LECTIO BREVIS / 106

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 106
EBREI IN AMERICA, EBREI D’AMERICA
Migrazioni, crisi, invocazioni e sacrifici sproporzionati delle comunità ebraiche negli USA

Isaac Bashevis Singer – KEYLA LA ROSSA (1976)

Di cosa parla: Varsavia, 1911. Yarme, detto Spino, che a trentadue anni ha già alle spalle quattro soggiorni in prigione per furto ed è stato arrestato più volte con l’accusa di tratta delle bianche, e Keyla, detta la Rossa per via della sua chioma fiammeggiante, che, a ventinove anni, è già passata per tre bordelli prima di decidere di smettere di esercitare il mestiere di prostituta, sono sposati e giurano di amarsi, per quanto la vita nei bassifondi della città non sia facile. Tutto cambierà quando nelle loro esistenze faranno irruzione Max, un equivoco avanzo di galera, vecchia conoscenza di entrambi, e il giovane Bunem, figlio di un rabbino. Per Keyla non resterà che la fuga in America, ma anche a New York la lotta per la sopravvivenza sarà durissima…

Commento: I.B. Singer scriveva in yiddish, poi collaborava alle traduzioni in inglese che considerava il suo “secondo originale”. Anche in questo caso, il romanzo, pubblicato in yiddish a puntate, fu tradotto in inglese (probabilmente dal nipote Joseph, figlio del fratello Israel Joshua, anche lui fenomenale scrittore) ma non fu mai edito in volume, forse perché, a ridosso dell’assegnazione a Singer del Premio Nobel nel 1978, gli argomenti furono ritenuti troppo scandalosi o forse perché gli ebrei non ne escono benissimo. Di certo, il libro, a dispetto della drammaticità dei temi trattati (su tutti le condizioni di vita degli ebrei, perseguitati e ghettizzati nell’Europa orientale, ed emarginati in America, in quanto immigrati) e della storia in sé (Keyla finisce per essere vittima degli uomini che incontra, che o la sfruttano o non possono amarla del tutto liberamente), evita di ridursi a un catalogo di miserie sociali e personali grazie a un tono che non indulge al compatimento ma sa piegarsi totalmente al piacere della narrazione, senza mai suggerire una lettura moraleggiante. Che poi è il minimo per uno scrittore che si possa definire tale, ma vista la confusione tra letteratura e buone intenzioni è sempre il caso di ribadirlo. 

GIUDIZIO: ***

Jonathan Safran Foer – ECCOMI (2016)

Di cosa parla: Il matrimonio di Jacob e Julia Bloch, ebrei americani di Washington, comincia a naufragare quando lei scopre alcuni sms erotici di lui. Intanto c’è da occuparsi del bar mitzvah (la cerimonia religiosa ebraica con cui i ragazzi diventano adulti) di uno dei tre figli, Sam, per il quale è atteso l’arrivo di alcuni cugini da Israele. E proprio durante la loro permanenza il Medio Oriente sarà colpito da un terribile terremoto, che innescherà una serie di reazioni da parte delle nazioni vicine che metteranno a rischio la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico…

Commento: Il terzo, e per ora ultimo, romanzo di Safran Foer conferma le grandi doti narrative dello scrittore americano di origini ebraiche. Intanto perché l’autore usa con invidiabile disinvoltura un’ampia gamma di registri. E poi perché il libro propone una sorta di sintesi sotto forma di racconto sul tema, troppo spesso ideologizzato, delle radici (argomento già al centro del primo, fenomenale romanzo di Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, viaggio di un giovane ebreo statunitense in Ucraina alla ricerca della donna che salvò la vita di suo nonno all’epoca delle deportazioni naziste). È una storia di vocazione, come denuncia il titolo che cita la risposta di Abramo alla chiamata di Dio quando il Signore gli impone di uccidere il figlio Isacco. Ma ogni vocazione è una crisi, ossia una scelta tra sé e l’altro. E così Safran Foer, intrecciando la crisi matrimoniale dei coniugi Bloch con la crisi internazionale derivante dal terremoto immaginario che devasta Israele, finisce per parlare di identità e di inettitudine, di fragilità e ricerca di consolazione, di sacrificio e soprattutto dell’ineluttabilità della solitudine. Lettura non facilissima, considerata anche la mole del romanzo, ma capace, proprio per la varietà dei toni, di far sperare che Safran Foer, che ultimamente si è dato alla nobile causa ambientalista nella forma di “libri con messaggio”, torni presto alla letteratura. Anche perché Philip Roth e Saul Bellow non ci sono più, ma di raccontare gli ebrei d’America c’è ancora bisogno.     

GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Newark, città del New Jersey, a poche miglia da New York, sede di una notevole comunità ebraica, è l’anello di congiunzione tra due grandi scrittori ebreo-americani: Allen Ginsberg e Philip Roth. Il padre della beat generation, che ha le sue radici sulla East Coast prima di sbocciare dall’altra parte dell’America a San Francisco, a Newark era nato. Lo ricorda lo stesso Ginsberg in una delle poesie comprese nella raccolta Kaddish and Other Poems, opera scritta dopo la morte della madre e nella quale risuonano più forti gli echi delle origini ebraiche. La poesia, piuttosto lunga, si intitola Salmo magico: Ginsberg la compose sotto gli effetti dell’ayahuasca, la sostanza psichedelica amazzonica ricavata da una liana in grado di ampliare la percezione della realtà, il che dovrebbe aiutare almeno a inquadrare la natura della invocazione che conclude il testo:

“Per farmi assaporare la merda dell’essere finalmente, toccare i Tuoi genitali nell’albero della palma, perché il raggio della Futurità mi entri nella bocca a cantare la Tua Creazione Per Sempre Non-nata, O Bellezza invisibile per il mio Secolo!
perché la mia preghiera superi la mia comprensione, perché io deponga la mia vanità al Tuo piede, perché non tema più il Giudizio su Allen di questo mondo
nato a Newark venuto all’eternità a New York urlante di nuovo in Perù per un’ultima Lingua a salmeggiare l’Ineffabile
perché superi il desiderio di trascendenza ed entri nelle calme acque dell’universo  
perché venga fuori da quest’onda, non annegato per sempre nel diluvio della mia immaginazione perché non sia assassinato dalla mia stessa folle magia, questo delitto sia punito nelle galere misericordiose della Morte,
gli uomini capiscano le mie parole fuori dal loro cuore Turco, i profeti mi aiutino con la Proclamazione,
il Serafino acclami il Tuo nome, subito Te stesso in un’enorme Bocca dell’Universo faccia risposta di carne.”

Newark è anche la città che fa da ambientazione a molte storie di Philip Roth, il più grande scrittore ebreo-americano di sempre; di Newark, ad esempio, è originario anche il protagonista di Indignazione, il diciannovenne Marcus Messner, che, nel 1951, mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra di Corea, si trova a frequentare il Winesburg College in Ohio, dove si è trasferito per sfuggire al padre, un macellaio kosher troppo apprensivo riguardo al futuro del figlio. Lì conoscerà una ragazza sopravvissuta a un tentativo di suicidio, con la quale avrà la prima sconvolgente esperienza sessuale, e, nonostante l’ottimo rendimento, finirà per scontrarsi con il decano del college. È l’ennesimo, strepitoso tassello di un’opera, quella di Roth, che ha raccontato gli USA dal punto di vista delle comunità ebraiche. Indignazione, tra il racconto lungo e il romanzo breve, è, a ben guardare, una tragedia moderna in prosa: come chiarisce il finale, il tema di fondo è “il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli effetti più sproporzionati”. Che è una sorta di epitaffio sulla vicenda degli ebrei nella storia, sulla loro diaspora nel mondo, sulle persecuzioni subite, sulla tragedia della Shoah, su ciò che, come suggeriscono gli scrittori, da Singer a Safran Foer, è accaduto, sarebbe potuto o potrebbe ancora accadere.

Testi citati
Allen Ginsberg – SALMO MAGICO, in “Kaddish e altre poesie” – traduzione di Fernanda Pivano (1961)
Philip Roth – INDIGNAZIONE (2008)