IL PROFESSORE DI DESIDERIO – Philip Roth

# 168 – Philip Roth – IL PROFESSORE DI DESIDERIO (Einaudi, 2019, ediz. orig. 1977, pagg. 234)

Fin dall’adolescenza, David Kepesh, figlio di albergatori ebrei che gestiscono un grande hotel sui monti Catskills, deve fare i conti con una certa irrequietudine: attratto dall’anticonvenzionalità e da tutto ciò che è sconveniente, David avvierà un ménage à trois con due ragazze svedesi conosciute a Londra, durante un semestre di studio all’estero, e solo quando una delle due tenterà il suicidio David si renderà conto che non tutti i desideri sono indolori e privi di conseguenze. Rientrato negli USA, e divenuto professore universitario di letteratura comparata, Kepesh passerà attraverso un matrimonio alquanto travagliato per vedere poi l’amore sbocciare di nuovo, nelle forme di una giovane insegnante di Liceo. Ma l’irrequieto professore riuscirà a tenere a bada, magari con l’aiuto della letteratura – da Čechov a Kafka – il suo sfrenato desiderio? Oppure il suo destino è quello di non potersi mai accontentare?

Personaggio mirabile tra i tanti creati dalla magica penna di Philip Roth, David Kepesh è un’altra faccia – l’ennesima – dell’ebreo colto e agiato, cui non mancherebbe nulla per vivere felicemente, e che invece, per qualche ragione, alla felicità piena non riesce mai ad assurgere, forse perché la felicità non è cosa da esseri umani (ricordate cosa diceva il Cardinale in “8½” di Fellini? “Chi le ha detto che si viene al mondo per essere felici?”) o forse perché il mondo ebraico di Philip Roth, lungi dall’essere smaltato e brillante, è viceversa attraversato, sempre, da tensioni e risentimenti, storture del carattere e del popolo stesso, che il grande scrittore americano ha saputo descrivere come nessun altro, attirandosi per questo – tra le altre cose – l’odio di una parte della sua stessa gente, gli ebrei d’America.

Ma “Il professore di desiderio”, checché ne pensino gli odiatori di Roth, è un romanzo fresco e vivace, intelligente in maniera quasi impressionante per come si interroga sulla liceità o meno del desiderio puro (nonché sulle differenze tra desiderio fisico e desiderio letterario), minimale e cesellato, un gioiellino di arguzia e di profondità che commette forse l’unico “errore” (virgolette d’obbligo) di apparire un po’ informe, come un flusso unico in cui si mescolano tanti elementi anche eterogenei: il rapporto del protagonista con le donne, certo, ma anche le sue passioni letterarie – in primis quelle per Čechov e Kafka – nonché l’immersione nel mondo accademico e l’immancabile rapporto con i genitori, ebrei americani di vecchio stampo, che stravedono per il figlio ma che, in fondo, non lo capiscono, in uno scollamento generazionale che Roth, ancora una volta, ha saputo raccontare, in questo libro e altrove, con un garbo e una profondità ammirevoli.

Quello che stupisce di più del “Professore di desiderio” è la perfezione del registro narrativo: non c’è una parola, nel romanzo, che sia fuori posto o che appaia “sbagliata”, anche nei passi che convincono meno, vuoi perché un po’ lenti, vuoi perché avviticchiati un po’ capziosamente attorno ai soliti concetti; anche nei punti meno apprezzabili di un libro, complessivamente, godibilissimo , si nota la maestria di Roth nel tenere sotto controllo la materia, e nel lanciarsi in disamine letterarie che diventano scavi psicologici e, viceversa, in scavi psicologici che assumono improvvisamente la dimensione di considerazioni letterarie, venendone nobilitati. Forse quello che tanti non gradiscono è proprio questo: che Roth non si abbandoni mai a uno psicologismo facile, immediato, d’accatto come tanta narrativa novecentesca, ma porti sempre i suoi discorsi su piani più seriamente culturali (la letteratura, la musica), costruendo libri che si potrebbero paragonare a sculture a tutto tondo, contrapposti alle figurine monodimensionali di cui altri scrittori si sono sempre accontentati (senza che per questo non abbiano avuto successo, anzi!).

Come considerare, altrimenti, le figure straordinarie di Herbie Bratasky, lo sboccato dipendente dei genitori di Kepesh e primo “tentatore” del giovane David, o di Ralph Baumgarten, collega professore che non si fa scrupoli a sedurre studentesse? E soprattutto, come considerare la scena-clou dell’intero libro, il sogno durante il quale David – in vacanza a Praga – immagina di incontrare l’anziana prostituta dalla quale si recava nientemeno che uno dei suoi miti letterari e intellettuali, Franz Kafka? Sessualità e letteratura sono davvero vasi comunicanti? Sapere cosa faceva Kafka con la sua prostituta preferita può davvero gettare nuova luce sulla sua opera? Forse no, perché in definitiva il sesso smitizza tutto, riduce tutto alla freudiana ricerca del piacere; eppure, allo stesso tempo, il sesso sembra avvicinare così tanto a noi quelle figure mitiche, quei genî che spesso non osiamo neanche citare, per paura di commettere un reato di lesa maestà! Forse perché, alla fine, nei confronti del sesso e dei sentimenti, di quel groviglio inestricabile che Kepesh rubrica sotto la voce “desiderio”, siamo tutti incontentabili – genî compresi – ovvero nella condizione che Woody Allen (altro grande ebreo!) ha splendidamente sintetizzato con una celeberrima battuta di un suo altrettanto celebre film: “Qui il cibo fa schifo” dicono gli anziani di una casa di riposo. “E poi, che porzioni piccole!”

(Recensione scritta ascoltando Wolf Larsen, “If I Be Wrong”)

PREGI:
scritto meravigliosamente, è un libro sul sesso che non mette mai il sesso al centro del racconto, ma che anzi lo prende di lato, da sopra, da sotto ma mai frontalmente, mai pornograficamente, e costruisce alcune delle pagine più belle e delicate dell’intera produzione rothiana

DIFETTI:
un po’ informe, sorta di flusso di coscienza freddo e controllatissimo, il romanzo mescola tanti ingredienti e se è vero che dà vita ad alcune scene memorabili (il sogno della prostituta di Kafka su tutte), è altresì vero che in certi punti indugia forse un po’ troppo sulle “solite” meccaniche ebraiche: il rapporto genitori-figli e l’impossibilità di trovare la pace, dopo gli orrori dell’olocausto   

CITAZIONE:
“In un impeto di sincerità calcolata – calcolata male, come si vedrà – confido a una delle ragazze come la vista dei suoi seni premuti fra le braccia mi abbia fatto desiderare di essere quelle braccia. Ed è poi così diverso, le chiedo cercando di affascinarla, da Romeo che, sotto il balcone di Giulietta, sussurra: «Vedi come appoggia la guancia sulla mano? Oh, foss’io il guanto su quella mano e sentire la sua guancia!»” (pag. 22)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO