# 117 – Andrew Sean Greer – LE CONFESSIONI DI MAX TIVOLI (Adelphi, 2004, pagg. 315)
Max nasce settantenne nel 1871 e, già vecchio, ringiovanisce progressivamente, col risultato di essere sempre “fuori tempo”: quando è mentalmente adolescente, ha il corpo e l’aspetto di un anziano; quando appare giovanissimo, ha in realtà l’anima, le esperienze e il modo di sentire di un sessantenne. Solo nel fiore degli anni gli è concessa una tregua e, come un orologio guasto segna l’ora esatta almeno due volte al giorno, per un breve periodo anche Max avrà una vita normale e conquisterà la capricciosa Alice, che aveva già amato da giovane (anzi, da vecchio!). Ma tutto è effimero e doloroso per quest’uomo al contrario, destinato a ringiovanire sempre più fino a perdere tutto e scomparire.
Che strano oggetto letterario, queste “Confessioni di Max Tivoli”! La trama pare uguale in tutto e per tutto, perlomeno nell’idea di base, a quella del racconto – di molto precedente, visto che data al 1922 – di Francis Scott Fitzgerald “Il curioso caso di Benjamin Button” (da cui è stato tratto anche un celebre e fortunato film). Ovviamente i personaggi sono differenti, ma confesso che avvicinandomi a questa lettura mi sono chiesto come mai Greer avesse voluto rifare, nel 2004, un racconto di Scott Fitzgerald peraltro piuttosto conosciuto. È d’altronde vero che il film risale al 2008, quindi a quattro anni dopo l’uscita di questo “remake letterario” firmato Andrew Sean Greer; per il film, però, l’ispirazione proviene tutta dal racconto di Fitzgerald! Del povero Max Tivoli sembra non essersi curato nessuno, o meglio: il romanzo ha indubbiamente avuto successo, ma per qualche ragione non ha lasciato il segno, tanto che Greer è assai più ricordato e citato per “Storia di un matrimonio” (che prima o poi recensirò!).
Come avvicinarsi alle “Confessioni di Max Tivoli”, dunque, se non considerandolo un “oggetto letterario non identificato”? E così è, dopotutto! Il romanzo – sgombriamo subito il campo da possibili equivoci – è indubbiamente buono, sorretto da uno stile che tocca splendide vette di lirismo nel raccontare le età impossibili e contrastanti di questo stralunato protagonista, mai a suo agio nel corpo che si ritrova ad avere, soprattutto nei confronti del grande amore della sua vita, quella Alice che è fatalmente destinato a perdere e ritrovare – non riconosciuto da lei – più volte nel corso della sua parabola esistenziale. Quello che finisce per funzionare meno è proprio l’idea di base, la cui bizzarria non è spiegata in alcun modo; l’Autore, anzi, sembra sguazzare beato nella inesplicabile e un po’ inquietante brillantezza dell’idea stessa (che però, ricordiamolo, si deve piuttosto a Fitzgerald), e non si può non notare, qui e là, l’emergere inconfondibile di un po’ di autocompiacimento e di una certa “maniera” di romanticizzare il Tempo e la coscienza.
Non che questo guasti la lettura, che scorre via comunque gradevole, grazie alla indubbia bravura di Greer; c’è, però, un sapore di fondo fin troppo programmatico in questa parabola al contrario, che evita accuratamente di spiegare certi “misteri” (perché Max Tivoli dovrebbe “morire” proprio nel 1941? Chi ha stabilito che aveva settant’anni quando è nato?) e si concentra sull’indagine minuziosa degli amori, intrecciati e vagheggiati, dello stesso Max, del suo migliore amico Hughie e di Alice. A tratti il gioco regge, e si è quasi tentati di trovarlo plausibile; ma l’impianto generale mostra più d’una crepa ed è solo in parte riscattato dalla brillantezza dello stile e dalla bizzarria della trama, che porta Max ad essere, nei confronti di Alice, prima un vecchio e bavoso pretendente, poi un marito affascinante (per quanto forse mai realmente amato dalla ragazza) e infine addirittura un figlio adottivo che, in un calembour temporale tanto affascinante quanto lambiccato, si trova a dividere la cameretta con suo figlio Sammy, avuto da Alice quando erano sposati, che – a livello esteriore – mostra la sua stessa età! Raccontato in flashback, proprio come una confessione, da Max ormai ridotto a bambino e avviato a ringiovanire sempre di più, sino a non poter nascondere la stranezza della sua esistenza, il libro non è facile né da leggere né da interpretare, e lascia la sensazione di un grande dispiegamento di mezzi intellettuali, stilistici e formali al servizio di un’idea che, per quanto gustosa, risulta oggettivamente un po’ fredda, e forse troppo cerebrale per essere davvero apprezzata ed amata.
(Recensione scritta ascoltando Frédéric Chopin, “Fantasia in Fa minore, Op. 49”, eseguita da Krystian Zimerman)
PREGI:
pagine di grande scrittura che permettono di ravvisare in Andrew Sean Greer uno scrittore di indubbio talento, e un’idea di fondo che, seppur non nuova, ha certamente un notevole fascino
DIFETTI:
compiaciuto e consapevole del proprio spessore stilistico, il libro – come il suo protagonista, del resto – tende a volte a rimirarsi troppo, e sembra accontentarsi di vivere di singoli momenti e asincronie magistralmente raccontate
CITAZIONE:
“Non potrei mai scrivere una storia vera della mia infanzia, perché tutto accadeva prima che io avessi la nozione del tempo, nella stagione della vita in cui la promessa di andare a raccogliere more il sabato mi faceva chiedere ogni pochi minuti: «È già sabato?» La vita non aveva un prima e un dopo, non era ancora appesa a un filo teso, per questo non può essere estratta dal cassetto intatta.” (pag. 49)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana