LECTIO BREVIS / 45

Appunti e spunti minimi su libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 47
LA REPUBBLICA DELLE LETTERE
Generi (e sottogeneri) italiani da festeggiare

UN CLASSICO: “Fiabe italiane” di Italo Calvino
UN GIALLO: “Il cappello del prete” di Emilio De Marchi
DALLO SCAFFALE: “Giovinotti, non esageriamo! (e sia detto anche alle ragazze)” di Achille Campanile
LECTIO BREVISSIMA: “Le sabbie immobili” di Giuseppe Pontiggia

UN CLASSICO
“D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (Italo Calvino)

Italo Calvino – FIABE ITALIANE (ediz. orig. 1956)

Di cosa parla: Da Giovannin senza paura a Salta nel mio sacco!, dalla Liguria e dal Piemonte, alla Sicilia, alla Sardegna e anche alla Corsica, duecento fiabe popolari in una raccolta sorprendente per chi pensa alla fiaba come a un prodotto esclusivo della cultura romantica e, dunque, germanica. Per scoprire che anche noi abbiamo i nostri Pollicino (che, a Firenze, porta il nome di Cecino), Barbablù (ne Il naso d’argento, originaria della Langhe, è il diavolo in persona), Cappuccetto Rosso (ce ne sono almeno tre versioni), Cenerentola (è la siciliana Gràttula Beddàttula, alla lettera Dattero Beldattero), Biancaneve (che fa la locandiera in Abruzzo e si chiama la Bella Venezia), ecc…

Commento: “I grandi libri di fiabe italiane – scrive Calvino nell’introduzione alla raccolta – sono nati in anticipo sugli altri”. E Giambattista Basile, il grande scrittore napoletano di epoca barocca, sta lì a dimostrarlo con il suo Cunto de li cunti (è sua la più antica, nonché la più cruda e cattiva, versione di Cenerentola). Ma a noi è mancato un Perrault o un Grimm, che nel trasportare dalla tradizione orale alla letteratura vera e propria la fiaba le restituisse la semplicità popolare del linguaggio che le appartiene. Per nostra fortuna però abbiamo avuto Calvino che, coniugando il rigore della ricerca (rigorosamente libresca, nel suo caso) e la naturale purezza del suo stile, ci ha regalato un capolavoro come questo, autentico prodigio narrativo e opera tutt’altro che minore del grande autore (e se fosse anzi il suo libro più bello? Di certo era il più caro a Carlo Fruttero, che di Calvino fu amico e che sentenziava che “come lettura serale per i bambini che vanno a dormire non c’è assolutamente niente di meglio né di più utile”).  

GIUDIZIO: ****

UN GIALLO
“Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura” (S.S. Van Dine)

Emilio De Marchi – IL CAPPELLO DEL PRETE (ediz. orig. 1888)

Di cosa parla: Napoli. Il barone Carlo Coriolano di Santafusca deve ripagare a breve un debito, altrimenti rischia di essere denunciato. Si rivolge a prete Cirillo, sacerdote-usuraio, per vendergli la villa di famiglia in cambio del denaro necessario. I due trovano un accordo. Ma le vere intenzioni, da ambo le parti, sono ben diverse: se il religioso ha in mente di truffare il barone, quest’ultimo ne progetta addirittura l’omicidio per entrare in possesso delle sue ricchezze. Il delitto sembra perfetto, se non fosse per il cappello del sacerdote…

Commento: Nel 1887, sulle pagine di una rivista britannica, vide la luce il primo romanzo di un allora sconosciuto medico ventottenne: si intitolava Uno studio in rosso, ebbe scarso successo, ma nel giro di qualche anno il protagonista del libro, tale Sherlock Holmes, nonché il suo autore, Arthur Conan Doyle, divennero le star indiscusse della letteratura poliziesca di ogni epoca. In Italia è noto il ritardo con cui, I promessi sposi a parte, il romanzo si afferma rispetto agli altri paesi europei. Colpisce dunque il caso di questo libro di De Marchi, che esce a puntate sul quotidiano “L’Italia” nello stesso 1887. A differenza di Conan Doyle, De Marchi però non inaugura una tradizione. Affinché anche gli scrittori italiani si dedichino al giallo, elevandolo a dignità letteraria, bisognerà aspettare il secondo dopoguerra. Peccato perché questo romanzo è un piccolo gioiello: trama solidissima, personaggi e ambiente ben tratteggiati e il ricorso, in anticipo sugli anglosassoni, alla cosiddetta inverted story, la tecnica resa memorabile dal tenente Colombo, in virtù della quale il lettore conosce l’assassino fin dall’inizio e il divertimento sta tutto nel vedere come verrà smascherato.

GIUDIZIO: ****

DALLO SCAFFALE
“La Biblioteca è così enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima” (Jorge Luis Borges)

Achille Campanile – GIOVINOTTI, NON ESAGERIAMO! (E SIA DETTO ANCHE ALLE RAGAZZE) (ediz. orig. 1929)

Di cosa parla: Tutto comincia il 12 di quel mese (“quel mese così conosciuto, di cui si parla tanto, specialmente in poesia, ma sì, quel mese che fa rima con quella cosa, ce l’ho sulla punta della lingua”), quando un pallone, calciato in aria durante una partita al Chrystal Palace di Londra dal famoso Tim Bills, non ritorna a terra. Per sapere dove sia finito, dobbiamo seguire le assurde avventure di un gruppo di bizzarri personaggi che dal paese di Pontesullago (“paese strano”, “paesino ideale”) si mettono in viaggio sulle tracce della banda dei banditi del pallone…

Commento: “Italia popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Ma non di umoristi. D’altronde la frase, incisa ancora a lettere capitali sull’edificio del Palazzo della Civiltà italiana all’EUR, è una citazione da un discorso di Mussolini. E sotto il regime, si dirà, c’era ben poco da ridere. Già, ma Achille Campanile è sbocciato, come scrittore (e scrittore umoristico), in pieno fascismo. Sarà anche per questo che il complesso di superiorità della “letteratura seria” (impegnata) nei confronti di Campanile verrà superato solo molto più avanti. E dire che in questo suo romanzo dedicato allo sport nazionale, scritto prima che l’Italia vincesse i suoi primi due titoli mondiali (nel 1934, in casa, sotto la spinta poco sportiva del regime, e nel 1938, in Francia, quando ben altre tragiche partite si annunciavano) c’è molto più spirito italiano che in tutta la retorica fascista (e post-fascista) sulla patria. A partire dall’ironia sulla profusione di termini calcistici inglesi (che poi Mussolini abolirà, ma oggi imperano ancora), o dalla poesia che spiega le regole del calcio, con tanto di inviti all’“arbitro presbite / sordo e fanatico / venduto e miope / cieco e lunatico […] / torso di cavolo, / vattene al diavolo, / facci il piacere, / cambia mestiere!”.

GIUDIZIO: ***

LECTIO BREVISSIMA

Giuseppe Pontiggia – LE SABBIE IMMOBILI (1991)

“A leggere il rapporto del ministero della Sanità si prova innanzitutto uno sconcerto ottico: l’italiano medio si allarga, ma contemporaneamente si allunga, è sovrappeso in oltre il cinquanta per cento dei casi, però vive un anno in più degli europei. Possono apparire segni di contraddizione, ma sono in realtà segni di coerenza”. Comincia, così, illuminando i “Miracoli della dieta italiana”, questo delizioso libretto, un quadro satirico dei vizi e dei tic linguistici, e quindi morali, della società italiana di fine Novecento (ma a ben vedere non solo). Pontiggia è perfettamente a suo agio nell’assumere quell’atteggiamento noto come sprezzatura che è sempre stato guardato con sospetto sul piano letterario ma che accomuna gli scritti di alcuni dei più grandi scrittori italiani del Novecento, da Flaiano a Fruttero & Lucentini, da Arbasino a Wilcock. Con la consapevolezza del classicista quale era, l’autore sa fondere lo sguardo del moralista alla precisione del filologo che scava nelle parole per rivelarne la caduta nel luogo comune e all’acume di uno stile misuratissimo e per questo più pungente, che trova espressione nella lapidarietà di un aforisma, di una definizione, di un apologo. Perché la cultura consiste soprattutto nel saperne ridere.