L’ARTISTA DEL COLTELLO – Irvine Welsh

# 85 – Irvine Welsh – L’ARTISTA DEL COLTELLO (TEA, 2018, pag. 285)

Si fa chiamare Jim Francis, ha una bella moglie e due bambine piccole, vive a Los Angeles e fa l’artista, riscuotendo anche un certo successo: ma in realtà altri non è che Francis “Franco” Begbie, psicotico e violento personaggio della saga “Trainspotting”, reso celebre al cinema dall’interpretazione di Robert Carlyle. Quando da Edimburgo gli giunge la notizia che il suo primogenito, Sean, è stato ucciso a coltellate, Begbie sveste i panni dell’artista alla moda e rientra in quelli dell’assassino psicopatico, per scoprire chi è stato. Sarà un viaggio nel passato e nella violenza, al termine del quale – chissà – forse potrà esserci la definitiva redenzione.

Fino a metà libro abbondante, pur non considerandolo un capolavoro, ero seriamente tentato di dare una buona valutazione a questo curioso tentativo di Welsh: riprendere uno dei suoi personaggi iconici e calarlo nel classico “vent’anni dopo”.

Com’è Begbie dopo tutta la galera che si è fatto, dopo tutti quelli che ha scannato, dopo tutti i figli bastardi che ha seminato in giro per la Scozia, dopo tutte le sbronze e dopo tutte le risse? Semplice. È un buon padre di famiglia che ha sposato la sua psicologa carceraria e che ha due splendide bambine, Eve e Grace; vive di arte (fa sculture di divi hollywoodiani sfregiati col coltello) e ha imparato a controllare la rabbia. Insomma, Begbie non è più Begbie. Welsh ha il coraggio di dedicare più di metà libro alla descrizione di un personaggio profondamente cambiato, anzi, magari soltanto sopito, però decisamente diverso a quello che può ricordarsi chiunque abbia letto “Trainspotting” e “Porno”.

Voi direte: che idea noiosa! Begbie che non malmena nessuno è come Tex Willer che non mette mai mano alla Colt! Impensabile! E invece, la prima parte del libro è proprio la più riuscita, non tanto perché riesca a rendere credibile fino in fondo la trasformazione di Franco, quanto perché Welsh è molto bravo a iniettare in ogni pagina una sottile tensione, tutta legata alla domanda: scoppierà, prima o poi, la furia omicida? Il viaggio di ritorno di Begbie a Edimburgo, il reincontro con la sorella (maltrattata per anni), col fratello ubriacone, col figlio superstite che lo odia, con la ex – June – diventata obesa e insopportabile… E il giro per i vecchi locali di Leith, fino ai docks, e lungo le vie tanto spesso citate nei romanzi edimburghesi di Welsh (Leith Walk, Constitution Street, Great Junction Street, Easter Road) regalano momenti di interessante sospensione, venati da una malinconia ben descritta senza mai diventare lagna o piagnisteo. Insomma, l’esperimento sembrava sul punto di riuscire: fare di Frank Begbie un artista magari non raffinato, ma dotato di saldo autocontrollo e persino di una certa saggezza!

Avrei decisamente premiato, in sede di giudizio, un tentativo tanto coraggioso e, anche se non mi sarei certo spinto sino a considerare “L’artista del coltello” il miglior libro di Welsh, di certo ne avrei sottolineato i meriti nel reinventare la propria stessa mitologia, e nell’ironizzarci sopra. E invece, arrivano le note dolenti. Già, perché dopo tutta una prima parte promettente, fatta di incontri, scarni dialoghi, persino di momenti leggeri e quasi comici, e sapientemente intessuta attorno all’idea del “nuovo Begbie” che deve misurarsi con le “vecchie aspettative” da parte di parenti, amici ed ex-soci, si approda a una chiusa completamente sfasata, che smonta (sardonicamente, certo, ma non per questo è una buona scelta!) tutto quello che si era costruito.

Tutti vogliono che Franco regoli i conti, a tutti farebbe comodo – per un motivo o per l’altro – che il vecchio killer tornasse in attività, eppure lui resiste, nicchia, si schermisce, osserva ma non agisce, ascolta ma non replica, ed era proprio questo a rendere interessante il romanzo, quest’atmosfera di attesa di qualcosa di terribile che forse non si verificherà mai. Ecco perché l’ultima parte è così deludente. Begbie torna ad essere Begbie, ma – se possibile – con una carica di psicopatia moltiplicata dagli anni di astinenza dalla nobile pratica dell’omicidio, e Welsh torna a indulgere alle sue tanto amate – ma oggettivamente fastidiose – scene truculente, farcite di una violenza quasi macchiettistica, che non è né catartica né narrativamente interessante, ma solo ripetitiva, dotata della stessa consistenza delle scene di un videogame “sparatutto”.

È un Welsh ormai vuoto, di maniera, che solo a tratti riesce a recuperare il bizzarro lirismo che ha sempre caratterizzato la sua prosa nelle migliori riuscite. Peccato, perché le premesse per un libro interessante c’erano tutte, un libro che sarebbe potuto essere (e per un po’ riesce in effetti ad essere) una geniale commedia nera tutta basata su attese e false aspettative, e che invece deraglia in un grand guignol un po’ d’accatto, e peraltro risolto in modo fin troppo semplice, a livello logico. Insomma, diamine, da quando ammazzare e farla franca è diventato così facile? Certo, se uno è un “artista”…

(Recensione scritta ascoltando i Green Day, “21 Guns”)

PREGI:
una buona idea di fondo sviluppata però solo a metà, e una serie di rimandi a fatti e personaggi dell’universo welshiano che non può non interessare ai cultori. Inoltre, il romanzo corre via velocemente, suddiviso com’è in capitoli brevi dedicati ciascuno a un “fantasma” del passato di Begbie    

DIFETTI:
tutta la seconda parte tradisce le aspettative e si abbandona a effettacci e scoppi di violenza che vorrebbero forse essere “alla Takeshi Kitano”, per intenderci, ma che – a mio avviso – riescono solo a essere fastidiosi, nella loro ostentazione

CITAZIONE:
“Sempre la solita storia. A bassa voce censuravano la sua violenza con quei commenti amari e maligni, fino a quando non volevano levarsi dai piedi qualche stronzo, e di botto lui diventava il grande eroe.” (pag. 81)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO