva bene Paganini, e in quanto tale, dunque, particolarmente a suo agio in un giallo. I polizieschi di argomento musicale non mancano, anche se non sono forse così numerosi (ci sovvengono il buon Delitto al concerto di Cyril Hare, 1949 e due romanzi incentrati su una cantante lirica: Charlie Chan e il canto del cigno di Earl Derr Biggers, 1932, l’ultimo, gradevole e non di più, dei sei con protagonista l’originale detective sinoamericano, e Aria mortale di Alfred Myers, 1941, che merita una lettura). Questo di Rex Stout è uno dei suoi pochi (ma non pochissimi) romanzi senza il suo eroe, Nero Wolfe. Se ne ricavano due conferme: che Stout sapeva scrivere come pochi, ma che c’è una differenza tra essere un buon autore di gialli e un grande scrittore di gialli, ossia la capacità di inventare personaggi (e magari anche ambienti, situazioni, ecc.) memorabili, che finiscono spesso per risultare tali per il fatto di diventare familiari al lettore tramite quel procedimento di serializzazione che li vede tornare più volte all’interno di diverse storie. Se Stout avesse scritto solo romanzi come questo, oggi forse lo ricorderebbero, in pochi, solo come un bravo scrittore di gialli, uno dei tanti, e non come uno dei più grandi scrittori del Novecento.  

GIUDIZIO: **

Thomas Bernhard – IL SOCCOMBENTE (1983)

Di cosa parla: Intenzionato a scrivere un saggio su Glenn Gould, il geniale quanto scorbutico pianista canadese appena scomparso, e scosso dal recente suicidio dell’amico Wertheimer, il Narratore fa ritorno in Austria, dove da giovane aveva studiato pianoforte insieme agli stessi Gould e Wertheimer. Ricostruendo quegli anni della sua giovinezza, egli ha modo di capire come proprio il confronto con il talento smisurato di Glenn aveva indotto lui e Wertheimer, che Gould aveva ribattezzato “il soccombente”, ad abbandonare la musica. È possibile che il suicidio dell’amico, a distanza di anni, abbia a che fare ancora con quella lontana vicenda?

Commento: È difficile commentare un romanzo, peraltro non lunghissimo, il quale, in un torrenziale monologo (l’autore non va mai a capo) che però non vuol essere né un racconto oggettivo né un flusso di coscienza, si avvita su sé stesso troppo presto per risollevarsi dalle sue stesse sabbie mobili, se non parzialmente, solo nel finale. Tutto il succo della vicenda, si potrebbe dire, si trova nelle prime dieci-venti pagine, ed è in sé anche interessante: si può, in qualche modo, mettere in relazione il suicidio di Wertheimer con la figura di Glenn Gould? Ossia, il genio può essere talora così soffocante da inaridire tutto ciò che tocca? Si fatica, però, a seguire l’autore quando, giocando col lettore al gatto col topo, sembra intenzionato soltanto a frustrare le sue legittime aspirazioni di capirci qualcosa per tornare a esporre la tesi di partenza. Su che cosa, ad esempio, era fondata la relazione d’amicizia (sempre che si possa davvero chiamarla così) tra i tre personaggi? E ancora: ammesso anche che Wertheimer fosse un soggetto quantomeno instabile psicologicamente, che dire del Narratore, che regala il suo pianoforte senza che si capisca bene perché e poi passa la vita a lanciare perentorie quanto incomprensibili dichiarazioni di odio nei confronti della musica, che pure – si presume – aveva scelto di studiare per tanti anni? Se, insomma, l’intenzione di fondo era dipingere la vita come un’alternativa tra il genio forsennato e il vuoto esistenziale, c’è di che rimanere perplessi, non tanto per l’idea in sé ma per la forma (anti)narrativa scelta per esporla: è letteratura giocarsi tutto all’inizio, facendo credere di avere in mano chissà che combinazione vincente e poi tirare in lungo la partita finendo via via con lo scoprire le stesse carte già viste da tutti? È letteratura o è un bluff?    

GIUDIZIO: *½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Nell’impossibilità di fornire indicazioni esaustive sul tema, ci limitiamo, del tutto arbitrariamente, al Novecento e premettiamo che non abbiamo dubbi su chi abbia scritto le pagine più belle sulla musica: Thomas Mann (la musica percorre tutta la sua opera, come un Leitmotiv, dal piccolo pianista Hanno ne I Buddenbrook al Doctor Faustus, passando per la splendida novella Tristano) e Marcel Proust (a partire, naturalmente, dagli effetti prodotti dall’immaginaria sonata di Vinteuil).

Ma, siccome le suggestioni contano, almeno qui, più che la filologia, ecco che alla memoria affiorano, immediati, i versi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, il cui ricordo è corroborato, nel caso specifico, dall’indimenticabile ripresa musicale di Fabrizio De André. La storia è quella del suonatore Jones, violinista in Lee Masters e flautista in De André, e della sua insopprimibile ed esclusiva vocazione per la musica, coltivata fino in tarda età (fin dalla poesia introduttiva, La collina, sappiamo che “giocò con la vita per tutti i novant’anni, fronteggiando il nevischio a petto nudo, bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti, né al denaro, né all’amore, né al cielo?”):

“La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.”

La musica, però, può suscitare anche sentimenti assai meno nobili, se si tratta di cattiva musica. Almeno così la pensava Carlo Emilio Gadda, che negli anni Trenta denunciava il fenomeno dei “girovaghi mùsici” che popolavano la vita, soprattutto notturna, di Milano, infastidendo il “giusto sonno di chi meno beve e meno canta nella notte, e più ha lavorato di giorno”. Il problema, sosteneva Gadda, che pure aveva un’altissima considerazione della musica, è aggravato dalla pessima qualità di tali esibizioni:

“Nessun ardore, nessuno studio, nessun amore verace per quell’arte che tanto ne consola e piace, insino quando altro ne affatica o ne tedia: ma una sonnolente pigrizia, un torpido e roco tastare, come di cieco alla ventura della sua notte, o un levar di voci di chi ama sbravazzare per via, e finge a se medesimo d’esser gran musico da tirar le donne in finestra, ed è solo un pessimo disturbatore.”

Testi citati:
Edgar Lee Masters – IL SUONATORE JONES, in “Antologia di Spoon River” – traduzione di Fernanda Pivano (1915)
Carlo Emilio Gadda – DELLA MUSICA MILANESE, in “Il castello di Udine” (1934)