IL MATEMATICO INDIANO – David Leavitt

# 211 – David Leavitt – IL MATEMATICO INDIANO (Società Editrice Milanese, 2018, ediz. orig. 2007, pagg. 631)

Nel 1913, il grande matematico inglese G. H. Hardy, fellow presso il Trinity College di Cambridge e astro nascente del mondo scientifico britannico, ateo e (forse) omosessuale, riceve una lettera da un oscuro e sedicente matematico indiano, Srinivasa Ramanujan. Dalla lettera Hardy intuisce l’incredibile talento di Ramanujan che, da solo e senza studi di tipo universitario, è riuscito a costruire alcune delle più eccitanti teorie matematiche in cui lo stesso Hardy si sia mai imbattuto, soprattutto sui numeri primi e sulla celeberrima (e mai dimostrata) ipotesi di Riemann. Attivatosi per far venire Ramanujan in Inghilterra e per ospitarlo a Cambridge, onde poter lavorare assieme a lui, Hardy si scontrerà con i limiti della società britannica d’inizio XX secolo, restia ad accettare un indiano tra le più grandi menti scientifiche del mondo. Ma sarà soprattutto lo scoppio della Prima Guerra Mondiale a mettere a dura prova i rapporti tra i due uomini, con l’intera Cambridge trasformata in ospedale da campo, i migliori studenti spediti al fronte (dove in molti moriranno) e lo stesso Hardy – pacifista convinto – nell’occhio del ciclone per le sue posizioni politiche e la sua ambiguità nei confronti della guerra. E quando finalmente l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto sembra far pendere la bilancia a favore dell’Inghilterra, favorendo la fine delle ostilità, il povero Ramanujan si ammala gravemente e, nonostante tutte le premure di Hardy, non tornerà più a fare matematica, drammatica perdita per l’intero mondo scientifico.

La vicenda di Srinivasa Ramanujan, per chi non lo sapesse, è rigorosamente vera: Leavitt non inventa nulla, circa questo incredibile genio spontaneo della matematica, proveniente dalla lontana Madras, in India, e portato in Inghilterra dall’interessamento di quello che, dalle nostre parti, sarebbe stato definito un “barone”, un grande professore universitario, l’allora neanche quarantenne Godfrey Harold Hardy (figura parimenti storica, ovviamente). Basandosi su buone ricerche, soprattutto relative alle biografie dei due protagonisti nonché di John Littlewood, il collega con cui Hardy era solito lavorare a Cambridge, a sua volta noto matematico, David Leavitt costruisce un romanzone come se ne scrivevano una volta, sincero e ben calibrato, nel quale ci sono un po’ tutti gli ingredienti: verità storiche, elementi scientifici (affascinanti le ricerche sulla teoria dei numeri e sui numeri primi), amori inconfessabili e proibiti (tra Hardy e alcuni suoi colleghi o studenti, ma anche tra la bella e attraente Alice Neville e lo stesso Ramanujan, nonché tra lo sciupafemmine Littlewood e la sposatissima Mrs. Chase), e ancora, dispute filosofiche e letterarie (tra i personaggi di contorno ci sono Bertrand Russell, protagonista di un celebre scandalo nella Cambridge degli anni della Grande Guerra, nonché Maynard Keynes, il grande economista, e Lytton Strachey, G.E. Moore eccetera…), questioni morali (giusto essere pacifisti con l’Inghilterra in guerra?) e qualche spruzzo d’azione, con le trincee della Somme sempre sullo sfondo, ma ben presenti e, per concludere, il dramma della malattia e del talento sprecato.

Insomma, c’è un po’ di tutto nelle seicento gradevoli pagine di un libro che non pretende di cambiare il mondo, ma semplicemente di divertire i suoi lettori, facendoli appassionare a un ambiente – quello della Cambridge d’inizio XX secolo – incredibilmente fitto di grandi menti (c’è persino un “cameo” di Ludwig Wittgenstein!) e di intrighi accademici e amorosi, tutti egualmente un po’ frivoli, se vogliamo, ma divertenti da scoprire e da commentare. La cosa che più funziona del libro, infatti, è il tuffo in questa Inghilterra Belle Époque che non tollera l’opposizione alla guerra (Bertrand Russell finì persino in carcere per le sue posizioni pacifiste, espresse in un celebre giro di conferenze) ma che, in compenso, appare molto più liberale di quanto ci aspetteremmo, ad esempio, sull’omosessualità: quella di Hardy, non acclarata ma assai probabile, non desta alcuno scalpore, e Leavitt può dedicarvi alcune delle scene più interessanti e originali del libro (come l’inatteso amplesso col soldato Thayer in licenza a Londra). Ben riusciti anche la descrizione dell’ambiguo rapporto tra Ramanujan e Alice Neville, nonché il racconto della vita di Ramanujan a Cambridge, tra difficoltà a trovare cibo commestibile (era induista osservante, e aveva tutta una complessa serie di divieti alimentari da rispettare) e affascinanti mattinate trascorse a lavorare, con Hardy, ad alcune delle più eccitanti teorie matematiche mai concepite – e perlopiù non portate a termine.

A convincere meno, purtroppo, è proprio l’aspetto scientifico del libro. Non che Leavitt non abbia studiato e non si sia informato, e resta il fatto che scrivere di alta matematica per un non matematico è impossibile e, se anche Leavitt ci fosse riuscito, il libro sarebbe a quel punto risultato incomprensibile per il 99,9% dei lettori; però l’Autore lascia troppo sullo sfondo le teorie di Ramanujan e Hardy, limitandosi a inserire qua e là nel testo qualche equazione e qualche formuletta, che restano perlopiù inspiegate, quasi fossero dei totem da adorare, e non delle espressioni da comprendere. E così, dobbiamo fidarci sulla parola quando ci viene detto che Ramanujan è stato probabilmente il più grande genio matematico del ‘900, perché dal libro non si evince granché sulle sue capacità, ed è un peccato perché l’opera non è mal confezionata. Sarebbe bastato soltanto limare qualche sviluppo secondario della trama (la vicenda della madre di Hardy, per esempio, oppure la strana figura di sua sorella Gertrude) e concentrarsi un po’ di più sul fascino della ricerca matematica. Certo ne sarebbe uscito un libro un po’ più ostico, un po’ meno “per tutti”, forse, ma senza dubbio più approfondito e significativo e, vivaddio, anche più originale.     

(Recensione scritta ascoltando i Touch and Go, “Straight to Number One”)

PREGI:
una scrittura senza tanti fronzoli, ma non povera di idee e, soprattutto, una buona distribuzione della materia sull’arco narrativo. Insomma, “Il matematico indiano” è indubbiamente il libro di un buon professionista, e leggerlo diverte e appassiona anche chi non sa fare neppure 2+2! 

DIFETTI:
il lato più interessante, quello matematico, è anche il meno sviluppato e se la scelta è comprensibile sul piano della facilità di lettura, toglie purtuttavia un’ampia fetta di originalità e profondità al libro, che peraltro indulge un po’ troppo – a mio avviso – in trame collaterali di poco peso

CITAZIONE:
“Tutti noi passiamo la nostra vita a cercare di prenderci all’amo a vicenda. Agganciamo e veniamo agganciati, A volte ci opponiamo e a volte accogliamo gli ami con gratitudine, li affondiamo nella nostra stessa carne, e talvolta cerchiamo di battere in astuzia quelli che ci hanno preso all’amo, prendendoli all’amo a nostra volta…” (pag. 544)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO