LA COLAZIONE DEI CAMPIONI – Kurt Vonnegut

# 157 – Kurt Vonnegut – LA COLAZIONE DEI CAMPIONI (Feltrinelli, 2005, ediz. orig. 1973, pagg. 276)

Invitato alla prima edizione del Festival delle Arti di Midland City, l’anziano (e fittizio) scrittore di fantascienza Kilgore Trout – frutto dell’inventiva dello scrittore “vero” Kurt Vonnegut e i cui libri vengono furbescamente spacciati dal suo editore per romanzi pornografici, con copertine allusive e fascette esplicite – si mette in viaggio facendo l’autostop e arriva a Midland City giusto in tempo per essere coinvolto nella violenta esplosione di follia di un altro personaggio inventato da Kurt Vonnegut, il venditore di auto Dwayne Hoover, proprietario di svariati concessionari della Pontiac, la cui moglie si è suicidata ingerendo soda caustica. Spettatore attonito, ma allo stesso tempo artefice di questo incontro/scontro tra personaggi della sua fantasia, lo stesso Vonnegut che, nascosto dietro un paio di occhiali da sole a specchio, riflette sulla propria stessa follia latente e sull’atto di scrivere come unica possibile forma di salvezza dalla deriva schizofrenica.     

Chi lo ha letto, converrà che è quasi impossibile riassumere un libro come “La colazione dei campioni” rendendo giustizia a tutte le sue sottotrame e a tutti i geniali personaggi di contorno che scaturiscono dalla penna di Vonnegut con facilità e leggerezza, da “Coniglietto” Hoover – il figlio omosessuale di Dwayne, pianista da pianobar – al quasi omonimo Wayne Hoobler, ex-galeotto di colore che ronza attorno alla concessionaria Pontiac attratto, come un’ape da un fiore, dal mito del successo e dalla possibilità di guadagno; e ancora, da Francine Pefko, segretaria e amante di Dwayne Hoover, a Harry LeSabre, venditore di auto alle dipendenze dello stesso Dwayne, e travestito in privato, col benestare della moglie…

Insomma, “La colazione dei campioni” è una girandola di invenzioni narrative una più stupefacente dell’altra, ed è un impressionante gioco di incastri e rimandi tra personaggi dell’universo vonnegutiano (uno su tutti, Eliot Rosewater, il plutocrate un po’ fuori di testa protagonista di “Perle ai porci”) nonché una fucina di aneddoti e vicende allo stesso tempo simboliche e prive di qualunque senso propriamente detto, come le trame dei romanzi di Kilgore Trout che, contrappuntando le azioni dei personaggi, si rivelano altrettante “mise en abyme” dell’American Way of Life, autentico bersaglio dell’ironia feroce di Kurt Vonnegut. Immaginandosi la vita su altri pianeti, Trout non fa che riflettere sull’assurdità della vita di questo pianeta chiamato Terra, sulle meccaniche di un mondo impazzito, o sull’orlo della pazzia, che, come Dwayne Hoover, ha preso a divorare sé stesso, e aspetta solo il pretesto per esplodere e scompaginare tutto.

Allora, lo stile inimitabile di Vonnegut, che altrove può apparire un po’ stucchevole, in questo romanzo acquisisce una forza e una appropriatezza che non ha mai avuto, ponendosi come sguardo “dal di fuori” su un orrore chiamato “realtà”, e costringendo il lettore a reimpostare tutte le sue coordinate morali e osservative, anche grazie alla straordinaria idea di corredare il testo con i disegni naïf dell’Autore stesso.

Disegni che, peraltro, trovano una giustificazione narrativa nello strepitoso finale, in cui l’Autore si mette in scena al pari dei suoi personaggi, interagisce con loro – perlomeno con uno, Kilgore Trout, presente in svariati libri di Vonnegut e sorta di suo alter ego – e costruisce alcune delle scene più struggenti e delicate che uno scrittore possa dedicare a un suo personaggio. Attacco frontale, ironico e mai volgare, al capitalismo e al mito del successo, “La colazione dei campioni” è un capolavoro che richiede più letture, per cogliere tutti i rimandi e le sfumature, per apprezzare tutta la frammentaria varietà dell’immaginazione vonnegutiana, capace di rendere accettabile l’assurdo, di tradurre sul piano del reale anche le vicende più fantasmagoriche e oniricheggianti, sempre con un tocco leggero, scanzonato, quasi disinteressato, e capace – soprattutto – di far riflettere sulla forza che i luoghi comuni e il pensiero standardizzato esercitano su di noi, fino a quando non incrociamo un Kilgore Trout, qualcuno cioè in grado di alzare gli occhi dalla materia brulicante e canticchiante che compone il mondo (per citare Chuck Palahniuk) e vederla in tutta la sua ridicola oscenità, in tutta la sua incredibile futilità.

Smisuratamente ambizioso sotto un aspetto comicheggiante e dimesso, “La colazione dei campioni” va letto senza pregiudizi e con una sana voglia di divertirsi, di assecondare l’Autore in tutti i convolvoli di una materia ribollente e di una trama, fondamentalmente, inesistente, per approdare a una acquisita consapevolezza non solo sul mondo e sugli uomini, ma anche sull’atto stesso dello scrivere, come se il libro, alla fine, non parlasse che di sé stesso, chiudendosi – a mo’ di “ouroboro” – così com’era iniziato, senza aver risolto nulla, certo, ma avendo portato il lettore accondiscendente in luoghi dell’immaginazione che, probabilmente, neppure credeva possibili, attraverso “falle” che, a saper guardare, punteggiano la realtà e la aprono – quotidianamente – verso altri mondi e altri stati della coscienza.

(Recensione scritta ascoltando Scatman John, “Scatman (Ski Ba Bop Ba Dop Bop)”)

PREGI:
scatenato ma non scriteriato, impreziosito dai bellissimi disegni “infantili” dello stesso Vonnegut, attraversato da un soffio di follia allo stesso tempo inquietante e rassicurante, è un romanzo che non si lascia inquadrare in alcun genere e in alcuna categoria, uno di quei “pezzi unici” che – piacciano o meno – non somigliano a niente e rappresentano esperienze di lettura sconvolgenti, anche se magari non per tutti i gusti    

DIFETTI:
frammentario all’inverosimile, si può dire che a tenere insieme il libro siano unicamente le figure di Kilgore Trout e Dwayne Hoover, attorno alle quali Vonnegut si diverte a far ruotare un mondo che va dall’assurdo al nonsense, un coacervo di vicende che coprono tutto l’arco espressivo dal dramma propriamente detto al ridicolo senza ritegno. Ne deriva una descrizione del mondo degli uomini a tinte forti, che riconduce ogni cosa al suo minimo comun denominatore (si veda l’incredibile discorso sulla lunghezza dei peni!) e che certo non fa per tutti    

CITAZIONE:
“La nostra consapevolezza è l’unica cosa viva e forse sacra che esiste in ognuno di noi. Tutto il resto, in noi, è macchinario morto.” (pag. 209)

GIUDIZIO SINTETICO: ****

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO