LA VERSIONE DI REMBRANDT – Laird Hunt

# 233 – Laird Hunt – LA VERSIONE DI REMBRANDT (ALET, 2012, ediz. orig. 2006, pagg. 234)

Lasciato dalla fidanzata Carine all’indomani dell’11 settembre 2001, il newyorchese Henry entra, grazie alla presentazione della bella tatuatrice Tulip, in un giro d’affari poco chiaro, gestito dal filantropo Aris Kindt. Di cosa si tratta? Semplice: di mettere in scena, a pagamento, finti omicidi. Un lavoro redditizio che lo sbandato Henry non si lascia scappare. Ma qual è lo scopo di tutto ciò? E soprattutto, perché Aris Kindt sembra ossessionato dal celebre dipinto di Rembrandt La lezione di anatomia del dottor Tulp? E ancora: perché certi omicidi sembrano tutto fuorché simulati? E perché Henry, in alcune sequenze del libro, sembra prigioniero in uno strano ospedale in compagnia di un altro Aris Kindt e di una affascinante dottoressa che si fa chiamare… Tulp?

Quante domande, direte! Ecco, il problema è che le risposte latitano, in questo bislacco romanzo di tal Laird Hunt che, in quarta di copertina, Paul Auster definisce “uno degli scrittori americani di maggior talento oggi.” Chissà gli altri, allora!

Oddio: non è che Hunt scriva particolarmente male, a livello di stile. Ho letto di molto peggio! Sì, a volte la sua scrittura è decisamente involuta, a volte cerca l’effetto senza trovarlo, ma il problema de “La versione di Rembrandt” (a proposito: bel titolo) non è lo stile, bensì la totale confusione narrativa e contenutistica. C’è troppa roba e, per giunta, pessimamente dosata in questo bizzarro noir contemporaneo che prende le mosse dall’11 settembre (scelta che, peraltro, resta sospesa, senza apparente significato) per poi finire a rivoltolarsi tra i bassifondi di una New York un po’ artificiosa, dove una tatuatrice (Tulip: la prima di tante citazioni neanche troppo occulte al quadro di Rembrandt), novello Bianconiglio, conduce il protagonista attraverso un mondo inatteso e inquietante, con la società che si occupa di finti omicidi e la passione (ma sarebbe meglio dire l’ossessione) del signor Kindt (altro personaggio del quadro di Rembrandt: è l’uomo disteso sul tavolo operatorio!) per La lezione di anatomia.

Ma non è finita, perché la narrazione sembra scindersi in due “voci” distinte, anche se entrambe attribuite a Henry, il protagonista: uno è quello che, attraverso Tulip, finisce a lavorare per Aris Kindt organizzando finti omicidi (e fin qui va bene, anche se la trama è tutt’altro che sfolgorante); l’altro sembra prigioniero in una misteriosa clinica, tra le grinfie della prosperosa dottoressa Tulp. E qui no, mi spiace ma il romanzo non si salva, perché le situazioni sono una più assurda e bislacca dell’altra e, soprattutto, niente si raccorda veramente a niente in questa narrazione slabbrata e fintamente provocatoria, colta nei rimandi e nelle citazioni, ma di quella cultura supponente e volutamente elitaria, che non fa nessuno sforzo per farsi capire e arrivare a tutti i lettori, ma che anzi, al contrario, sembra voler fare selezione all’ingresso, tagliando fuori tutti quelli che non conoscono a menadito la vita e l’opera di Rembrandt. Senza contare che non si spiega veramente neppure questa ossessione per Rembrandt, a meno che Hunt non intendesse costruire un noir labirintico e lambiccato come sono labirintici e a volte incredibilmente enigmatici certi quadri fiamminghi (non solo di Rembrandt), coi loro geniali giochi di rispecchiamento e di mise en abyme.

Motivazione, però, troppo debole per costruirci attorno un libro, ammesso poi che fosse questa l’intenzione dell’Autore: “fiamminghizzare” la New York post 11 settembre, sconvolta come è sconvolto il protagonista, e condurre il lettore attraverso un viaggio circolare e fitto di rimandi e riecheggiamenti, di dubbi e di agnizioni. Il problema, però, è che non ci si diverte, in questo labirinto di personaggi che, più che esistere in sé e per sé, sembrano rimandare costantemente a quelli ritratti nei quadri – o in un quadro in particolare, la famosa Lezione di anatomia del dottor Tulp. Generalmente, quando la metafisica fa capolino nel noir, il libro è deludente, quando non irritante.

Ecco, “La versione di Rembrandt” riesce a essere sia deludente che irritante! Delude perché onestamente, sulla base del riassunto sulle alette, sembrava molto meglio; irrita perché dopo un po’, quando si capisce che l’Autore non ha alcuna intenzione di arrivare a un punto finale, ma continuerà a girare la sua vacua vite senza fine mettendo in mostra la propria (presunta) bravura nel giocare coi personaggi, ci si disamora decisamente della lettura e si inizia a prestare alla trama ancora meno attenzione di quanta se ne prestasse all’inizio, col risultato che un libro già confuso e complicato diventa pressoché incomprensibile, e pagina dopo pagina approda (faticosamente) a un finale che non dice nulla, insipido come tutto il resto, che vorrebbe essere originale e ricco di trovate sbalorditive, ma che riesce solo a innervosire il lettore con la sua supponenza, e con dialoghi su dialoghi in cui i personaggi non dicono letteralmente nulla. Caro Hunt, il noir è un’altra cosa! E anche la letteratura americana, per fortuna. Con buona pace di Paul Auster…

(Recensione scritta ascoltando The Rembrandts, “Just the Way It is, Baby”)

PREGI:
una spruzzata di originalità che però non basta a sostenere lo sforzo della lettura. “La versione di Rembrandt” è un noir moderno un po’ “alla David Lynch” ma senza quell’ironia che (forse) l’avrebbe salvato

DIFETTI:
spasmodicamente votato al tentativo di essere originale e unico, è un libro che riesce solo ad annoiare pesantemente senza neppure dare al lettore la soddisfazione di aver imparato qualcosa di interessante su Rembrandt o sulla pittura fiamminga! Per un confronto (impietoso) provate a leggere “La tavola fiamminga” di Pérez-Reverte! 

CITAZIONE:
“Sì, Henry, certamente, tutti noi siamo avvolti nelle ombre sempre più scure della nostra esistenza postuma.” (pag. 150)

GIUDIZIO SINTETICO: *

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO