IL MONDO SOMMERSO – James G. Ballard

# 161 – James G. Ballard – IL MONDO SOMMERSO (Feltrinelli, 2008, ediz. orig. 1962, pagg. 199)

In seguito ad alcune tempeste solari di inaudita intensità, la temperatura sul pianeta Terra è salita vertiginosamente e le calotte polari si sono completamente sciolte, sommergendo città e intere Nazioni. A sessant’anni dalla catastrofe, su tutto il globo il clima è ormai tropicale, e in questo scenario apocalittico, torrido e stagnante si muove il dottor Robert Kerans, biologo, incaricato di raccogliere dati sulle forme di vita sorte in seguito al drastico cambiamento climatico. Alle prese con sogni di liquefazione, con nuove forme di pirateria e con la sua stessa disillusione di fronte a un mondo irrecuperabile, Kerans, dopo ogni inutile immersione alla ricerca di tracce del passato, si lascia andare sempre più, avvolto da un clima che finirà per aver ragione degli uomini, provocandone l’estinzione. A meno che un nuovo Adamo e una nuova Eva non si palesino, prima o poi, da qualche parte, e rifondino la specie…

Secondo volume della cosiddetta “tetralogia degli elementi” di James Ballard, interamente composta negli anni ’60, “Il mondo sommerso” (conosciuto anche come “Deserto d’acqua”) è indubbiamente uno dei più efficaci – se non il più efficace.

Pur nell’ambito di un genere ben definito – la fantascienza post-apocalittica, che racconta il mondo dopo un immane cataclisma, in questo caso di tipo “acquatico”, con le città sommerse e i relitti dell’umanità miseramente abbarbicati su lagune e paludi  – “Il mondo sommerso” non è privo di spunti originali e, soprattutto, è caratterizzato da una scrittura perfetta nel far percepire al lettore, con la sua stessa ritmica e il suo vischioso “spessore”, l’atmosfera rorida di un mondo in cui ciò che resta di Londra, Berlino o New York giace, ormai indistinguibile, sotto centinaia di metri d’acqua, e le punte dei grattacieli sono diventate isole tropicali malsane e bruciate dal Sole, infestate da zanzare anofeli e visitate da bande di pirati umorali e violenti. Non c’è più legge e non c’è più ordine nel mondo immaginato da Ballard, gli elementi hanno ripreso il sopravvento sull’attività civilizzatrice e ordinatrice dell’Uomo: gettati in queste condizioni estreme, i protagonisti di Ballard – in questo caso il dottor Robert Kerans – devono pensare anzitutto a sopravvivere, ma sono animati anche da una sorta di insopprimibile volontà di capire come l’ambiente che li circonda possa essere cambiato così radicalmente, e come gli esseri umani possano adattarsi ad esso, o trasformarlo di nuovo.

Animati da spirito prometeico, ma privi di mezzi e di possibilità per realizzare i loro titanici sogni, i protagonisti dei romanzi che compongono la “tetralogia degli elementi” si ritrovano a girare a vuoto, a fissare i volti di altri compagni di sventura che più nulla hanno da dire, che sanno solo replicare modelli di comportamento che forse un tempo potevano avere un senso, ma che di certo non ne hanno più nessuno in un mondo devastato e mutato per sempre. Le razzie e le incursioni dei pirati, allora, hanno lo stesso non-senso delle ricerche scientifiche che la squadra di Kerans dovrebbe compiere, sotto l’egida dell’esercito di una Nazione che non esiste neanche più: azioni che procedono per inerzia, vite che cercano disperatamente un senso e, a dominare su tutto, la sensazione di una natura sommamente indifferente, che non ha certo nell’Uomo il suo punto di riferimento o il suo metro di giudizio. La scrittura di Ballard, nel 1962, era ancora in formazione, e il suo pensiero (soprattutto relativamente al genere della fantascienza) ancora in piena evoluzione: avrebbero dato i loro frutti più entusiasmanti a partire dalla fine degli anni Sessanta e, più ancora, negli anni Settanta.

Ma “Il mondo sommerso” contiene già, in nuce, gli elementi che avrebbero reso unica, in seguito, la narrativa ballardiana: l’introspezione sul protagonista, la sensazione che il mondo esterno non sia altro che un riflesso di quello interiore, la descrizione (molto efficace) di un ambiente allucinato e allucinante, in cui spazio e tempo si fondono, simbolo esso stesso di un’umanità allo sbando, residuale e condannata. Il tutto, raccontato con uno stile che, seppur “sporcato” da un po’ di ripetitività e da un ostentato girare a vuoto, offre a tratti formulazioni folgoranti e pagine abissali e che, soprattutto, ha il coraggio di chiudere senza consolazioni e senza vincitori, con un finale che ha un che di houellebecquiano – ante litteram, of Course!

(Recensione scritta ascoltando Max Richter, “Sleep”)

PREGI:
l’ambientazione “acquatica” è affascinante e ben riuscita, tratteggiata con stile sapiente e con bei tocchi descrittivi; nel complesso, il libro mantiene un ottimo equilibrio tra atmosfera e narrazione, cosa che non sempre si può dire dei romanzi ballardiani degli anni Sessanta 

DIFETTI:
un po’ lento e ripetitivo nello sviluppo della trama, è un romanzo che non regge il confronto coi Ballard successivi – soprattutto a partire dalla “Mostra delle atrocità” – ma che si difende egregiamente sotto il profilo delle ambizioni: iniettare un tocco metafisico, una visione assoluta, nella letteratura di genere!  

CITAZIONE:
“Kerans avvertì la potentissima calamita ipnotica dei rettili urlanti pulsare dentro di sé allo stesso ritmo del suo cuore e, fatto un passo avanti, si immerse nel lago, le cui acque, ora, sembravano essere una mera estensione del suo flusso sanguigno. E. mentre il rombo cupo cresceva e cresceva di intensità, Kerans sentì dissolversi le barriere che dividevano le sue cellule dall’elemento che lo circondava e continuò a nuotare, espandendosi all’esterno nell’acqua nera e martellante…” (pag. 80)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO