IT – Stephen King

# 155 – Stephen King – IT (Sperling & Kupfer, 1990, ediz. orig. 1986, pagg. 1.238)

Derry, Maine, estate 1958: sette ragazzini – il balbuziente Bill Denbrough, il grassottello Ben Hanscom, il timido e complessato Eddie Kaspbrak, l’estroverso Richie Tozier, il pignolo boy scout Stanley Uris, e ancora, Mike Hanlon, perseguitato dai bulli perché afro-americano, e Beverly Marsh, che soggiace a un padre prepotente – diventano amici per la pelle e condividono un terribile segreto: tutti conoscono l’entità malefica che vive sotto la città, e periodicamente uccide bambini (tra cui Georgie, il fratellino di Bill) e procura alla comunità sciagure inenarrabili, come l’esplosione di una ferriera o altri cataclismi. Uniti, i sette amici si salvano dalle grinfie del mostro, che appare loro sotto forma di Pennywise, un inquietante clown, e – apparentemente – lo neutralizzano; ma nel 1986, ventotto anni dopo, Derry torna a essere scenario di atroci delitti, e gli amici di un tempo – che sono ormai diventati adulti e si sono persi di vista – dovranno tornare sui luoghi della loro infanzia e unire nuovamente le forze per sconfiggere (stavolta definitivamente) il Male.

Milleduecentotrentotto pagine: quando si pensa a “It”, questo è il primo dato che viene in mente, la sua smisurata lunghezza. Non che sia giusto ridurre, semplicisticamente, alle sue pur importanti dimensioni un libro densissimo di tematiche e di trovate narrative. “It”, su questo direi che non ci sono dubbi, è molto di più: è il romanzo di gran lunga più ambizioso di Stephen King, quello che più di tutti somiglia – nelle intenzioni, perlomeno – a un racconto di Lovecraft, quello in cui il più noto Autore horror americano contemporaneo ha travasato tutte le sue ossessioni, dalla “magia” dell’infanzia al ritorno del rimosso in età adulta, dall’orrore senza nome (“It” non significa altro che “Esso”), troppo grande per essere anche solo pallidamente descritto, alla comunità apparentemente coesa e ridente, e in realtà marcia dalle fondamenta, complice (per paura e conformismo) di quello stesso male che vorrebbe combattere.

Insomma, in “It” c’è tutto il miglior King; il problema è che c’è anche il peggiore! Allo scrittore capace di costruire magiche ed efficaci atmosfere infantili si contrappone quello, verboso e prolisso all’estremo, che si perde in sottotrame e personaggi di contorno pur di non arrivare al dunque, per un motivo molto semplice: il “dunque” non c’è! “It” è un bellissimo ingranaggio destinato a girare a vuoto, perpetuamente, e in questo forse risiedono tanto il suo principale pregio quanto il suo più drammatico difetto. La natura fluviale del libro non sarebbe di per sé un problema – in fondo, chi lo acquista e decide di leggerlo sa fin dall’inizio che dovrà affrontare più di mille pagine; il problema è la ripetitività della struttura e di certe situazioni, che fanno sentire il lettore “impantanato” in una trama che non procede, bloccato in un racconto che troppo spesso devia dalla strada principale per prendere vie laterali di dubbia utilità, o per ripetere – con altre parole – concetti già ampiamente assodati e sdoganati.

Certo, resta il bell’affresco di vita americana anni Cinquanta: la Derry del 1958 è descritta perfettamente, certi ambienti – la scuola, il cinema Paramount, i Barren, quella zona paludosa dove i ragazzi si ritrovano a giocare e complottare – scaturiscono direttamente dai ricordi, rielaborati, dell’Autore, e l’amicizia tra i “Sette fortunati” (come si battezzano i protagonisti) è toccante e raggiunge vette di autentico lirismo. Impossibile, quando si legge il romanzo da quarantenni, come ho fatto io, non commuoversi al pensiero delle avventure infantili sepolte nella memoria perché – e questo a mio avviso è il lato migliore di “It” – tutti abbiamo vissuto, a modo nostro, in una specie di Derry, tutti abbiamo affrontato, da bambini, dei mostri, partoriti dalla nostra immaginazione o forse da essa soltanto percepiti, e realmente esistenti, annidati nel tessuto stesso della realtà. Mostri che poi, una volta cresciuti, abbiamo smesso di riconoscere, anzi, ce li siamo fatti amici e abbiamo iniziato a lavorare con loro, a frequentarli, a considerarli normalità.

Ecco, King è semplicemente un maestro nel ricreare quell’atmosfera da pre-crescita, nel rituffare il lettore (americano o europeo poco conta, in questo il libro è universale, come universale è il linguaggio dell’infanzia) in quell’età magica e misteriosa in cui ancora tutto era possibile, e forse proprio questo estremo ventaglio di possibilità era il mostro da affrontare, il “divoratore di mondi e di bambini”, colui che alla fine vince sempre: il Tempo. I protagonisti di “It” avevano davanti a sé, disteso e placido come un irriconoscibile mostro, il Tempo della vita, il Tempo della crescita; dovevano affrontarlo e ancora non lo sapevano, poi lo hanno affrontato ed esso li ha cambiati, li ha divorati.

Il richiamo di Derry, e del clown assassino, allora potrebbe persino connotarsi come qualcosa di positivo, di liberatorio: il ritorno a una dimensione dimenticata, orrorifica, certo, ma vitale e vitalistica, fatta di promesse e amicizia, di lontani ricordi e improvvise reviviscenze della memoria. È innegabile che “It” sia ben più di un horror: romanzo di formazione, storia generazionale e atmosfere da thriller metafisico si fondono nelle più di milleduecento pagine di racconto, e danno origine a un impegnativo ibrido, a un libro che a tratti sembra aderire felicemente ai canoni dell’horror classico (le scene nelle fogne di Derry, le apparizioni del terrificante Pennywise, stupenda invenzione narrativa) e, altrove, se ne distacca profondamente, e sembra voler varare un horror più sottile, l’horror “adulto” dell’oblio di sé e del mito del successo come droga contro gli incubi (e le verità) dell’infanzia, l’horror esistenziale della vita adulta fatta di assurde responsabilità e dolorosi compromessi, nella quale la vera amicizia non ha più posto, sostituita dalla legge dell’utile e del guadagno.

Non a caso, tutti gli ex-amici di Derry hanno avuto successo nella vita, hanno costruito carriere sfolgoranti – chi è diventato scrittore, chi architetto, chi attore comico, chi designer di fama – tranne Mike Hanlon, l’unico che non si è mosso dalla mortifera cittadina, colui che si è prestato a fare da guardiano del ritorno di It. Critico nei confronti delle convenzioni della società tanto nei paludati anni Cinquanta quanto nei più brillanti, ma vacui anni Ottanta, il libro ha l’ambizione di parlare di tutto, ma è molto più efficace nella malinconica rievocazione del passato che nell’incalzante racconto del presente; lo “scollamento” tra i personaggi da ragazzi e da adulti è evidente anche nella resa espressiva, e il romanzo – oggettivamente troppo lungo – finisce per trascinarsi nell’ultima parte alla ricerca di una inevitabile quanto estenuante “lotta finale” col mostro, come se una storia di questo tipo, evidentemente pervasa di elementi e temi straordinariamente personali, sorta di “Recherche” kinghiana, possa effettivamente avere un “finale”.

(Recensione scritta ascoltando Ennio Morricone, “The Thing – Soundtrack”)

PREGI:
capolavoro conclamato di Stephen King, a modo suo è un libro assoluto, che non accetta compromessi ed esplode dalla voglia di raccontare tutto. Fitto di scene diventate iconiche (anche grazie alle versioni cinematografiche, in particolare al Pennywise interpretato da un grandissimo Tim Curry), il libro brilla in particolare per la ricostruzione della vita di una cittadina americana di provincia negli anni ’50 (tema e location cari a King) e per alcuni personaggi indubbiamente riusciti     

DIFETTI:
estenuante, soprattutto nelle seconde 600 pagine, è un horror che non approda a nulla, e inanella scene e personaggi in serie, saltabeccando avanti e indietro nel tempo, costruendo momenti straordinari banalizzati subito dopo da passaggi scolastici e pedanti. Insomma, c’è tutto il meglio e tutto il peggio di Stephen King, la lettura è indubbiamente piacevole – a patto che si disponga di tempo e pazienza, binomio non scontato – e lascia più di qualcosa nel lettore; resta da vedere se lo sforzo valeva la pena! Ma a questa domanda ciascuno risponderà a modo suo…

CITAZIONE:
“Il terrore che sarebbe durato ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.” (pag. 2)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO