LECTIO BREVIS / 100

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 100
BAMBINI E RAGAZZINI TRA INNOCENZA E CRIMINE  
Maltrattati o vezzeggiati dagli adulti? Sono ancora vittime o già carnefici?

Charles Dickens – OLIVER TWIST (1846)

Di cosa parla: Oliver Twist viene alla luce in un ospizio per poveri. La madre muore subito dopo il parto e il bambino, rimasto orfano, viene cresciuto nell’orfanotrofio diretto con rigida severità dalla signora Mann. All’età di nove anni, tornato all’ospizio, Oliver, vittima al pari degli altri bambini di maltrattamenti e ingiustizie, viene affidato al signor Sowerberry, un becchino, per impararne il mestiere. Qui, nonostante l’uomo si mostri ben disposto nei suoi confronti, subirà altri torti che lo indurranno a fuggire. Diretto a Londra, finirà per imbattersi nella banda di borseggiatori dell’ebreo Fagin, intenzionato a cooptare Oliver, il quale, di lì a poco, si troverà coinvolto, senza averne consapevolezza, in un tentativo di furto ai danni di un gentiluomo, il signor Brownlow…

Commento: Nel secondo romanzo di Dickens, che, all’epoca della prima stesura e pubblicazione (a puntate, secondo quella che diventerà un’abitudine) aveva venticinque anni, riecheggiano alcune esperienze autobiografiche (i mesi trascorsi dal piccolo Charles in una fabbrica di lucidi da scarpe furono sempre un trauma per lo scrittore), anche se sarà David Copperfield il libro in cui si trovano più compiuti e consapevoli riferimenti a episodi dell’infanzia e della giovinezza dell’autore. In Oliver Twist Dickens tratteggia il quadro della società inglese dell’epoca alle prese con la crescita e l’educazione dei bambini di bassa estrazione sociale, muovendo critiche radicali destinate ad anticipare la progressiva emancipazione dell’infanzia rispetto al lavoro minorile e allo sfruttamento, ma, da conservatore che si rivolgeva a un pubblico borghese, le sue considerazioni in materia trovano posto nel contesto di un romanzo che può approdare al lieto fine solo attraverso un’intricata (e, certo, inverosimile) vicenda di riscatto sociale. In questo senso, le avventure di Oliver risentono da un lato degli intrighi tipici del romanzo gotico (le atmosfere notturne prevalgono) e del melodramma, nonché di un certo manicheismo fiabesco nella caratterizzazione dei personaggi (archetipi e incarnazione del bene e del male, in perenne lotta tra di loro), ma la grandezza di Dickens consiste nel riuscire a tessere una storia di straordinaria fluidità narrativa, appassionante dalla prima all’ultima riga, senza un momento di calo di tensione o di autentica noia. Molte scene saranno oggetto di tentativi di imitazione, più o meno riusciti.

GIUDIZIO: ****

James G. Ballard – UN GIOCO DA BAMBINI (1988)

Di cosa parla: Il dottor Richard Greville, consulente psichiatrico della polizia metropolitana, espone le sue osservazioni in merito al massacro di Pangbourne Village, il complesso residenziale a pochi chilometri da Londra nel quale, la mattina del 25 agosto 1988, nell’arco di pochi minuti, sono stati ammazzati tutti gli adulti, trentadue persone in tutto, mentre i bambini e i ragazzi che lì vivevano insieme ai loro genitori sono misteriosamente scomparsi. Accompagnato dal sergente Payne che si è occupato delle indagini, lo psichiatra visita il villaggio e giunge alla soluzione del caso, che però è tanto sconvolgente da non trovare nessuno disposto a prenderla sul serio…

Commento: Nella forma, per lui anomala, del romanzo breve, costruito per la prima metà come un vero giallo a enigma, Ballard, dando in qualche modo seguito a quanto già mirabilmente narrato più di dieci prima ne Il condominio, mette a fuoco con più nettezza quello che poi diventerà il Leitmotiv della sua produzione più tarda (la tetralogia inaugurata con Cocaine Nights): il tema dell’esplosione della violenza (e del suo irrinunciabile bisogno) all’interno di piccole comunità. Nel ribaltamento delle regole sociali e delle aspettative ad esse connesse, che trovano qui un inquietante corrispettivo anche nell’ambito dei rapporti naturali più forti, quelli tra genitori e figli, Ballard vede da un lato i rischi della stessa civiltà occidentale ripiegata sui suoi comfort, sui suoi lussi, sulle sue mollezze, anche educative (quello di Pangbourne è solo uno dei tanti analoghi villaggi costruiti in Europa e negli Stati Uniti); d’altro canto, la freddezza con cui il massacro viene compiuto è spia anche di una capacità di rigenerazione, certo feroce e deviata finché si vuole, ma comunque vitalissima, di quello stesso microcosmo che si illudeva di fare della separatezza dal resto del mondo e del culto della sicurezza i suoi baluardi. Se c’è un elemento di relativa debolezza nel libro, semmai, è proprio nel punto di vista dell’io narrante, lo psichiatra che, intuita la verità sulla strage (e occorre dire che sul piano strettamente poliziesco non serve proprio l’acume di Sherlock Holmes), si sforza di offrirne una spiegazione. Ballard, insomma, sembra oscillare tra la volontà di raccontare, con freddezza cronachistica, i fatti e il desiderio di fornire una chiave di lettura psicosociologica dell’accaduto (debolezza, sia chiaro, tipica di tutto il sistema dell’informazione alle prese con qualsiasi caso di cronaca nera) e, anche se questa tentazione è contenuta, in realtà è su di essa che si concentra buona parte della tensione narrativa. In ogni caso, il romanzo è un de profundis sui bamboleggiamenti tuttora dominanti.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

“Catinina del Freddo era di quella razza che da noi si marchia col nome di mezzi zingari perché mezza la loro vita la passano sotto l’ala del mercato. Proprio sotto l’ala si trovava, a tredici anni giusti, a giocare coi maschi a tocco e spanna, quando sua madre le fece una chiamata straordinaria. «Lasciami solo più giocare queste due bilie!» le gridò Catinina, ma sua madre fece la mossa di avventarsi e Catinina andò, con ben più di due bilie nella tasca del grembiale.”

Comincia così il racconto La sposa bambina di Beppe Fenoglio, esemplare per asciuttezza, brevità e chiarezza: la “chiamata straordinaria” è quella che porterà Catinina ad accettare il matrimonio con un ragazzo di diciott’anni, lo sconosciuto nipote di un vecchio venuto a fare la proposta. La promessa le viene strappata in cambio di “tanti confetti”; lei aveva chiesto una veste nuova rossa, ma per sposarsi non si può: “Avrai una veste bianca, oppure celeste” le spiega la madre. Le nozze si celebreranno a Murazzano, nelle Langhe, ma i due sposi si sposteranno poi fino a Savona dove Catinina vedrà per la prima volta il mare (“Che bestione! – diceva Catinina del mare, – che bestione!”). Presto però la sposa bambina, non ancora sviluppata, scoprirà anche i lati spiacevoli della vita matrimoniale. E Fenoglio, che non fa mai del facile sociologismo, si limiterà a raccontare, con secchezza cronachistica, la violazione di una vita, sino al finale che, tornando circolarmente alla scena iniziale, parla più di ogni possibile chiosa o commento personale.

Se per Fenoglio – che non colloca cronologicamente la vicenda di Catinina ma lascia intendere, all’inizio degli anni Sessanta, quando il racconto fu pubblicato, che si tratta di storia ancora relativamente recente – i bambini sono ancora vittime di un mondo adulto che impone loro scelte e prospettive di vita, un paio di decenni dopo Fruttero & Lucentini proporranno una lettura per molti versi diametralmente opposta dell’infanzia, applicandosi al caso di Shirley Temple, la bambina prodigio del cinema americano degli anni Trenta. Nell’articolo, intitolato provocatoriamente “Heil Shirley”, si avanza l’accostamento, provocatorio ma proprio per questo efficacissimo, con Adolf Hitler; i bambini sono responsabili di una sorta di neodittatura, che sta trasformando le nostre società in un perenne giardino di infanzia dominato da un immaginario puerile, tutto smancerie, svenevolezze e leziosaggini:   

“Non c’è un rapporto diretto e dimostrabile tra Shirley Temple e Adolf Hitler, tra i riccioli d’oro e le camere a gas. Ma gli anni sono pur quelli e l’occhio del postero distingue ormai senza sforzo dietro il mostruoso dittatore urlante la mostruosa frugoletta che canta le sue canzoncine. Piacevano, piacevano entrambi, piacevano irrazionalmente, causticamente, totalmente. Entrambi pescavano in quella cupa palude dove la massima sdolcinatezza confina con la massima ferocia, e forse la provoca. Lo spettatore di oggi ha buon gioco a domandarsi come abbiano potuto cascarci tanti milioni di esseri umani altrimenti assennati, solidi, normali. Impazzire per quelle gambette? Struggersi per quelle braccine? E quelle oscene vestarelle, quei vomitevoli nastri, pizzi, velluti, berretti? No, ma è pazzesco. Come può l’uomo scendere tanto in basso. Ciò che l’utilissimo, benemerito ciclo su Shirley Temple ci suggerisce è di non farci illusioni a questo riguardo: nulla è cambiato in questi anni, il vischioso acquitrino della emotività collettiva si è ancora esteso, melensaggine e carineria hanno guadagnato terreno, la voce della civiltà è ormai tutta un birignao infantiloide, le moltitudini sono pronte per nuove immani mazzate. Perciò non mandare a chiedere per chi balla il tip tap Shirley Temple, lo balla per te”.

Testi citati
Beppe Fenoglio – LA SPOSA BAMBINA, in “Un giorno di fuoco” (1963)
Fruttero & Lucentini – HEIL SHIRLEY!, in “La prevalenza del cretino” (1985)