IL SERPENTE DI DIO – Nicolai Lilin

# 14Nicolai Lilin – IL SERPENTE DI DIO (Einaudi, 2014, pag. 343)

Personaggi e storie si intrecciano in quell’area devastata che è il Caucaso, lacerata da una assurda guerra di religione che cela motivazioni ben più schifose e raggelanti, e interessi ancor più ributtanti. Su tutto, spicca l’amicizia dei quattordicenni Andrej e Ismail, uno cristiano e l’altro musulmano, che per difendere l’antico patto tra le loro rispettive comunità – che per tanti secoli ha difeso la pace nella regione – sono disposti a sacrificare le loro stesse vite.

La folgorante carriera di scrittore di Nicolai Lilin, dopo l’esordio con “Educazione siberiana”, ha generato fatalmente qualche sospetto. Da una parte, il timore che si tratti di un “caso letterario” dei peggiori, ovvero quelli crearti ad arte da editor e stampa specializzata; dall’altra, l’inevitabile timore della sopravvalutazione. Non che non si possa spezzare fin da subito una lancia in favore di un Autore (classe 1980) che, seppur originario dell’attuale Moldavia (ma lui preferirebbe certo dire Transnistria), scrive in italiano! Impresa veramente non da poco e meritevole di elogi, per quanto ci si possa chiedere quale ruolo abbiano avuto gli editor di Einaudi nella confezione dei romanzi…

Al netto di tutte le considerazioni, comunque, e di tutte le prudenze, non si può negare che la scrittura di Lilin, pur non essendo priva di ingenuità e durezze, sia purtuttavia piuttosto efficace e robusta. Non facendo mai mistero delle componenti autobiografiche dei suoi libri, Lilin riesce a raccontare delle realtà “parallele” (la Transnistria anni ’80-’90, il Caucaso oggi, la Cecenia, la Russia di Eltsin come quella di Putin) spesso ignorate, o distorte, dagli organi d’informazione, e i racconti sono spesso duri e spietati, diretti sino a sfiorare la morbosità, nell’intento quasi documentaristico di svelare la vera natura di certe guerre, di certi scontri, di certo crimine. Lilin potrebbe essere preso per un Saviano dell’Est, che decide di farsi carico del racconto delle cose “come realmente stanno” ma che, contrariamente a Saviano, sembra avere una dimensione – anche personale, biografica – più “vera”, più sincera. Se l’autore campano, infatti, ha francamente stancato con la sua aura di “maledettismo giornalistico”, Lilin di contro appare disarmantemente sincero, con la sua scrittura quasi senza filtri, a tratti ingenua e immediata, ma capace anche di aprirsi a squarci lirici e disamine storiche e filosofiche. “Il serpente di Dio” non è un capolavoro, e non è neanche quel “grande romanzo d’avventura” di cui assurdamente parla la quarta di copertina di Einaudi. E’ un romanzo corale, dalla narrazione è serrata e dall’intento squisitamente didattico: mostrare il vero volto delle guerre caucasiche, dello scontro tra russi e ribelli islamici, dei giochi di potere che vi stanno dietro, e che lo perpetuano per il puro tornaconto di pochi.

Non tutti i personaggi funzionano: se certe figure (Novak e Konstantin su tutte) emergono bene – anche grazie all’idea di raccontarci il loro background biografico e culturale con dei veri, lunghi flashback – altre (Hassan, Zio, gli stessi Andrej e Ismail) paiono piuttosto semplicistiche, ideate in pura funzione di denuncia e di rappresentazione di una realtà che indubbiamente Lilin dimostra di conoscere, o perlomeno di saper intuire. Il romanzo è efficace (anche se un po’ didascalico) nel mostrare l’intreccio osceno tra guerra e politica, tra religione e interessi, tra patriottismo e affari, ma è anche – allo stesso tempo – piuttosto scontato nelle conclusioni cui giunge, perché in fondo non è vero che di ciò di cui scrive Lilin non si sappia nulla: molte cose si sanno eccome, e le “rivelazioni” di Lilin (collusione tra servizi segreti russi e ribelli islamici, corruzione dei politici locali del Caucaso, interessi arabi nel Califfato mondiale) a volte sanno proprio di “scoperta dell’acqua calda”. A riscattare, parzialmente, il libro è lo stile scarno, essenziale, che non si nega qui e là dei tocchi lirici piuttosto riusciti, e che riesce bene a raccontare il contrasto tra Uomo e Natura (già al centro del “Respiro del buio”) e, più ambiziosamente, tra Storia e Mito, ovvero tra contingenza (la guerra caucasica) ed eternità, o tradizione (il patto di pace tra le comunità cristiana e islamica che per secoli ha retto le sorti della regione). Insomma, un libro più furbetto e meno “scomodo” di quanto voglia sembrare, ma anche un racconto che difficilmente si può lasciare, e che si legge con una certa (anch’essa, forse un po’ morbosa…) curiosità.         

(Recensione scritta ascoltando Zbignew Preisner, “Requiem for my friend”)

PREGI:
la struttura semplice (tutta la storia, flashback a parte, si dipana sull’arco di pochi giorni) che consente di seguire la vicenda nonostante la frammentazione di personaggi e punti di vista, e lo stile spesso scarno e diretto

DIFETTI:
alcuni eccessi di didascalismo, non solo nella costruzione dell’intreccio “politico”, ma anche nella descrizione delle tecniche e degli armamenti militari, che sembra troppo spesso una sorta di “sfoggio di competenze” da parte di un Autore che si dichiara ex-cecchino ed ex-militare dei corpi speciali russi  

CITAZIONE:
“Noi comprendiamo il mondo basandoci non sulla sua realtà, ma sul nostro bisogno d’interpretarla. Dato che siamo mortali e dotati di un corpo fisico, per darci una collocazione nell’universo c’inventiamo dei preconcetti spazio-temporali. In questo modo puntelliamo le nostre esistenze ma spesso stravolgiamo la vera natura delle cose. Perdiamo di vista il tutto, il sistema perfettamente equilibrato…” (pagg. 302-303)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO